Dopo la cattura del 3 gennaio, l’amministrazione USA impone le proprie condizioni sul petrolio di Caracas. Come dovrebbero reagire l’UE e le medie potenze?
Dopo l’intervento militare degli Stati Uniti d’America il 3 gennaio scorso, l’ex presidente venezuelano Nicolás Maduro, tratto in arresto nell’ambito dell’operazione Absolute Resolve, è stato sostituito ad interim da Delcy Rodríguez, più volte ministra sotto la presidenza Maduro.
Donald Trump ha portato a casa l’obiettivo dichiarato fin dall’inizio: il controllo diretto delle multinazionali USA sul petrolio del Venezuela, primo Paese al mondo in termini di riserve. Già alla fine di gennaio gli USA hanno effettuato i primi pagamenti al Venezuela derivanti dalla gestione delle vendite del petrolio: 300 milioni di dollari su una vendita da 500. Questa “intermediazione” aggira le sanzioni imposte dagli stessi USA - così come i ricavi che passano da un conto aperto in Qatar - permettendo al Venezuela di vendere petrolio a prezzo di mercato invece che a prezzi scontati. Ricavando così ingenti risorse per la sua economia disastrata, che il regime si impegna a spendere per i servizi essenziali e acquistando materiale dagli Stati Uniti. Tali impegni sono monitorati mensilmente dagli USA: come dichiarato dal Segretario di Stato americano Marco Rubio, il governo venezuelano ha accettato di sottoporre ogni mese un bilancio focalizzato proprio sulle entrate dalla vendita di petrolio e sul loro reimpiego. Rubio ha affermato che sarà proprio il petrolio a finanziare la transizione politica.
Il parlamento venezuelano, di cui è presidente il fratello della Presidente Rodríguez, ha approvato una riforma per riaprire parzialmente il settore petrolifero alle aziende straniere dopo venticinque anni di chiusura e nazionalizzazioni. Dopo il voto, gli Stati Uniti hanno annunciato un attenuamento delle sanzioni; l’obiettivo è incentivare le compagnie straniere a investire in Venezuela, nonostante al momento abbiano espresso ritrosie a farlo.
Se resta da monitorare la situazione interna e la difficile transizione politica – basti pensare all’enorme debito pubblico verso i creditori internazionali –, non sono stati minori i contraccolpi sul piano internazionale, nell’intreccio che ha visto gli USA condurre un’operazione militare unilaterale in uno Stato sovrano e minacciare un altro, la Groenlandia, di invasione.
Un ennesimo colpo sferzato direttamente all’afonia dell’Unione Europea, che sul Venezuela aveva prodotto un debole comunicato stampa congiunto di ventisei Stati membri che richiamava al rispetto delle regole del diritto internazionale. Sulla vacuità di questi appelli si è espresso con chiarezza e visione il primo ministro del Canada Mark Carney il 20 gennaio scorso al Forum di Davos. Carney ha parlato di una rottura nell’ordine internazionale, ben esemplificata dallo svuotamento delle Nazioni Unite a favore della privatizzazione della pace con il lancio del Board of Peace per Gaza, che reinventa il principio della orizzontalità nell’ambito della cooperazione internazionale a favore di una piramide al cui vertice sta Trump.
Secondo Carney, in questa nuova fase della globalizzazione le medie potenze hanno ancora una speranza di sottrarsi allo schema di gioco di vecchi e nuovi imperi – USA, Cina, Russia – che non fanno alcun mistero di lavorare per dividere il mondo in zone di influenza egemonica. Il passaggio fondamentale è riconoscere che la sovranità oggi non appartiene già più al livello degli Stati nazionali, se questi non sono autonomi per ciò che riguarda energia, cibo, minerali critici, finanza e catene di approvvigionamento. Non se gli strumenti di cooperazione economica vengono usati dalle grandi potenze per imporre il proprio volere e sfruttare le subalternità delle parti contraenti. Ma esiste ancora una possibile via cooperativa alla costruzione dell’autonomia strategica: le medie potenze possono decidere di condividere costi e benefici della costruzione di una rinnovata sovranità proprio attraverso il multilateralismo. Vediamo anche per l’UE l’accelerazione nel tentativo di differenziazione dei partner commerciali, dal Mercosur al Giappone all’India.
Per i federalisti si apre una grande riflessione, che rispecchia il dibattito sulla situazione interna all’UE nella ricerca di geometrie variabili che, secondo pragmatismo, permettano di fare avanzamenti concreti su difesa, fiscalità, energia: riuscire a evitare l’eccessiva frammentazione delle cooperazioni che manchino l’obiettivo di costruire un nucleo politico inedito sul piano internazionale, che abbia interesse e forza per portare avanti una visione di governo del mondo ancorata a un impianto valoriale credibile.
Giorgia Sorrentino

