Le principali sfide che affronta oggi l’UE nel disordine mondiale, nell'analisi del corrispondente Rai a Bruxelles Donato Bendicenti.

Per Rai libri è in libreria Al centro della tempesta, che Donato Bendicenti ha realizzato grazie all’esperienza di responsabile della Sede di corrispondenza Rai di Bruxelles e alle attività di analista, giornalista parlamentare e di inviato speciale.

Bendicenti ha dedicato il suo lavoro al recupero di “coscienza” dell’Europa, abituata come è stata per lunghi decenni, a “sentirsi” al centro dello scenario geopolitico mondiale. E si è posto una domanda: questa nostra Europa troverà la forza di rimanerci? Quando si smette di essere al centro della storia ci si ritrova al centro della tempesta. Il volume, che si apre con la prefazione del ministro degli esteri Antonio Tajani, è articolato in tre parti; tre prospettive esaminate, davanti al valzer di un mondo che cambia, a partire dallo scombinamento dell’equilibrio globale con la guerra scatenata dalla Russia nei confronti dell’Ucraina e l’elezione alla presidenza americana di Donald Trump. Ma non solo.

Nel prologo Bendicenti ci offre anche la “lezione” da giornalista, illustra il “mestiere” del corrispondente, fatto di avvenimenti in continuo divenire dove bisogna stare sempre pronti. Come nel caso di uno di quegli avvenimenti che aprono a scenari a volte impensabili e politicamente coinvolgenti: tra questi, l’attentato a Trump del 13 luglio 2024 e la riconferma di Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione europea, avvenuta quattro giorni dopo.

Nel mezzo del libro ci siamo noi, l’Unione Europea, “il più grande mercato unico al mondo, cuore della civiltà occidentale, culla della democrazia, dello stato di diritto, della rivoluzione industriale, del metodo scientifico…”. La tempesta – scrive Bendicenti – è tutto il resto! Gli USA da una parte e la Cina dall’altra, i “centri” del mondo. “Due giganti che si contendono … lo scettro dell’egemonia politica universale. In questo scenario “non solo l’Unione europea” (per errori, litigi, debolezze) “non riesce a prevalere, ma nemmeno … a partecipare”. La dialettica, come emerge bene dalle pagine di Bendicenti, “tra l’ordine (mondiale, perché limitato, in questa accezione, all’ambito geopolitico) e disordine (globale, perché esteso non solo ai rapporti tra le nazioni, ma a ogni aspetto strutturale e sovrastrutturale del nostro tempo) ha attraversato la storia dell’Occidente”. In questo contesto c’è da chiedersi quale sia il problema principale del discorso: il sistema delle relazioni internazionali, si/ci chiede Bendicenti, “è un ordine o un ordinamento?”. Nell’ordinamento internazionale manca un soggetto che detiene il monopolio della forza, “un’autorità capace di irrogare materialmente le sanzioni che le norme comminano, un ente, insomma, riconosciuto come realmente sovraordinato rispetto ai consociati”. La forza è detenuta dai singoli Stati, e la esercitano considerando propri bisogni economici, strategici e militari, e dove le “fonti del diritto” hanno ragione negli ordinamenti nazionali, ma nelle relazioni internazionali, “le dinamiche che le governano … hanno in buona parte natura extragiuridica, se non addirittura antigiuridica”. Bendicenti, quindi, non parla di ordinamento ma di ordine. Come la “pace”, uno stato non permanente, un “intervallo di calma”, dove la contraddizione, principio della competizione, è il sale del mondo. Questa contraddizione è il problema e la sfida: quel bilanciamento da ricercare continuamente tra il “dover essere” (l’idealità) di un mondo privo di violenza, e l’”essere” di una realtà storicamente formatasi, dove la forza militare è irrinunciabile per l’affermazione delle ragioni di Stato.

Ci siamo abituati a fare i conti con l’orrore, da Birkenau alle Fosse Ardeatine, alla cancellazione della dignità umana. Giorno dopo giorno – scrive Bendicenti – in televisione, alla radio, sui giornali, sul web, è divenuto “una variabile endogena della nostra contemporaneità”. Abbiamo bisogno della Memoria, rinviando al compianto presidente Sassoli, un ammonimento alle giovani generazioni: si costruisce il nemico per “dimostrare di poterlo annientare”. La sedimentazione dell’orrore nelle relazioni internazionali (anche interpersonali) a partire dal 24 febbraio 2022, non deve trasformarsi in assuefazione.

Davanti alle rivoluzioni elettorali che si sono succedute in quello che è stato definito un “superbowl”, e in particolare, al rivolgimento geopolitico con nuovi leader, nuove idee e strategie e sensibilità, Bendicenti ci richiama alla riflessione suggerita da un editorialista del New York Times, Ezra Klein, che all’inizio del 2025 ha titolato: “Now is the time of monsters” (richiamando Gramsci, “il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri”). Molte cose che abbiamo dato per scontate negli ultimi 50 anni – dal clima ai tassi di natalità alle istituzioni politiche – si stanno sfaldando. E l’Europa in tutto questo? Dovremmo richiamare Mario Draghi: “non possiamo dire di no a tutto, altrimenti bisogna essere coerenti, e ammettere di non essere in grado di mantenere i valori fondamentali per cui questa Unione Europea è stata creata”. Cosa è meglio fare? “Fate qualcosa”, affermò Draghi; c’è bisogno di una scintilla che azioni gli ingranaggi della Storia, per evitare che si evochi da Dieci piccoli indiani il “and then there were none” [e poi non ne rimase nessuno, trad]. Al centro della tempesta, l’Unione Europea ha bisogno di interventi coraggiosi, unitari e urgenti, e ancora una volta è a Draghi che si rifà Bendicenti; la necessità di un debito comune europeo, per uno spazio fiscale aggiuntivo. Anche sapendo che ci vorrà tempo per raggiungere questo obiettivo è necessario concepire l’Unione come un’entità ontologicamente, ed esclusivamente, “migliorabile”.

Nello scenario della “tempesta” non manca un capitolo, quello dedicato allo scontro Israele e Palestina. L’innesco del 7 ottobre 2023 del raid di Hamas ha trascinato il mondo nell’apprensione di un altro conflitto che destabilizza un’area vasta. La geografia politica fa ancora i conti con il linguaggio della contraddizione. Quale sarà – si chiede Bendicenti – il ruolo, e lo spazio, della diplomazia? L’esempio che cita è quello del progetto europeo, il richiamo forte a ciò che “non è un incidente della Storia”, richiamando ancora Sassoli nel suo discorso del 3 luglio 2019 a Strasburgo. Davanti a trasformazioni violente della contemporaneità bisogna coniugare grande saggezza e massimo di audacia. L’Unione Europea davanti a questo dramma ha dimostrato saggezza: dall’assunto fondamentale “due popoli, due Stati”, l’Unione ha saputo (già dal gennaio 2024) entrare nell’emergenza umanitaria, nella necessità di una conferenza preparatoria per la pace, nella garanzia della ricostruzione di Gaza.

Il libro di Bendicenti, come nella speranza dell’autore, vuole essere “un minuscolo contributo a un dibattito gigantesco, una goccia in mezzo al mare … che cada nel giusto quadrante della sfera pubblica”.

 

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