Essere federalisti europei non significa dimenticarsi di come viene resa e raccontata la storia delle culture politiche di un Paese. Ecco allora che una riflessione su un recente programma di seminari che la Camera dei deputati ha organizzato, e che dureranno fino a novembre, diventa occasione per domandarsi quanto conta la «tradizione» costituente, della quale il federalismo europeo fa parte a pieno titolo.
La sera del 31 dicembre ho ascoltato con attenzione e interesse il discorso di fine anno del presidente Sergio Mattarella e in particolare ho apprezzato l'attenzione a una ricorrenza storica che occuperà tutto il 2026 e cioè gli ottant'anni dell'Assemblea Costituente, scelta con le elezioni del 2 giugno 1946.
Francamente, però, non mi aspettavo la declinazione piuttosto originale che è stata fatta dalla Camera dei deputati per celebrare la ricorrenza, organizzando un ciclo di seminari dal titolo “Culture politiche e Assemblea Costituente”. Gli incontri, che sono cominciati il 12 febbraio e andranno avanti fino al 18 novembre, prevedono un format fisso: due politici, prevalentemente un politico e uno storico o una persona con specifiche competenze storiche, che dialogano con un giornalista. A febbraio ci sono stati i primi due incontri. Quello di apertura, lo scorso 12 febbraio, su “La nascita della Repubblica nei lavori dell'Assemblea Costituente”, ha avuto l’introduzione del Presidente della Camera Lorenzo Fontana e gli interventi del politico Luciano Violante, dello storico (e politico) Gaetano Quagliariello e della giornalista Flavia Perina. Poi è seguito, il 19 febbraio, un secondo incontro sulla “cultura cattolica”, che ha visto Maria Pia Garavaglia e lo storico Agostino Giovagnoli in dialogo con Stefano Folli.
I prossimi incontri saranno sulla “cultura comunista”, con Livia Turco, lo storico Silvio Pons e Antonello Caporale; la “cultura socialista”, con Claudio Martelli, lo storico Maurizio Degli Innocenti e la giornalista Alessandra Sardoni; un incontro tra Giorgio La Malfa, Maurizio Griffo, Mirella Serri sulla “cultura democratica (azionista)”.
Seguirà poi un incontro sulla “cultura liberale” con Luigi Compagna, Giovanni Orsina e il giornalista Nicola Porro e infine un incontro – l'ultimo – sulla “cultura conservatrice”, con Gianfranco Fini, lo storico e biografo di Leo Longanesi Andrea Ungari e Tommaso Cerno.
Niente da dire sulla scelta delle prime cinque “culture politiche”, anche se, detto en passant, mi piacerebbe sapere chi ha avuto la bella pensata di definire genericamente “democratica” la cultura politica del Partito d'azione, sottintendendo quindi che gli altri partiti avessero una “cultura democratica” meno solida. Forse si tratta di un fraintendimento che si può spiegare solo con il titolo della celebre storia del Partito d'azione di Giovanni De Luna, che si intitolava appunto “La rivoluzione democratica”.
Tuttavia, ciò che lascia davvero interdetti è la sesta “cultura” politica, quella “conservatrice” che, messa così, ha davvero poco senso. Mi spiego: se prendiamo il partito della Democrazia cristiana e il Partito liberale (PLI) troviamo sicuramente delle componenti «conservatrici» al loro interno; in particolare la Democrazia cristiana, candidandosi per il futuro a essere un “catch-all party”, un partito pigliatutto, più che inclusivo, era per definizione un contenitore in cui trovavano ospitalità anche frange molto conservatrici se non retrive, soprattutto in ambito meridionale. Lo stesso discorso, declinato in maniera più elitaria e non confessionale, vale per il Partito Liberale, che è conservatore per definizione, essendo l'erede orgoglioso della “Italietta” prefascista, oggetto preferito degli strali di Mussolini durante il regime. Anche il Partito d'Azione, peraltro, nella sua molteplice e variegata struttura presentava delle componenti liberalsocialiste che si muovevano apertamente verso una visione più incline alla conservazione che non alla “rivoluzione democratica”: il caso di Guido Calogero è abbastanza indicativo. Insomma, parlare di “cultura conservatrice” a sé stante è un nonsenso, perché nell'arco costituzionale la cultura conservatrice era sparsa un po’ a pioggia, dal centro verso la destra moderata. La destra estrema non c'era sia per motivi di ribrezzo verso i vincitori da parte dei reduci della Repubblica sociale italiana sia per motivi anche di organizzazione (il Movimento Sociale Italiano viene fondato nel dicembre del ’46 e quindi non avrebbe potuto prendere parte alle elezioni del 2 giugno neanche se lo avesse voluto).
A voler essere generosi si potrebbe includere tra i “conservatori” il Blocco nazionale della libertà, con 16 costituenti, che però per tanti motivi è riconducibile all'area liberale, visto che si tratta prevalentemente di monarchici che poi finiranno in parte all'interno del Partito liberale, in parte nella DC. Oppure si potrebbe prendere in considerazione la trentina di costituenti che vennero espressi dal Fronte dell'uomo qualunque, un partito populista e antipolitico ante litteram ma di certo non un partito conservatore.
Quindi la domanda resta: di quale cultura politica dovrebbe parlare Gianfranco Fini, classe 1952, una storia politica interamente all'interno del Movimento Sociale Italiano-Destra Nazionale, che ha una tradizione che non si può assolutamente ricondurre al conservatorismo, cosa differente e francamente anche più seria del reducismo nostalgico?
Quando il revisionismo lo fa lo Stato, ammantandolo di autorevolezza istituzionale, si sente subito un venticello strano.”
Sorge il sospetto in questi casi che si voglia fare un'operazione di revisionismo di Stato: creo una cultura politica aggiuntiva, alternativa a quelle già presentate, inedita, e ci costruisco intorno la testimonianza di un personaggio politico che traghettò il partito dei nostalgici neofascisti, afascisti, parafascisti verso una trasformazione prima in alleanza nazionale e poi in quello che vediamo oggi con il nome di Fratelli d'Italia. Questa, a prescindere dalle simpatie tra Meloni e Fini che sappiamo non essere travolgenti, è un'operazione assolutamente scorretta sia sul piano teorico sia sul piano storico sia sul piano politico e sociale, perché non si può parlare di una cultura conservatrice nell'Assemblea costituente dopo aver presentato la cultura cattolica e la cultura liberale, tirando fuori dal cappello della storia una cultura che c'entra a capocchia con quelle già elencate.
Lo si ripete per chiarezza: il revisionismo lo fanno gli storici. Oscar Wilde diceva che l’unico dovere che abbiamo nei confronti della storia è di riscriverla. Ma non di inventarla. Quando il revisionismo lo fa lo Stato, ammantandolo di autorevolezza istituzionale, si sente subito un venticello strano: un’aria di forzatura, un’idea di sdoganamento di quell'area nostalgica del post-fascismo che non si adatta a non essere stata parte del momento fondativo della Repubblica e rivendica una sua presenza per trasformare anche la sua storia. Sicuramente risulta più serio e coerente Giorgio Almirante: autore di vergognosi articoli razzisti durante il Ventennio, massacratore di italiani partigiani, considerava con algida degnazione le istituzioni repubblicane che lo ospitavano. I suoi nipoti oggi fanno la fila per essere riconosciuti come… non fascisti? Post fascisti? A-fascisti? No: conservatori.
Piero Graglia

