La perdita della capacità interpretativa della realtà di una parte della società civile tradizionalmente intesa come progressista matura nell’intreccio tra planetarizzazione e digitalizzazione, in un mondo policentrico e iperconnesso in cui coesistono un vecchio ordine – quello antecedente alla “fine della storia” – e un ordine sovranazionale emergente, ma già in crisi. La “società del rischio” e la crisi dell’autorità epistemica alimentano il disallineamento strutturale tra la scala globale dei problemi e quella dell’impotenza delle istituzioni, producendo anche un vuoto simbolico: nel tramonto delle ideologie (e delle categorie collettive come quella di Occidente) si afferma lo storytelling che mercifica le identità senza mai costruire davvero delle storie condivise. Nello spazio digitale, l’“infocrazia” e il “capitalismo della sorveglianza” frammentano la sfera pubblica in bolle identitarie e naturalizzano l’eterodirezione del comportamento: l’esposizione selettiva dei contenuti e la polarizzazione minano i filtri morali, sostituendo la narrazione della complessità con il verosimile. La lingua del presentismo – emergenza, invasione, guerra – istituisce poi una grammatica dell’allarme che invade il dibattito pubblico manipolando la memoria e sostituendo la progettualità con il riciclo del passato mitizzato: rende residuale il ragionamento scientifico‑razionale, sovrarappresentando le teorie minoritarie o le “retrotopie” e la ricerca di facili capri espiatori su cui riversare la rabbia per le contraddizioni irrisolte.

La disintermediazione garantita dai social riduce i partiti a interfacce leader/follower, è così che la “democrazia del pubblico” premia il “partito professionale‑elettorale” che misura e costruisce consenso‑liquido tramite l’uso dei dati. La capacità di rappresentanza della politica si appiattisce, compressa nel ciclo perenne dell’emergenza che accresce il peso degli esecutivi e derubrica il dissenso ad atti di sabotaggio: oltre ad una relativa depoliticizzazione del policy‑making assistiamo al consumarsi di un leader e di un tema/spot dopo l’altro.

Nella difficoltà di immaginare il futuro si fomenta nella società tribalizzata e precarizzata una narrativa meritocratica che individualizza le responsabilità di fallimenti che sono in realtà sistemici. Le persone si sentono sempre più insicure, mentre i nazionalisti assecondano la trasformazione della domanda di sicurezza sociale in richieste repressive: le uniche a cui hanno gli strumenti per dare una parziale risposta. La retorica dell’ordine normalizza misure eccezionali senza ridurre in nessun modo l’insicurezza, spingendo poi anche segmenti progressisti ad adottare questi frame securitari con un aggravarsi dell’erosione della propria scarsa credibilità. In alternativa, il mondo progressista risponde proponendo una gestione tecnocratica delle aree di policy o lascia il campo dell’immaginario condiviso, riducendosi così ad un’inefficace lotta razionale di salvaguardia e di “resistenza” delle conquiste passate. È anche per questo che sono impreparati a rispondere alla mercificazione dello spazio pubblico: i brand occupano il vuoto valoriale lasciato dal deserto post-ideologico e l’etica stessa è tradotta in possibilità di consumo (green/pinkwashing); il cittadino si trasforma in consumatore morale, oscillando tra appartenenze volatili e personalizzazione dell’impegno. L’attivismo a intermittenza si frammenta così in life‑politics e in azioni single‑issue/single‑event, con struttura organizzativa agile e ridotta. L’associazionismo tradizionale, sempre più isolato nella competizione per micro‑rendite di posizione, degenera agli occhi della cittadinanza in affare per addetti ai lavori.

In sintesi, mancando le istituzioni adeguate alla scala dei rischi planetari, la società civile progressista arretra sul terreno interpretativo, intrappolata nei limiti dell’internazionalismo (vedi i sindacati), oscillando tra riflessività cosmetica e gestione dell’esistente. In una difesa impossibile dello status quo o incapaci di raccontare il domani (è più facile delineare una catastrofe) i corpi intermedi perdono la funzione di traduzione tra domanda sociale, conoscenza/coscienza di massa e decisione politica. Il risultato è una crisi di legittimazione cumulativa: senza una bussola o un lessico per la complessità, la società civile ha smarrito il proprio ruolo di produttore di senso, lasciando spazio a semplificazioni manichee, depoliticizzazione e retoriche securitarie che colonizzano una sfera pubblica in mano ai nazionalisti. Loro sì che hanno un’efficace lettura del presente perché dà un riferimento chiaro alle persone, interpreta le loro vite e fornisce un riferimento identitario e risposte a buon mercato dalle life choice alle relazioni internazionali.

 

  

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