Alle prese con la crisi immobiliare e l’esplosione del debito degli enti locali, il regime di Xi Jinping rivede le proprie scelte. Provocando così un doppio binario di rischio.
Il modello di sviluppo che ha garantito la straordinaria ascesa della Repubblica Popolare Cinese mostra segnali di logoramento strutturale. La transizione verso una "nuova normalità" di crescita moderata mette a dura prova la tenuta interna del Paese. L’aspetto più critico di questa fase non è legato a congiunture esterne, bensì a una profonda crisi multidimensionale che tocca l'economia reale, i consumi domestici e le prospettive delle nuove generazioni. Per la leadership di Pechino la sfida non è solo economica, ma squisitamente politica: il rallentamento rischia di incrinare il tacito patto sociale basato sulla garanzia di un benessere crescente in cambio dell'acquiescenza verso il Partito Comunista Cinese.
Il primo grande freno all'economia reale è rappresentato dal collasso del settore immobiliare interno. Per decenni motore del PIL e principale strumento di allocazione del risparmio per le famiglie, il mattone ha lasciato in eredità un enorme debito degli enti locali e una diffusa perdita di ricchezza percepita. Il risultato è una forte contrazione dei consumi: i cittadini, preoccupati per la svalutazione dei propri asset patrimoniali, tendono a massimizzare il risparmio anziché spendere, alimentando una persistente pressione deflazionistica.
In questo contesto si inserisce l’emergenza della disoccupazione giovanile. Se il tasso urbano generale si attesta intorno al 5,2%, la fascia tra i 16 e i 24 anni registra tensioni senza precedenti. Dopo il picco storico del 21,3% a metà 2023, l’Ufficio Nazionale di Statistica (NBS) ha rimodulato i criteri di calcolo escludendo gli studenti universitari, ma la pressione strutturale rimane intatta. La Cina si trova di fronte a un paradosso educativo: a fronte di oltre 11 milioni di nuovi laureati all'anno, il mercato offre principalmente impieghi nella manifattura tradizionale o nei servizi a basso valore aggiunto. Questo profondo disallineamento (mismatch) tra competenze e opportunità alimenta fenomeni di rigetto sociale tra i giovani urbani, noti come tangping ("sdraiarsi a terra") o bailan ("lasciare che le cose vadano in malora"), simboli di una disillusione strisciante verso l’ascensore sociale.
Per invertire la rotta, la leadership di Xi Jinping rifiuta soluzioni basate su stimoli diretti alla domanda o sul welfare. La strategia ufficiale, formalizzata nelle linee guida del 15° Piano Quinquennale (2026-2030), punta sul lato dell’offerta attraverso le "Nuove qualità delle forze produttive" (New quality productive forces). L'obiettivo è sostituire il vecchio dividendo demografico con un dividendo di competenze, direzionando i capitali di Stato verso l’industria manifatturiera avanzata: semiconduttori, intelligenza artificiale e tecnologie per la transizione verde (veicoli elettrici, batterie e pannelli solari).
Questa riconversione presenta però un doppio binario di rischio. Internamente, l'industria tech è ad alta intensità di capitale ma non di manodopera: difficilmente assorbirà la massa di laureati in tempi brevi, lasciando aperta la polveriera del disagio sociale. Esternamente, poiché la domanda interna rimane debole e incapace di consumare questa sovrapproduzione, Pechino indirizza i beni tecnologici verso i mercati esteri. Questo fenomeno di competizione esasperata e sussidiata, chiamato “Involution”, sta generando il cosiddetto "China Shock 2.0". Per l’Unione Europea, il rallentamento cinese si traduce in una pressione commerciale senza precedenti che mette a rischio le proprie filiere industriali verdi e ridefinisce gli equilibri geopolitici globali.

