Mykhailo Fedorov, ex ministro della di fesa licenziato da Zelensky - Wikipedia

Kiev segna il passo su un nuovo tipo di guerra, basata su droni e produzione diffusa, invece che su grandi sistemi d’arma. I Paesi europei – che pure sono i principali finanziatori dell’Ucraina – sapranno imparare la lezione?

A più di quattro anni dall’invasione russa, il conflitto in Ucraina sta entrando in una fase molto diversa da quella immaginata nel 2022. Se i primi mesi della guerra avevano riportato al centro carri armati, artiglieria e missili strategici, oggi il vero laboratorio dell’innovazione militare si trova nei cieli e nei mari del Mar Nero, dove l’Ucraina ha sviluppato nuove capacità di attacco e difesa basate su droni, sistemi autonomi e produzione diffusa a basso costo.

La capacità di Kiev di colpire in profondità il territorio russo costituisce il fenomeno militare più significativo dell’ultimo anno. Attraverso droni a lungo raggio e sistemi sviluppati dall’industria nazionale, l’Ucraina è riuscita a raggiungere installazioni militari, depositi logistici, aeroporti e infrastrutture energetiche situate a centinaia o persino migliaia di chilometri dal fronte. Questa strategia ha costretto Mosca a redistribuire parte delle proprie difese aeree, aumentando i costi del conflitto per il Cremlino e dimostrando come l’innovazione possa compensare, almeno in parte, l’inferiorità quantitativa.

Il Mar Nero rappresenta forse l’esempio più evidente di questa trasformazione. Pur disponendo di una marina incomparabilmente più debole di quella russa, l’Ucraina è riuscita a mettere in crisi la Flotta del Mar Nero grazie all’impiego sistematico di droni navali, missili e nuove tattiche operative. Navi russe un tempo dominanti sono state costrette a ridurre la propria attività, mentre i droni marittimi ucraini hanno aperto una nuova fase della guerra navale, studiata oggi da numerosi Paesi europei e asiatici (Deutsche Welle, 2026).

Parallelamente, in Ucraina si è aperto un dibattito politico e militare sulle modalità di conduzione della guerra. Da un lato, emerge la necessità di mantenere il fronte e preservare le risorse umane; dall’altro, cresce la convinzione che l’asimmetria tecnologica, fondata su droni, attacchi in profondità e sistemi autonomi, rappresenti la via più sostenibile per contrastare una potenza economicamente e demograficamente superiore.

Lo scontro tra la dottrina tradizionale e quella orientata all’innovazione è diventato anche uno scontro politico tra il generale Oleksandr Syrskyi, capo delle forze armate dal 2024, e il ministro della Difesa Mykhailo Fedorov, promotore di una strategia fondata su droni, robotizzazione del campo di battaglia e guerra elettronica. Nel luglio 2026 Zelensky ha sostituito entrambi: Syrskyi con il generale Mykhailo Drapatyi, esponente di una nuova generazione di comandanti, e Fedorov con Yevhen Khmara, nel tentativo di ricomporre i contrasti tra ministero della Difesa e vertici militari.

Questi mutamenti dovrebbero indurre l’Europa a una riflessione profonda. Finora il dibattito sulla sicurezza europea si è concentrato soprattutto sull’aumento della spesa militare e sull’acquisizione di grandi sistemi d’arma, non sempre coronati da successo, come mostra la crisi del programma franco-tedesco FCAS. Si tratta certamente di esigenze reali, soprattutto nei settori della difesa aerea, antimissilistica e spaziale. Tuttavia, la lezione ucraina suggerisce che il problema non può essere affrontato esclusivamente attraverso programmi sempre più costosi e sofisticati.

L’Europa è già oggi il principale sostenitore finanziario e militare di Kiev (Ukraine Support Tracker, Kiel Institute, 2026).

La guerra ha infatti evidenziato una dinamica inattesa: spesso un drone che costa poche migliaia di euro obbliga l’avversario a utilizzare intercettori del valore di milioni. Questa asimmetria economica impone di ripensare le priorità industriali e strategiche europee. Accanto alle grandi piattaforme integrate occorre investire in capacità produttive flessibili, software, intelligenza artificiale, droni difensivi e sistemi autonomi aggiornabili rapidamente, puntando sulla velocità del ciclo innovativo.

"Avendo i Paesi europei preso il posto degli USA nel sostegno finanziario e militare all’Ucraina, si è ridotta la leva americana sui possibili piani di pace.”

L’esperienza ucraina mostra inoltre che la capacità di adattamento dipende dall’esistenza di una filiera industriale integrata, capace di trasformare rapidamente innovazione civile e ricerca militare in capacità operative. Proprio su questo terreno emergono i limiti europei. Gli Stati membri continuano infatti a operare attraverso sistemi industriali e programmi di armamento frammentati, con duplicazioni di investimenti e standard differenti. La costruzione di una vera difesa europea richiede quindi non solo maggiori risorse finanziarie, ma anche integrazione industriale e coordinamento strategico sovranazionale capaci di trasformare la spesa in capacità operativa (P. Andriulli, Il Federalista, 2026).

Da questo punto di vista, il sostegno europeo all’Ucraina è al tempo stesso il fattore trainante e il laboratorio della futura difesa europea. L’Europa è già oggi il principale sostenitore finanziario e militare di Kiev (Ukraine Support Tracker, Kiel Institute, 2026), avendo sostituito già dal 2025 il sostegno statunitense. Ciò ha ridotto la leva americana sui possibili piani di pace e ha offerto all’Unione l’opportunità di rafforzare la propria politica industriale della difesa, traendo lezioni dirette dall’evoluzione del conflitto e accrescendo la propria autonomia strategica.

Una lezione che il governo tedesco sembra aver ignorato. L’annuncio di un piano da 850 miliardi di euro entro il 2030 per finanziare il riarmo nazionale rischia infatti di produrre una spesa inefficiente e di indebolire i programmi industriali comuni. Inoltre, finanziando tale espansione a debito, Berlino entra in competizione con il resto dell’Unione nell’attrazione dei capitali, scaricando parte dei costi sugli altri Stati membri attraverso l’aumento del costo del debito.

In questo senso, il conflitto rappresenta un test politico a tutto tondo per il progetto europeo. Se gli Stati membri reagiranno individualmente e in competizione tra loro, la dipendenza strategica dall’esterno resterà inevitabile. Se invece sapranno trasformare il sostegno all’Ucraina in un processo di integrazione politico-istituzionale, la guerra potrà diventare il catalizzatore di quel sistema europeo di difesa articolato su più livelli (Moro, Verso la difesa europea, 2018) che i federalisti indicano da anni come il prossimo passo nel cammino verso l’unità europea.

 

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