Anche una parte dell’elettorato conservatore degli USA guarda con crescente preoccupazione a una politica estera muscolare che tradisce le promesse di stabilità e prosperità fatte in campagna elettorale.

Osservare oggi gli Stati Uniti significa vedere una democrazia attraversata da tensioni profonde, politiche e sociali, che l’amministrazione Trump non ha attenuato ma aggravato. La scelta avventata di aprire un nuovo fronte militare con l’Iran, senza una chiara strategia politica e con costi economici già evidenti per le famiglie americane, si somma a un clima interno segnato da repressioni, polarizzazione e uso divisivo del potere federale. Crescono anche nel Congresso statunitense le contestazioni rispetto all’intervento contro Teheran e ai suoi effetti destabilizzanti. 

Le elezioni di medio termine del prossimo novembre rappresenteranno un passaggio decisivo. Esse mostreranno, con ogni probabilità, l’isolamento crescente di questa amministrazione e delle sue scelte. Un isolamento non solo internazionale, nei confronti degli alleati storici degli Stati Uniti, ma interno alla stessa società americana. L’aumento dei costi energetici, l’inflazione e l’incertezza economica stanno colpendo lavoratori, classi medie e imprese. Anche una parte dell’elettorato conservatore guarda con crescente preoccupazione a una politica estera muscolare che tradisce le promesse di stabilità e prosperità fatte in campagna elettorale. 

Da europei e da federalisti europei non possiamo limitarci a commentare quanto accade oltreoceano. Dobbiamo trarne una lezione strategica: l’Unione Europea non può dipendere in modo strutturale dagli orientamenti politici di Washington, qualunque amministrazione sieda alla Casa Bianca. L’alleanza transatlantica resta fondamentale, ma un partenariato vero esiste solo tra soggetti forti, autonomi e capaci di scegliere. Se l’Europa vuole contare nel mondo, deve rafforzare la propria autonomia strategica: nella difesa, nell’energia, nelle tecnologie critiche, nelle catene del valore industriali e commerciali, nella capacità diplomatica. 

Un ulteriore elemento di forte preoccupazione riguarda le politiche migratorie e l’azione dell’ICE, divenuta simbolo di un approccio securitario spesso incompatibile con i principi dello Stato di diritto e con il rispetto della dignità umana. Non si tratta di una questione marginale della politica interna americana: è un tema che è stato discusso formalmente al Parlamento europeo, non soltanto in sessione plenaria, ma anche in una riunione specifica che ho organizzato congiuntamente con la Sottocommissione Diritti Umani. In quella sede sono emerse criticità rilevanti relative a detenzioni arbitrarie, uso sproporzionato della forza, separazioni familiari e insufficiente tutela giurisdizionale. 

Lo stesso clima di ostilità verso il diritto internazionale si riflette nelle gravi sanzioni imposte contro la Corte Penale Internazionale. Sto seguendo personalmente questo dossier, mantenendo contatti diretti con la Corte e avendo recentemente partecipato a una serie di visite istituzionali all’Aia. Colpire la Corte significa colpire il principio che nessuno debba essere al di sopra della legge. Per questo stiamo lavorando affinché l’Unione Europea attivi lo Statuto di blocco, così da tutelare l’attività della Corte, dei suoi giudici e del suo personale da misure extraterritoriali illegittime. 

Ma una ulteriore lezione riguarda le nostre istituzioni: l’Europa non può pretendere di essere una potenza democratica e geopolitica del XXI secolo restando bloccata da meccanismi decisionali pensati per un’altra epoca. Lo diciamo da tempo come federalisti europei: servono più integrazione politica, più capacità d’azione comune, più democrazia sovranazionale.

Per questo è grave che le proposte di riforma avanzate dal Parlamento europeo dopo la Conferenza sul Futuro dell’Europa siano rimaste sostanzialmente lettera morta. Quelle proposte, approvate dall’Aula di Strasburgo, hanno attivato la procedura di revisione prevista dall’articolo 48 del Trattato sull’Unione europea. Si trattava di un passaggio storico: superare il voto all’unanimità in settori chiave, rafforzare le competenze comuni, consolidare il ruolo del Parlamento europeo, rendere l’Unione più efficace e più democratica. 

Eppure, i governi nazionali hanno scelto l’immobilismo. Hanno rinviato, rallentato, ignorato. Oggi ne paghiamo le conseguenze. Paghiamo ritardi nelle politiche industriali comuni, nella sicurezza e difesa, nella gestione delle crisi internazionali, nella risposta alle pressioni economiche esterne. Paghiamo una frammentazione che indebolisce l’Europa proprio mentre il mondo diventa più duro e competitivo. 

La stagione trumpiana non protegge le economie, le rende più fragili. Non garantisce sicurezza, moltiplica i conflitti.

Ormai è evidente a tutti la contraddizione della destra sovranista europea. Gli stessi governi nazionali, che oggi invocano più capacità d'azione europea di fronte alle sfide globali, sono i medesimi che negli anni hanno sistematicamente bloccato ogni passo concreto verso una maggiore integrazione. Si appellano alla sovranità, ma si oppongono agli strumenti che la renderebbero tale. È una posizione insostenibile, e sempre più difficile da difendere di fronte ai cittadini. Lo dimostra, tra l'altro, quanto è accaduto di recente in Ungheria: la sconfitta elettorale di Viktor Orbán, che più di ogni altro ha usato le istituzioni comunitarie come bersaglio pur continuando ad attingerne le risorse, è il segnale che anche negli elettorati più esposti alla propaganda sovranista la retorica anti-europea ha un limite. I cittadini sanno distinguere tra chi costruisce e chi blocca. 

La stagione trumpiana dimostra che il ritorno dei nazionalismi non produce sovranità, ma disordine. Non rafforza i cittadini, li espone. Non protegge le economie, le rende più fragili. Non garantisce sicurezza, moltiplica i conflitti. L’Europa deve scegliere una strada opposta. Più unità invece che più divisione. Più democrazia europea invece che veti incrociati. Più investimenti comuni invece che egoismi nazionali. Più capacità di decisione invece che paralisi. 

Le elezioni americane di novembre parleranno agli Stati Uniti. Ma parleranno anche a noi. Se sapremo ascoltarle, ci ricorderanno che nessun equilibrio internazionale è eterno e che la nostra forza dipende anzitutto da ciò che siamo capaci di costruire, a partire da quei Paesi, da quelle opinioni pubbliche e da quei leader che saranno pronti a fare di più insieme. L’autonomia strategica europea è la condizione per difendere i nostri valori, i nostri interessi e il nostro modello sociale in un mondo instabile.

E senza il coraggio di riformare i Trattati e completare il progetto federale europeo, a partire da chi è pronto, questa aspirazione resterà incompiuta e il nostro continente verrà spartito fra le grandi potenze. È ora di avere coraggio e non perdere altro tempo.

Brando Benifei
(Presidente Delegazione del PE per le relazioni con gli USA)

  

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