L’accordo promosso da Amministrazione Trump e Paesi arabi concede una tregua (instabile) a Gaza. Potrà durare?
Il conflitto tra Israele e Hamas, iniziato con l’attacco del 7 ottobre nel sud di Israele, sembra aver trovato una fragile soluzione. Dopo due anni di ostilità sulla Striscia di Gaza, con la popolazione allo stremo e decine di migliaia di morti, il piano per l’interruzione delle operazioni militari – previsto per tappe e mediato dall’amministrazione americana e diversi attori arabi tra cui l’Egitto e il Qatar – ha visto l’approvazione di un cessate-il-fuoco da parte del governo israeliano nella Striscia di Gaza, con uno stop ai bombardamenti e il ritiro delle truppe israeliane entro una linea concordata.
Successivamente Hamas e Israele, sotto forti pressioni americane, hanno concordato la consegna degli ostaggi israeliani vivi e la riconsegna dei resti di coloro che hanno perso la vita in una finestra temporale di 72 ore. In cambio, Hamas ha richiesto la riconsegna di 2000 militanti dell’organizzazione detenuti nelle carceri israeliane. Il terzo punto qualificante dell’accordo è certamente l’apertura della Striscia agli aiuti umanitari, dopo il blocco degli stessi e gli scandali legati alla distruzione degli aiuti attraverso attori privati esterni e contractors. L’accordo prevede, dopo una finestra per lo sfollamento dei feriti, civili e militari, l’apertura del valico di Rafah per l’ingresso degli aiuti umanitari e, per successive tappe, la completa apertura, con sorveglianza congiunta, del valico verso l’Egitto.
Tuttavia, nonostante gli sforzi diplomatici, rimangono fuori dall’accordo alcune questioni-chiave: il primo elemento è il governo della Striscia di Gaza. È previsto, infatti, un governo tecnocratico retto da un comitato palestinese, i contorni dei quali rimangono, tuttora, piuttosto opachi. Sullo sfondo vi è il destino di Gaza, ma anche il destino della Cisgiordania, dove, dopo quasi tre decenni dagli accordi di Oslo, la potestà dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) si è erosa a beneficio non solo delle autorità militari israeliane, ma anche del processo costante di colonizzazione che, da decenni, impedisce l’attuazione degli accordi internazionali e con essi la costruzione dello Stato palestinese. Sono, infatti, da chiarire le strutture politiche e istituzionali che reggeranno la costruzione del governo della Striscia e il ruolo, diretto o indiretto, a cui sarà chiamata l’Autorità Nazionale Palestinese, in crisi da oltre un decennio. Un governo tecnocratico, gestito al di fuori del perimetro dell’ANP, composto anche da membri degli Stati arabi della regione, nonché dall’Egitto, rischierebbe di eroderne ulteriormente la legittimità.
Altro elemento è il ruolo di Hamas, del quale è previsto il disarmo e al quale è assegnato, in via del tutto transitoria, il ruolo di controllo di sicurezza nella Striscia, in attesa della costituzione di una forza internazionale di peace-keeping e di peace-enforcing, della quale, al momento, non sono chiari né il ruolo né i suoi componenti. Non è chiaro il destino di Hamas (branca della Fratellanza Musulmana), considerata un’organizzazione terroristica da molti Paesi e che ha beneficiato per molti anni del sostegno qatariota e dell’ostilità dichiarata della maggior parte degli Stati arabi. Non è chiaro come e quando avverrà la consegna delle armi, così come non è chiaro (perché largamente imprevedibile, al momento), il suo ruolo nella vita palestinese nei prossimi anni. A preoccupare è anche il sostegno di Israele a gruppi antagonisti di Hamas nella Striscia. Tra questi vi sono anche pericolosi gruppi salafiti con i quali Hamas si è già scontrata nelle scorse settimane. Il ruolo di tali forze rimane uno degli elementi più preoccupanti nel quadro politico del conflitto.
Un’altra incognita è il ruolo stesso di Israele. Negli ultimi giorni di ottobre, si registrano diverse violazioni della tregua da parte delle forze armate israeliane. Se al momento il governo israeliano ha attuato il piano americano per il congelamento del conflitto, rimangono resistenze nella sua maggioranza sia nella Knesset sia nel Governo, dove i partiti religiosi spingono per una soluzione militare. In questo quadro, il completo ritiro da Gaza e l’accettazione di una forza internazionale quale garante di sicurezza nella Striscia appaiono una prospettiva di cui non è chiaro stabilire i contorni.
Ad ogni modo, si è aperto un forte dibattito interno nella società israeliana sul sette ottobre e sulle sue cause e conseguenze, nonché sul conflitto a Gaza e sulla sua natura, in un contesto dove molti sono i traumi vissuti da Israele e, da più parti, si chiede un ritorno alla normalità e una soluzione politica della questione palestinese in uno scenario di reciproca convivenza. È una chiamata alla responsabilità che investe tutta la classe dirigente e la classe politica del Paese, alla quale difficilmente si potrà negare una risposta.
“Gli Stati Uniti, dopo una fase di ritiro strategico, sono tornati a giocare in Medio Oriente un ruolo primario, anche se non privo di ambiguità.”
Sullo sfondo rimangono anche le questioni di politica internazionale aperte con questo conflitto, in primis il destino degli accordi di Abramo. La pace a Gaza, il ritiro israeliano e, più in generale, la soluzione della questione palestinese sembrano essere diventate uno scoglio al completamento della definizione del quadro politico nuovo che l’attentato del sette ottobre aveva interrotto. Il secondo elemento è il ritorno nella scena mediorientale degli Stati Uniti che, dopo una fase di ritiro strategico, sono tornati a giocare un ruolo primario anche se non privo di ambiguità. Il terzo elemento è la valutazione del ruolo dei diversi attori. A partire dall’Egitto, che si è riservato un ruolo da broker importante nell’accordo. Gioca un ruolo sempre più rilevante anche la Turchia, capace di agire in diversi contesti in Medio Oriente (di per sé una caratteristica della politica estera dell’era Erdogan), nel Mediterraneo, ma anche in Europa con le diverse iniziative diplomatiche intraprese nella guerra in Ucraina.
In conclusione, è forse troppo presto per valutare l’accordo Hamas-Israele, il quale non è privo di opacità e si regge, in ogni caso, su una tregua militare. I suoi contorni sono ancora fragili: basti pensare ai saltuari bombardamenti, alla maggior parte degli aiuti ancora in attesa al valico di Rafah, al mancato completamento dello scambio tra le due parti di prigionieri e resti degli ostaggi. La comunità internazionale, gli Stati Uniti, i Paesi arabi, ma anche l’Europa (troppo lontana dai contesti in cui si decidono i destini del Mediterraneo, vitale per la propria sopravvivenza) dovranno esercitare la giusta pressione su Israele e Hamas al fine di consolidare il cessate-il-fuoco e stabilire una strategia di pace non solo per Gaza ma per i palestinesi tutti, sapendo che non esiste sicurezza senza mutuo riconoscimento ad esistere e senza il riconoscimento della dignità dell’altro.
Dopo quasi ottant’anni la questione arabo-israeliana merita una conclusione e, senza alcun dubbio, una pace duratura che possa risolvere le diverse questioni in campo. Il conflitto a Gaza ha aperto diverse ferite, aperto il dibattito nella stessa società israeliana e acceso un faro sulla questione palestinese nella comunità internazionale che neanche gli Stati Uniti hanno potuto ignorare. È necessario coraggio e perseveranza, nonché la forza delle istituzioni interne e internazionali, in un tempo in cui entrambe sono in crisi e, forse, hanno un’occasione per riaffermarsi in un contesto internazionale dove, più che in altri tempi, è necessario affermare la forza del diritto.

