L'Alto Rappresentante Kaja Kallas durante una conferenza stampa di presentazione del piano Readiness 2030.

Ve lo ricordate ReArm Europe, il piano dell'Unione Europea che sembrava dovesse mirare a "riarmare" il nostro continente e che ha generato ampio dibattito tra esperti, politici, media e popolazione? Da fine marzo ha cambiato nome in Readiness 2030, letteralmente: poter rispondere con prontezza. A che cosa? Proviamo ad approfondire la questione, ripercorrendone le caratteristiche e gli sviluppi che sta affrontando.

Il nuovo nome: si è creduto che cambiare terminologia fosse essenziale per rendere più inclusivo e meno aggressivo il piano, che nonostante ciò mantiene l'obiettivo di rafforzare la capacità di difesa dell'UE. Tra i principali leader ad aver sostenuto questa modifica troviamo Pedro Sanchez e Giorgia Meloni. Si è così voluta evitare un'accezione eccessivamente militaristica soprattutto in quei paesi del sud Europa che, al contrario di quelli dell'est Europa, si sentono meno minacciati dalla guerra ma soffrono insicurezze diverse, in primis la difficoltà nell'affrontare i flussi migratori e l’instabilità nel nord Africa. Utile? Sicuramente nell'ambito della comunicazione politica la scelta di ogni parola conta e può fare la differenza, per questo va evitato che l'interlocutore fraintenda la mission della strategia come mera militarizzazione a seguito di acquisto di armi - il "riarmo", sottolineando piuttosto la più generale necessità di "prontezza" nell'affrontare nuove minacce a livello europeo. Nonostante ciò, l'impatto sul dibattito di massa è stato limitato anche per l’estrema tecnicitá del piano, che va discusso con accortezza.

Tra le caratteristiche principali di Readiness 2030 ritroviamo un considerevole aumento degli investimenti in difesa, sino a raggiungere la cifra di 800 miliardi di euro entro il 2030. Quando si parla di difesa si tende ad immaginare soltanto l'acquisto di armi ma vanno considerati anche gli investimenti in infrastrutture, nell'addestramento e nella ricerca e sviluppo di nuove tecnologie, che oggi, ad esempio, ci permettono di avere a disposizione invenzioni come la rete internet, i GPS o il nastro adesivo.

La cifra prevista per sostenere la spesa è ingente, per questo gli Stati potranno attingere a varie forme di finanziamento. Innanzitutto verrà introdotta una flessibilità fiscale crescente grazie alla maggiore libertà di spesa concessa ai bilanci nazionali, fino a un +1,5% per la difesa, superando così i limiti imposti dal Patto di Stabilità. Non si parla però ancora di vero e proprio debito comune, mantenendo l'attenzione sui singoli Stati. Infatti, nonostante l'UE raccolga fondi attraverso l'emissione di obbligazioni da parte della Commissione Europea, la responsabilità per la gestione dei fondi erogati ricade sui singoli Stati membri che ne beneficiano. Ovvio che il rischio che ne consegue è un'Europa a due velocità, dove gli sforzi nazionali potrebbero essere fortemente disomogenei.

L'UE creerà inoltre un nuovo fondo di prestito a lungo termine a tassi competitivi nei confronti degli Stati membri, il SAfE (Security Action for Europe), dal valore di € 150 miliardi. Quest'ultimo avrà l'obiettivo di incentivare progetti di acquisto di attrezzature militari e produzione industriale di difesa solo se saranno presentati congiuntamente da più Paesi. Attenzione peró a non confondere il SAfE con il Fondo Europeo per la Difesa (EDF), che invece mira a sostenere la R&S collaborativa nel settore della difesa tra il 2021 e il 2027. Strumenti quindi distinti ma complementari.

Infine, avverrà una revisione dei fondi già presenti, come quelli di coesione o per l'ambiente, di cui una parte potrebbe essere reindirizzata a progetti dal doppio scopo: civile e militare. Un esempio? Potrebbe essere il caso della costruzione di un ponte in posizione strategica, utile nella vita quotidiana ma, in extremis, anche a scopi militari per il passaggio di mezzi.

Ovviamente la Commissione europea vorrebbe rendere il settore della difesa attraente anche ad investimenti privati, non escludendo quindi soldi che provengano da aziende, banche ed investitori terzi. Comunque, va sottolineato come Readiness 2030 mira in realtà a ridurre la dipendenza da fornitori esterni all'UE, in particolare dagli USA. Uno degli obiettivi principali è infatti quello di raggiungere il 65% di acquisti di attrezzature da fornitori UE, Norvegia o Ucraina, anche grazie al già citato sostegno alla Ricerca e Sviluppo, area evidenziata come cruciale anche all'interno del Libro Bianco sulla Difesa Europea.

Readiness 2030 si tratta dunque di una ambiziosa strategia "ombrello" che vuole rispondere prontamente all'evoluzione della situazione geopolitica mondiale e al mutamento del contesto di sicurezza in Europa, in particolare a seguito dell'aggressione russa in Ucraina e alle incertezze del supporto militare esterno, tra cui quello degli Stati Uniti. Autonomia e collaborazione tra Stati Membri sembrano ricoprire ruoli cruciali per il raggiungimento degli obiettivi. Questa enfasi non si concretizza ancora nella creazione di un esercito comune europeo, ma potremmo cogliere comunque una tendenza ad introdurre maggiore omogeneitá tra Stati membri in ambito di difesa, facendo presagire un pragmatico passo verso l'interoperabilità delle forze armate. D'altronde, un esercito europeo presupporrebbe l'esistenza di un governo europeo molto caro a chi condivide un'ottica federalista, ma che quasi sicuramente non vedremo realizzarsi nel breve periodo.

Un primo passo? Sicuramente con questo piano non otterremo un esercito subito ma una prima base di cooperazione militare.

 

Le principali iniziative UE per la difesa prima di Readiness 2030

Dato che – sommati fra loro – i Paesi dell'UE sostengono la spesa militare tra le più ingenti al mondo, negli anni si è ritenuto necessario adottare delle politiche per tentare di migliorare la scarsa efficacia.

2016. Il Piano d'azione per la difesa europea è stato lanciato dal Consiglio Europeo e si strutturava intorno a tre aspetti principali:

  1. L'istituzione di un Fondo europeo per la difesa, per finanziare la ricerca e al contempo sostenere acquisti congiunti di beni e tecnologie;
  2. Migliorare l'accesso ai finanziamenti nelle catene di approvvigionamento della difesa;
  3. Il rafforzamento del mercato unico dell'UE per la difesa.

2017. Viene avviata la cooperazione strutturata permanente (PESCO): possibilità prevista nel Trattato di Lisbona del 2009 e formalmente istituita dal Consiglio dell'Unione Europea. Mira principalmente a rafforzare la cooperazione militare fra Paesi membri rendendo le forze armate europee interoperabili e capaci di affrontare sfide comuni. Ne fanno attualmente parte 26 Stati membri su 27.

2021. Su iniziativa della Commissione europea viene istituito il Fondo europeo per la difesa (EDF), che mira a sostenere progetti collaborativi nel campo della ricerca e dello sviluppo militare. Prevede un budget di € 8 mld nel QFP 2021-2027.

2024. La Commissione europea istituisce lo European Defence Industry Programme (EDIP), contestualmente alla prima strategia industriale europea della difesa (EDIS). Prevede il sostegno finanziario della Banca Europea degli investimenti, per acquisti congiunti per almeno il 40% delle forniture militari entro il 2030, finanziando in via prioritaria solo prodotti di origine europea. Attualmente è ancora in fase legislativa.

 

 

 

  

L'Unità Europea

Giornale del

MovimentoFederalista Europeo

Edizione a stampa
Codice internazionale: ISSN 1825-5299
Catalogazione e disponibilità: Catalogo ACNP

 

Edizione online
Codice internazionale: ISSN 2723-9322
Sito Internet: www.unitaeuropea.it

L'Unità Europea su Facebook

Iscriviti alla alla newsletter

 

Sito internet: www.mfe.it

Pagina Facebook del MFE L'MFE su Twitter L'MFE su YouTube

Utilizziamo i cookie sul nostro sito Web. Alcuni di essi sono essenziali per il funzionamento del sito, mentre altri ci aiutano a migliorare questo sito e l'esperienza dell'utente (cookie di tracciamento). E' possibile scegliere se consentire o meno i cookie. In caso di rifiuto, alcune funzionalità potrebbero non essere utilizzabili. Maggiori informazioni