La descrizione di una nuova strategia politica nel saggio di Sergio Fabbrini “Nazionalismo 2.0. La sfida sovranista all’Europa integrata.

Per i federalisti europei il confronto con il pensiero del professor Sergio Fabbrini, docente emerito di Scienze politiche e relazioni internazionali alla Luiss di Roma, da diversi anni è diventata una occasione di dibattito stimolante. Ecco perché il suo ultimo libro del 2025 “Nazionalismo 2.0. La sfida sovranista all’Europa integrata”, per Mondadori Università, è stato il centro di un webinar promosso dal MFE il 27 maggio scorso, nel quale, oltre all’autore, sono intervenuti Luisa Trumellini, presidente MFE a coordinarlo, oltre al Segretario Roberto Castaldi e Salvatore Aloisio, Professore aggregato UniMoRe. Fabbrini, con la consueta chiarezza, ha esposto su grandi linee il contenuto del suo libro edito dalla collana Università della Mondadori Editore.

La prima osservazione è stata quella sulla marginalità della forma del perfetto nazionalismo storico nella quale una singola nazione pretendeva di riuscire ad esprimere una compiuta governance puntando solo sulla capacità di azione esercitata dal solo ambito nazionale. L’ultimo esempio di questo tipo di nazionalismo, secondo il professor Fabbrini, è stato quello espresso nel 2016, con la Brexit. Nonostante la Gran Bretagna sia un perno fondamentale del Commonwealth, questa formula di nazionalismo storico 1.0 è però sostanzialmente fallita e comunque ormai sulla via del definitivo superamento.

Il confronto invece sul quale il docente emerito della Luiss ha sviluppato gran parte del suo saggio è come le forze politiche che, sostanzialmente, fanno capo ai leader Viktor Orban, Marine Le Pen e Giorgia Meloni stanno affrontando un nuovo tornante della storia politica con una tesi rinnovata del nazionalismo, che questa volta Fabbrini chiama Nazionalismo 2.0, con una accettazione di una parte primitiva della forma dell’aggregazione europea ma impedendo sostanzialmente che essa possa avere una evoluzione sul piano di una più stretta integrazione economica e politica.

Nelle sue 244 pagine Fabbrini sviluppa un percorso di ricerca invitando i ceti politici dirigenti, che hanno investito sulle strategie europee, a smettere di tenere la testa nella sabbia di fronte alla complessità che la stessa sfida del sovranismo pone al complesso della governance esistente ai vari livelli della Unione Europea. Su un punto l’autorevole docente è ancora rassicurante rispetto alla forza finora esibita dalle forze del sovranismo. Esse non hanno ancora ben chiaro come riuscire a mantenere il loro obiettivo di mantenimento di una soglia se pure minima di integrazione e le azioni di svuotamento che taluni dei loro comportamenti politici pongono in essere indebolendo, via, via, lo stesso asset istituzionale finora faticosamente costruito dall’Unione Europea.

A noi che giudichiamo il valore di questo libro, che interessa culturalmente il movimento del federalismo europeo, questa constatazione di incertezza sulle stesse strategie delle destre sovraniste in essere fa venire in mente la contraddizione intrinseca che il Nazionalismo 2.0 ha rispetto anche a quello storico. Se si teorizza una Europa a fascia larga senza alcun vincolo significativo dal punto di vista dei doveri economici e politici comuni come si pensa che questo sovranismo di debolissimo europeismo possa competere con i sovranismi forti di tipo semicontinentale degli USA o semi-imperialistici della Cina? Una Europa che funziona soltanto nell’accordo in seno al Consiglio dei Capi di stato e di governo della UE, senza maggiori poteri alla Commissione e una più alta capacità di efficace iniziativa legislativa del Parlamento Europeo, è destinata ad ampliare le difficoltà nel proprio percorso, con il rischio di ampliare quella zona di incomprensioni e caduta di credibilità che caratterizza – vedi anche il dato della partecipazione alle elezioni – l’attuale ciclo di vita dell’Unione Europea.

Fabbrini distingue però le diverse destre presenti in UE, sia per vocazione sia per tradizioni e interessi, pur assegnando a tutti e tre i gruppi presenti nel PE una complessiva volontà di costruire un’Unione Europea a bassa intensità, retrocedendo dal percorso intrapreso con i vincoli di Maastricht del 1992 e persino le visioni che fin dal 1957 avevano propugnato sia De Gasperi in senso europeistico sia Spinelli sul versante euro-federalistico. Se le destre sul modello del Front National della Le Pen in Europa continuano a perseguire un modello più tradizionale di nazionalismo, quelle legate a Viktor Orban mettono addirittura in discussione quella dimensione universalistica e cosmopolita che fa parte del fondamento ideale del Trattato per l’Unione europea. Fabbrini ricorda come la sottolineatura della prevalenza per l’Ungheria del primato del popolo magiaro finisca per costituire una grave violazione dei principi del diritto all’unione egualitaria dei popoli europei.

Nei confronti del gruppo europeo dei Conservatori e riformisti guidati da Giorgia Meloni il giudizio è più articolato. Anch’esso, infatti, svolge una funzione frenante sulla crescita degli obiettivi di maggiore coesione economica e politica dell’Europa, ma si è ritagliato uno spazio “cinico-politico” che sa sfruttare in modo parassitario eventuali vantaggi economici e finanziari che possono derivare nella propria autonoma governance nazionale, ma senza sapere sviluppare una politica di integrazione capace di ampliare le risorse e la governance europea sul piano di una europea come attore politico globale.

Il processo di progressiva disgregazione di una governance condivisa europea si è anche mostrata, nell’analisi del saggio di Fabbrini, in occasione delle “policrisi” che l’Europa ha vissuto negli ultimi quindici anni: dalla crisi dei debiti sovrani e dei derivati finanziari del 2008-2010, dalla emergenza migratoria nel triennio 2012-2014, dalla prima invasione della Crimea nel 2014 alla guerra contro l’Ucraina da parte della Russia nel 2022, alla crisi del Covid del 2020-2022 con una crescita di risposte di tipo nazionale rispetto alle quali gli organi europei hanno affrontato le risposte concedendo largo spazio alle singole iniziative nazionali senza una replica ampia e coordinata dell’insieme europeo.

Questo è stato ed è un grosso rischio perché ha rafforzato le leadership nazionali fino al punto che anche nei summit dei vertici europei prevale ormai la tendenza a comunicare prima di questi incontri cosa intende fare il premier o il presidente del singolo governo nazionale e poi di ritorno cosa ha ottenuto la singola nazione dalla negoziazione all’interno del governo europeo. Fino al 2000 la comunicazione attendeva quali fossero le parole di sintesi che il Presidente della Commissione Europea formulava, ma oggi questa attesa sembra svanita. Evaporata dal ritorno delle prepotenti ragioni del nazionalismo.

Una risposta alla sfida sovranista-nazionalista negli ultimi dieci anni di vita dell’UE starebbe, anche secondo Fabbrini, nell’attuazione dei processi di riforma della governance europea, di cui la questione del voto a maggioranza in seno al Consiglio europeo costituisce tuttora una materia incandescente, ma anche un nodo gordiano finalmente da recidere. Serve comunque il sapere mantenere costante sull’unità europea un costante contributo di iniziativa politica e un’azione culturale presso tutte le cittadinanze insistendo sulle ragioni per le quali essere Europei continua ad essere la migliore risposte al mondo al desiderio di democrazia, libertà e pace fra i popoli.

 

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