Il Presidente USA scompagina gli accordi commerciali con tutti i partner. L’UE ha gli strumenti per trovare risposte efficaci?

Dal suo ritorno alla Casa Bianca nel gennaio 2025, Donald J. Trump ha perseguito una delle sue promesse elettorali più radicali: ridefinire il ruolo degli Stati Uniti nel commercio mondiale attraverso un’aggressiva politica tariffaria. Mentre nel suo primo mandato (2017–2021) la guerra commerciale era in gran parte focalizzata sulla Cina, il secondo mandato di Trump è apparso fin da subito avere una portata molto più ampia e soprattutto disordinata, come dimostrato dal susseguirsi di annunci alternato con posticipazioni e ritrattazioni.

Donald J. Trump ha minacciato dazi minimi del 10% su tutte le importazioni, fino ad arrivare a tariffe punitive del 60% e oltre verso i Paesi considerati “sleali” o “ostili”. A essere colpiti non sono più solo rivali geopolitici, ma anche alleati storici come l’Unione Europea, il Giappone e il Canada e Paesi che esportano principalmente manifattura con basso valore aggiunto e in buoni rapporti con gli USA come il Vietnam. Il risultato è stato l’innesco di una fase di grave instabilità economica globale, che mette in discussione decenni di cooperazione commerciale e rischia di spingere il mondo verso una nuova era di frammentazione economica.

A differenza della visione multilaterale che aveva guidato la politica commerciale americana dagli anni ‘90 in poi, Trump ha sempre promosso un approccio bilaterale, transazionale e conflittuale, derivante da una sintesi tra una visione della vita e del mondo, e quindi anche dell’economia di cui lui si proclama esperto (ma la sua storia di businessman, a parte la rappresentazione nello show “The Apprentice”, dice una storia molto diversa) come un gioco a somma zero e tra una sicura ignoranza e arroganza personali. La sua idea di “America First” si basa infatti sull’assunto che gli Stati Uniti siano stati sfruttati da partner commerciali che approfittano del libero scambio per arricchirsi a scapito dell’industria americana (ignorando altri settori, il big tech, dove sono aziende americane ad essere monopoliste).

Nel 2025 questa visione si è estremizzata. Non si parla più solo di rinegoziare accordi, ma di applicare dazi universali del 10% su tutte le importazioni (inclusi su Paesi in deficit commerciale verso gli USA): un “tariff wall” volto a scoraggiare le delocalizzazioni e incentivare la produzione nazionale. La Casa Bianca ha giustificato la misura con il bisogno di proteggere la sicurezza economica e la sovranità industriale degli Stati Uniti.

Ma questa è solo la base: in molti casi, nella proposta iniziale di Trump, le tariffe salivano al 30%, 50%, o addirittura al 60%, soprattutto contro la Cina, il Messico, la Corea del Sud, la Germania e l’India. In casi estremi, come con la Turchia o il Vietnam, si parla persino di creazione di blocchi doganali selettivi. Questa strategia però non partiva da un’analisi politica volta a isolare Paesi rivali o ostili, ma si basava solo ed esclusivamente su quanto un Paese terzo esportava verso gli Stati Uniti, indipendentemente dal fatto che questo fosse un alleato o meno. Una strategia che ha quindi come conseguenza l’alienazione di alleati, anche storici.

Uno dei tratti più destabilizzanti della nuova politica commerciale di Trump è appunto l’imprevedibilità. Le tariffe non vengono sempre applicate secondo un piano coerente, ma spesso annunciate su Truth Social o in conferenze stampa improvvisate, per poi essere parzialmente smentite, rimandate o riformulate.

Questa “strategia del caos” rende impossibile per le aziende e i governi stranieri pianificare investimenti o accordi commerciali di medio-lungo termine. Ha avuto l’effetto di gettare interi settori — dall’automotive europeo alla tecnologia asiatica, fino all’agroalimentare sudamericano — in un clima di costante incertezza.

Ciò ha portato l’Unione Europea e molti Paesi a giocare tra la diversificazione dei propri commerci a cercare di appagare, almeno pubblicamente, il narcisismo di Trump, consci del fatto che finché Trump è Presidente, questa sarà la norma.

“La politica dei dazi di Trump potrebbe accelerare la regionalizzazione dei blocchi e incentivare il decoupling dall’economia USA.”

Gli effetti di queste politiche si possono già notare in un raffreddamento della crescita globale e in una potenziale nuova fiammata inflattiva negli USA. La politica è stata criticata anche nel Partito Repubblicano, sebbene l’opposizione interna non abbia avuto abbastanza forza da fermare Trump.

Questa politica non solo rischia di isolare gli Stati Uniti anche da alleati storici, ma potrebbe accelerare un fenomeno di regionalizzazione dei blocchi e degli scambi commerciali e aumentare l’incentivo a fare decoupling dall’economia statunitense. Di ciò è testimone il summit G7 in Canada, conclusosi senza progressi sul commercio.

Alcuni analisti parlano di “America Alone”, un isolamento autoimposto che rischia di compromettere il ruolo guida globale degli Stati Uniti.

Mentre gli Stati Uniti si chiudono dietro un muro di tariffe e minacce bilaterali, l’Unione Europea emerge come uno degli ultimi grandi attori globali a difendere apertamente il libero scambio regolato da norme multilaterali. Bruxelles ha scelto, in risposta alla nuova ondata protezionista americana, di rafforzare non solo le misure difensive, ma anche una strategia positiva di apertura e cooperazione commerciale internazionale. Rafforzando i legami economici e trattati commerciali già esistenti con il Canada e il Giappone e concludendo e avviandone di nuovi.

Questi accordi, che includono standard ambientali, diritti del lavoro e meccanismi di risoluzione delle controversie, rappresentano un modello alternativo al mercantilismo aggressivo degli Stati Uniti.

Oltre agli strumenti commerciali, l’UE si propone come difensore di un ordine economico fondato sul diritto internazionale e sulla reciprocità. In un mondo in cui le grandi potenze usano il commercio come leva coercitiva, Bruxelles cerca di tenere alta l’idea che gli scambi debbano avvenire in condizioni di equità, trasparenza e prevedibilità.

Questo ruolo non è solo economico, ma profondamente geopolitico: l’UE intende evitare che il commercio globale scivoli in un’anarchia dominata da minacce, ritorsioni e rapporti di forza e autarchia commerciale.

Tuttavia l’assetto istituzionale dell’Unione rischia di essere un problema per conseguire un obiettivo di tale importanza.

La Commissione europea ha scelto una strategia di apertura commerciale, di cui un recente esempio è l'accordo UE-Mercosur.

 

  

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