La crisi migratoria nell’enclave spagnola in Marocco accentua gli scontri fra governi sull’immigrazione, con le divisioni nazionali che immancabilmente prevalgono sulle divisioni fra destra e sinistra. Ci potranno essere effetti a catena sulla Commissione?

A seguito dell’arrivo in massa a Ceuta dal Marocco di oltre 50.000 immigrati tra il 30 e 31 luglio, si è aperta una frattura tra alcuni Paesi della UE che rischia di avere pesanti risvolti politici. La situazione sta infatti mandando in pezzi la solidarietà europea, mettendo in discussione la libera circolazione all’interno della UE. La crisi che è sorta nei rapporti tra la Spagna e l’Italia ha dato il via alle rivendicazioni di Berlino, che ha fatto sapere di “non escludere il respingimento di migranti verso l’Italia e la Grecia” in applicazione del Seca (Sistema europeo comune di asilo) entrato in vigore il 12 giugno scorso. Questo perché il nuovo patto sui migranti consente al Paese di approdo finale di rimandare indietro i richiedenti asilo provenienti da Paesi terzi.

Ceuta (insieme all’altra exclave Melilla) si innesta in un più ampio contenzioso che coinvolge il Marocco, la Spagna e l’Algeria in relazione alla sovranità di Rabat sul Sahara Occidentale. Il Fronte Popolare, con il sostegno dell’Algeria, ne rivendica l’indipendenza e non riconosce la sovranità del Marocco che, dopo il ritiro delle truppe spagnole negli anni ’70 del secolo scorso, ha effettuato massicci investimenti nella regione. Vi è poi il ruolo degli USA, che già durante il primo mandato di Trump nel 2020 avevano riconosciuto la sovranità del Marocco sul Sahara ottenendo in cambio la sua adesione agli Accordi di Abramo. Arrivando così a siglare accordi commerciali con Israele con una ulteriore frattura all’interno del mondo arabo. A questi fatti, va aggiunto il recente riavvicinamento tra il governo spagnolo e quello algerino, che non è affatto piaciuto al Marocco e neppure all’Amministrazione Trump, la quale non vede di buon occhio il premier Sanchez e non perde occasione per attaccarlo.

Nelle schermaglie diplomatiche si inserisce così l’arrivo a Ceuta di una massa di immigrati che non è affatto casuale, ma, anzi, è stata organizzata per fare pressione sul governo spagnolo. Sia per ribadire che Ceuta e Melilla devono tornare ad essere territori del Marocco, sia per confermare di non apprezzare la normalizzazione dei rapporti commerciali e politici tra Madrid e Algeri. Nel mese di agosto, vi sono stati altri tentativi da parte di immigrati di raggiungere l’exclave di Ceuta, ma questa volta la polizia marocchina è intervenuta per respingerli in modo energico.

In questo scenario, dove vecchie ferite coloniali si frammischiano a contenziosi territoriali, si inserisce la pressione migratoria che ha gettato e getta nel panico l’intera Europa, ravvivando antiche paure, più immaginarie che reali. Poco importa, infatti, se gli oltre 50.000 migranti nel giro di 48 ore erano rientrati in massima parte in Marocco, perché respinti o perché impossibilitati a raggiungere il continente europeo: il timore di una “invasione incontrollata” ha riacceso le spinte sovraniste in tutta Europa, con gravi accuse al governo di Madrid a eccezione dei governi di Francia, Portogallo, Irlanda e Lussemburgo. Vi è stata una larga intesa tra governi di centro-destra e di centro-sinistra nel proporre regole stringenti contro l’immigrazione, accusando Madrid di favorire l’ingresso indiscriminato di irregolari. Inoltre, il governo italiano ha provveduto alla sospensione di Schengen per gli ingressi dalla Spagna che, a sua volta, ha replicato sospendendo Schengen per gli arrivi dall’Italia. Ma minacce di sospendere Schengen sono state avanzate anche dal governo socialista danese, siglando un accordo con quello italiano per irrigidire le politiche contro l’immigrazione. In questo contesto, governi di opposto orientamento politico hanno trovato una comune intesa, ricorrendo alla paura dell’immigrazione che porterebbe all’aumento dei crimini e al rischio di attentati. Dinanzi a crisi economiche e sociali che stanno investendo l’intera Europa, la via più semplice è trovare giustificazioni nell’immigrazione, generando paure che inducono legislazioni sempre più restrittive e repressive che a quel punto, però, valgono per l’intera società nel suo insieme: è una deriva populista che tende a limitare le regole democratiche. Sta accadendo in molti Paesi dell’Unione e negli Stati Uniti di Trump, ma la questione della difesa dei principi democratici meriterebbe un approfondimento ben più ampio di quando sia possibile fare in questo articolo.

Il tema dell’immigrazione, come quello della difesa, può trovare una risposta solo se l’Unione disponesse di una propria politica estera: non esistono soluzioni nazionali. L’immigrazione è una questione destinata a tormentare l’agenda politica per i prossimi anni. A nulla servono i goffi tentativi di proporre la creazione di hub per gli immigrati in Paesi terzi: impossibili da organizzare se poi si pensa di crearli in centro Africa (l’ipotesi è di crearne in Ruanda e Uganda), oltre ad essere umanamente deprecabili. Il governo italiano insiste a vantarsi degli hub in Albania (che peraltro ospitano un numero insignificante di migranti ad un costo insostenibile), un Paese terzo ancora per poco, dal momento che è candidato ad entrare nella UE a breve. Per risolvere un problema reale stiamo accettando l’assuefazione all’arbitrio, alla violenza e alla disumanizzazione di chi bussa alle nostre frontiere. Sarebbe utile avere in primis una seria politica estera per l’Africa da parte dell’Unione, nonché prevedere la gestione di flussi per regolarizzare da subito la posizione del migrante, a prescindere dal Paese di origine.

"La convergenza tra governi di segno opposto potrebbe avere ripercussioni anche nella vita politica della Commissione europea, che si basa su di un equilibrismo tra socialisti e popolari.”

C’è poi un punto che la recente crisi provocata a Ceuta ha messo in luce. Stiamo assistendo ad una convergenza tra governi di centro-destra e di centro-sinistra nel proporre regole più severe contro l’immigrazione, ma non nella prospettiva di una gestione e regolarizzazione, bensì in una forma che abbia caratteristiche di repressione oppure, nell’ottica di creare degli hub, per scoraggiare il migrante. E non vi è neppure la solidarietà tra Paesi con governi dello stesso orientamento politico, in particolare nell’area socialista, come nel caso del governo spagnolo e quello danese. Ma dinanzi a guerre, fame e miseria, un migrante preferirà sempre l’azzardo di una fuga verso la libertà, perché questa resta l’immagine che comunque dà di sé l’Europa. La convergenza tra governi di segno opposto potrebbe avere ripercussioni anche nella vita politica della Commissione europea, che si basa su di un equilibrismo tra socialisti e popolari.

In questo contesto, la crisi di Ceuta rischia di spostarsi direttamente a Bruxelles, come sta già accadendo nella gestione degli accordi di Schengen. Il fatto è che in questi mesi, per contenere le paure dell’opinione pubblica sobillata dalla destra europea, tanto governi di sinistra quanto quelli di centro stanno convergendo su politiche restrittive sui temi dell’immigrazione. La recente regolarizzazione di 500.000 immigrati in Spagna (in massima parte latino-americani nel Paese da oltre sei mesi e con regolare contratto di lavoro) ha provocato forti critiche al governo di Sanchez. Bisognerà vedere nei prossimi mesi – a seguito dell’esito delle tornate elettorali in Francia, Spagna e Italia – se e quanto i partiti di sinistra come quelli di centro sapranno reggere nel contenere le spinte sovraniste sul tema della immigrazione, anziché farsene paladini. A rischio vi sarebbe la sopravvivenza dell’Unione.

 

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