La Cina dopo l’incontro con Trump, verso un nuovo multilateralismo. Ma manca il pilastro europeo.

Si racconta che qualche tempo dopo la sua prima elezione a Presidente degli Stati Uniti, F. D. Roosevelt spiegasse a Winston Churchill – che magnificava le imprese ed in ruolo mondiale dell’impero britannico – che il futuro del mondo dipendeva piuttosto dalla Cina che dall’impero britannico. Questa osservazione trovò conferma pratica alla fine della Seconda guerra mondiale quando si decise sul futuro governo del mondo e sulla costituzione delle Nazioni Unite. Roosevelt insistette perché nel nucleo delle potenze che avrebbero dovuto controllare l’ONU facesse parte, oltre ai Paesi vincitori (USA, URSS e UK) anche la Cina, applicando la teoria dei “quattro poliziotti” (la Francia venne ammessa come membro permanente del Consiglio di Sicurezza più tardi, su proposta della Gran Bretagna).

L’interesse dell’establishment politico degli USA per la Cina fu abbastanza costante e non fu vincolato – se non in minima parte – dall’esito della Guerra civile cinese, che vide nel ’49 la sconfitta dei nazionalisti di Chiang Kai-shek e la vittoria dei comunisti di Mao Tse Tung. Ad esempio, in un intervento al National Press Club il 12 gennaio 1950, l’allora segretario di stato Dean Acheson diceva: “Washington ha deciso di lavarsi le mani sull’esito della guerra civile cinese” e proseguiva: “i Nazionalisti hanno evidenziato sia inadeguatezza politica che la più ampia incompetenza militare”.  Ma la svolta decisiva con la piena accettazione del regime maoista avvenne nel 1971 quando, anche a seguito di segnali obliqui in arrivo da Pechino (anche attraverso intermediari come i governanti rumeni o pakistani), gli Stati Uniti ricevettero l’invito per un incontro ad alto livello (Kissinger/Zhou en-lai) che si svolse a Pechino nel luglio del 1971.

A margine di questi colloqui, un’osservazione di Nixon merita una particolare citazione: “Tu metti 800 milioni di Cinesi a lavorare sotto un sistema decente ed essi diventeranno i leader del mondo”. La storia è nota: dopo questi colloqui, i rapporti tra Cina e USA diventarono stretti e cooperativi (anche in funzione anti-URSS) ed in breve avvenne anche il trasferimento da Taiwan alla mainland Cina come membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’ONU. Il riconoscimento ufficiale della Repubblica Popolare Cinese come il solo legale rappresentante del governo della Cina avvenne con il comunicato congiunto USA/PRC del 1° gennaio 1979, con cui il governo nord-americano prendeva atto (“acknowledged”) della posizione cinese che vi è una sola Cina e che Taiwan è parte della Cina.

Questi brevi accenni alla storia dei rapporti tra USA e Cina, da Roosevelt, ad Acheson a Nixon, possono servire a mettere in luce che c’è una notevole continuità di atteggiamento nei due sistemi: ed anche il recente incontro del presidente Trump con Xi Jinping si colloca sulla stessa lunghezza d’onda del passato: rispetto reciproco anche se avversari, prudenza ed evitare confronti bellicosi. In proposito va registrata anche la posizione di Trump (al di là delle sue spesso stravaganti ed erratiche posizioni assunte su diversi fronti della politica estera – ed interna – statunitense) sulla questione taiwanese, con la conferma della linea diciamo ufficiale cinese dell’accettazione del principio di “una Cina, due sistemi” e la mancata conferma (almeno per ora) degli ulteriori aiuti militari promessi a Taiwan.

Quanto alla posizione strategica della Cina di Xi, il recente libro bianco cinese sulla sicurezza nazionale stabilisce che il Paese conferma di tendere ad una coesistenza pacifica nei riguardi degli Stati Uniti e critica l’approccio di mantenere uno dei due attori in una “posizione di forza”, presentandosi invece come una nazione il cui obiettivo consiste nella preservazione della stabilità globale. Ciò pur sempre nel contesto delle dichiarazioni dello scorso anno da parte dello stesso Xi sul fatto che “l’Oriente sta sorgendo e l’Occidente è in declino” e del ruolo di soft leadership assunto dalla Cina come capofila del blocco dei Brics. Peraltro Cina e USA devono essere “partners e non rivali che collaborino per avere successo e prosperità insieme”.  

Per chi scrive, non dovrebbero esserci dubbi sulla buona fede della leadership cinese nel perseguire una linea di “coesistenza pacifica”, anche se resta pur sempre l’incognita di Taiwan e la reiterata affermazione della necessità di una “riunificazione della Cina in una nuova era”, pur sottolineando che la scelta è che una riunificazione (di Taiwan alla mainland) debba avvenire preferibilmente per via “pacifica”.  Quanto questo possa modificare l’equilibrio mondiale è difficile da prefigurare.

Al tempo della crisi del bipolarismo seguita alla caduta del muro di Berlino, Mario Albertini discuteva sulle opportunità che si aprivano dovute alla crescita dei cinesi (a scapito della vecchia Unione sovietica) e la prefigurazione che l’Unione europea si trasformasse in un vero Stato federale (gli Stati Uniti d’Europa). E si ipotizzava un’alleanza Europa/Cina (dettata dalle rispettive ragion di stato) verso una vera riforma delle Nazioni Unite per un vero governo mondiale più democratico e tendenzialmente federale. Purtroppo, questo non è ancora avvenuto e non sembra che le prospettive europee verso una vera unificazione politica del vecchio Continente siano particolarmente rosee (nonostante la pressione proveniente dagli USA di Trump ed anche dalla Russia di Putin).

Mancando il pilastro di potere europeo (che potrebbe affiancare la Cina nella ricerca di partnership internazionali), le prospettive non sono incoraggianti e non resta che sperare - ed agire come MFE – per smuovere le tiepide leadership nazionali europee verso il coraggio ed il buon senso federale, come suggerito anche da Draghi.

 

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