Sulla sinistra il primo ministro dimissionario Keir Starmer, mentre sulla destra il probabile successore Andy Burnham. Dietro di loro, Angela Rayner. Foto di Lauren Hurley / No 10 Downing Street

Una lotta interna al Labour avvicina Andy Burnham al ruolo di Primo Ministro. Il successore di Starmer evita di parlare della Brexit, ma non può ignorare il nuovo contesto internazionale.

La crisi politica che ha travolto il Partito Laburista britannico ha raggiunto il suo apice il 22 giugno, con l’annuncio delle dimissioni del Premier Keir Starmer, che ha messo così fine a un mese e mezzo di instabilità all’interno di Westminter. La data segna la conclusione di una parabola discendente iniziata il 7 maggio, quando il Labour di Starmer ha subito una pesante sconfitta alle elezioni per i consigli comunali (city councils), un risultato che ha fatto scricchiolare le fondamenta della sua leadership. La débâcle elettorale di maggio (nel quale il partito ha perso quasi 1.500 seggi) non è stata solo un segnale di allarme, ma l'innesco di una profonda crisi di legittimità interna. Per sei lunghe settimane, il partito ha vissuto in un limbo di incertezze, con le voci di dissenso che si facevano sempre più rumorose, contese alla leadership lanciate con più o meno successo. La notizia definitiva delle dimissioni di Starmer è stata, per molti, l’epilogo atteso di un processo inevitabile: il leader ha accettato di farsi da parte per permettere l’avvio di una timeline definita, garantendo così una transizione ordinata al vertice del governo e del partito.

DA STARMER A BURNHAM. A dare la spinta decisiva verso questo epilogo è stata la vittoria, netta e inequivocabile di Andrew "Andy" Burnham alle elezioni suppletive della constituency di Makerfield. L’ex sindaco dell'area metropolitana della Greater Manchester, volto noto della politica britannica ed ex segretario alla Salute durante gli esecutivi di Blair e Brown, si è imposto come il naturale successore alla guida del Labour. La portata del suo successo è emblematica: La partecipazione al voto è cresciuta di ben 6 punti percentuali, segnando una mobilitazione in controtendenza rispetto al clima di disaffezione generale. Burnham è riuscito inoltre a blindare un seggio difficile, pro Brexit e tendente verso la Destra, con il 54% dei voti, schiacciando la concorrenza dei populisti di destra di Reform, fermi al 35%. Il risultato non è stato solo numerico, ma politico: Burnham ha dimostrato di possedere la capacità rara di attrarre voti sia dagli altri partiti di centrosinistra, che hanno votato in massa e tatticamente a suo favore, sia dall'elettorato conservatore più moderato e centrista.

A differenza di Wes Streeting, parlamentare esponente della “destra” Labour, la cui sfida interna a Starmer era evaporata in meno di una settimana all'indomani del voto di maggio, il Primo Ministro uscente è apparso lucido nel comprendere la propria posizione. Starmer era consapevole che, di fronte alla figura di Burnham — un politico che combina l'esperienza di governo con una forte base popolare nelle regioni del Nord e un ampio favore all’interno della compagine parlamentare laburista — qualsiasi resistenza sarebbe stata vana. Burnham adesso si avvia ad entrare in Parlamento già come futuro Primo Ministro, visto che la contesa interna per sostituire Starmer sembra già segnata in suo favore e difficilmente ci saranno altri sfidanti (resta l’incognita di Angela Rayner).

Il successo di Andy Burnham non deriva da un radicale ribaltamento delle politiche laburiste. Sebbene le policies di Burnham siano in larga parte sovrapponibili a quelle di Starmer, l’ex Sindaco della Greater Manchester possiede una capacità di sintesi territoriale e trasversale che al suo predecessore è mancata drammaticamente.

Il declino di Starmer è inoltre indissociabile dal suo principale consigliere, Morgan McSweeney, e dalla strategia di costante inseguimento delle istanze conservatrici. Il tentativo di bloccare l'emorragia di voti verso Reform attraverso una deriva a destra ha finito per alienare la base storica laburista senza convincere l'elettorato centrista, spaventato dall'instabilità del suo messaggio.

La strategia estera ne è un esempio emblematico. Il corteggiamento dell'amministrazione Trump, volto a normalizzare il Labour agli occhi dell'elettorato conservatore americano e britannico, è stato gestito con una miopia politica che ha ignorato le sensibilità dell'opinione pubblica britannica. L'apice di questa strategia fallimentare è stata la nomina di Lord Peter Mandelson ad ambasciatore negli USA. La scelta, che doveva rappresentare un segnale di "autorevolezza" e continuità diplomatica, si è trasformata in un incubo reputazionale. L'emergere dei rapporti passati tra Mandelson e Jeffrey Epstein — inclusa la trasmissione di informazioni riservate durante i convulsi anni della Brexit — ha delegittimato Starmer in prima persona.

LA FERITA DELLA BREXIT. In tutto questo, la questione dell'Unione Europea rimane l’elefante nella stanza, il tema divisivo che né Starmer né il suo successore in pectore, Andy Burnham, hanno finora avuto la forza politica di affrontare con chiarezza. Sebbene entrambi siano stati convinti Remainers, Il Primo Ministro dimissionario ha costruito la sua strategia sull'idea che la Brexit fosse un dato acquisito, insistendo ostinatamente sul fatto che fosse necessario "far funzionare" l'uscita dall'UE prima di ipotizzare qualsiasi revisione dei rapporti. Specularmente, durante la vittoriosa campagna di Makerfield, Burnham ha adottato una tattica di evitamento.

Il processo di riavvicinamento all'UE avviato da Starmer, dalla collaborazione sull’Ucraina e la difesa alla libera circolazione di studenti universitari e l’allineamento degli standard commerciali, pur timido e pragmatico, segnerà inevitabilmente la linea guida anche del governo Burnham. Tuttavia, permane una divergenza profonda fra – da un lato – la necessità politica ed economica di una reale integrazione nel mercato unico e di tornare nell’insieme dei Paesi guida d’Europa e – dall’altro – il calcolo politico elettorale.

La visione di una Global Britain, proposta da Boris Johnson e altri brexiteers di area liberista e conservatrice, si è dissolta.”

Il rischio per il nuovo corso laburista è evidente: continuare a eludere il dibattito sul "rientro" significa lasciare il campo libero a una narrazione semplificatoria, continuando a subire le conseguenze economiche di una Brexit che, a dieci anni dal referendum, non ha ancora trovato una sua stabilità.

Il Regno Unito si trova oggi in un contesto internazionale che ha brutalmente smentito le promesse dei fautori della Brexit. La visione di una Global Britain proposta da Boris Johnson e altri brexiteers di area liberista e conservatrice — un’entità svincolata dalle "catene" di Bruxelles, capace di navigare come battitore libero tra i grandi poli globali (dagli USA alla Cina, fino alla Russia e I paesi Commonwealth) — si è dissolta.

Al posto della promessa di un’apertura illimitata in un mondo globalizzato ma a sostanziale guida USA, il Paese si ritrova intrappolato in un panorama geopolitico segnato dalla contrapposizione rigida tra blocchi che seguono ciascuno visioni imperiali o pseudo-imperiali. In questo scenario, la pretesa di poter operare al di fuori di una cornice di organizzazioni internazionali o alleanze strutturate non è solo anacronistica: è diventata un rischio esistenziale. La necessità di una vicinanza organica all'Unione Europea non è più una scelta politica da discutere, ma una condizione di sopravvivenza per la tenuta del Paese.

Tuttavia, il Bregret (il rimpianto per la Brexit) — seppur statisticamente rilevabile — si scontra con una barriera culturale profonda che il nuovo establishment laburista non può ignorare. Per gran parte del Nord industriale e delle periferie, l'Unione Europea rimane indissolubilmente legata, nella memoria collettiva, alla stagione della deindustrializzazione selvaggia, ai tagli brutali al welfare e alla privatizzazione dei servizi pubblici iniziata con Margaret Thatcher e continuata fino agli ultimi governi conservatori.

La sfida di Burnham non sarà, dunque, soltanto diplomatica verso Bruxelles, ma culturale verso il proprio popolo. Il nuovo leader dovrà dimostrare che, in un mondo in cui la globalizzazione sregolata ha lasciato il posto a una nuova competizione tra blocchi regionali e continentali, il ritorno nell'Unione Europea e il rafforzamento di un’integrazione a caratteri anche federali non significano il ritorno all'austerità (tra l’altro mai abbandonata nel Regno Unito), o la perdita di sovranità ma l'unico strumento possibile per proteggere i servizi pubblici e rilanciare l'economia reale di tutto il paese.

Il Regno Unito non può più permettersi l'eccezionalismo ma deve diventare un player positivo per il rafforzamento dell’Unione Europea, della sua difesa collettiva e del suo successo economico.

 

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