I limiti di un memorandum dopo un mese di una guerra senza veri vincitori.

Le recenti gravissime crisi in Medio Oriente con il conflitto militare fra Iran, Israele e Usa, interrotto con il Memorandum del 13 giugno, sottoscritto digitalmente dal presidente iraniano Masoud Pezeshkuab e dal presidente statunitense Donald Trump, in attesa che venga concluso nei suoi quattordici punti entro la vigilia di Ferragosto, conferma tutti i dubbi sull’esito dell’intervento scatenato dalle operazioni militari di Usa e Israele iniziate il 28 febbraio di questo anno. Senza che, nonostante devastanti bombardamenti e oltre cinquemila morti iraniani contro poco meno di un centinaio da parte israelo-statutunitense e l’uccisione del capo supremo della nazione islamica, si sia sostanzialmente indebolito il combinato disposto militare, politico e teologico che identifica il potere in Iran.

La premessa dell’accordo, formalmente, sembra promettente. Gli USA e la Repubblica Islamica, insieme ai loro alleati nel conflitto, hanno siglato la cessazione delle operazioni militari su tutti i fronti, compreso il Libano, e si impegnano, d’ora in poi, a non intraprendere alcuna guerra o operazione militare. Di vittoria USA, sia pure dichiarata, in questo memorandum non se ne vede traccia. Gli USA sono infatti pronti a revocare le sanzioni, si impegnano a favorire il ritorno in possesso all’Iran di asset finanziari sequestrati o sospesi, si dichiara un programma di ricostruzione dei danni di guerra da 300 miliardi di dollari con la partecipazione degli alleati del Golfo, che hanno collaborato alle operazioni militari soprattutto sul piano logistico. Via anche le sanzioni, operative già nei primi sessanta giorni dalla firma digitale, mentre sul piano dell’arricchimento dell’uranio l’Iran rinuncia a farlo a fini militari, ma senza smantellare i suoi depositi e utilizzando la metodologia minima di diluizione dell’uranio sotto la vigilanza dell’Aiea. Decisioni che dovranno essere perfezionate.

Via libera infine al transito da e per Hormuz per sessanta giorni, con un accordo fra Iran e Oman, ma senza che sia stato vietato in questo accordo il transito senza pedaggi al termine della definitiva messa in opera del memorandum. Andrà dunque chiarito come particolare non certo secondario visto che il costo petrolifero sarebbe stato, secondo lo stesso presidente degli USA, uno degli elementi per prendere decisioni di negoziato così insistenti arrivati a questo punto.

Secondo molti analisti questo memorandum è meno specifico di quello che nel 2015 Obama, anche con l’UE parte della trattativa, era riuscito a spuntare con il regime iraniano. Allora l’accordo non fu sottoscritto solo da USA, Iran e UE ma anche da Cina, Francia, Germania, Russia, Regno Unito.

Il memorandum attuale suddiviso in quattordici paragrafici indica che l’Iran si impegna a non perseguire la costruzione di ordigni nucleare, ma senza che vi sia ancora alcun dettaglio di come e quando dovrà avvenire questo processo di rinunce al potenziamento nucleare. Inoltre avere seguito la linea dei bombardamenti che dovevano essere risolutivi per piegare il regime iraniano ha fatto scattare il meccanismo finanziario delle riparazioni, che nella loro articolazione e peso fra i partner non è ancora stato definito. La scelta tattica di usare la forma militare dal cielo per piegare un regime che ha comunque, ancora, il consenso di una parte consistente, anche se in via di costante riduzione, della popolazione non ha certo indebolito le componenti più ideologizzate e fanatiche della galassia Pasdaran. I fatti stanno in pochi numeri: la linea Trump e Nethanyau non ha sfondato e bene hanno fatto i Paesi europei ad essere disponibili per interventi di sicurezza attorno al Golfo di Hormuz (appena le condizioni di sicurezza saranno consolidate) per garantire la collaborazione a renderlo percorribile con l’obiettivo di evitare pedaggi.

La strategia di iniziative diplomatiche per consentire fra Israele e Palestina la presenza di due Stati e di due Popoli confinanti e senza conflitti permanenti appare molto difficile ma va perseguita con un’ampia strategia internazionale di tutti gli attori globali presenti sulla scena mondiale. Sono i frutti amari del nazionalismo aggressivo e guerrafondaio e quelli delle chiusure fanatico religiose, xenofobe e violente che devono essere combattuti. La convivenza fra Stati è un pilastro fondamentale del federalismo, che dichiara la pace come valore supremo. Le idee e le prospettive del federalismo europeo e mondiale sono la risposta più democratica e razionale ai problemi del mondo.

 

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