Da federalisti dobbiamo sottolineare che l’indipendenza senza sovranità è velleitaria: per essere indipendenti, bisogna creare istituzioni che hanno una chiara investitura democratica.

Perché tanti propositi non compensano l’assenza di una visione federale.

Il Discorso sullo stato dell’Unione (State Of The European Union, da cui SOTEU) del 10 settembre scorso ha richiamato l’attenzione di analisti e commentatori principalmente per le numerose proposte che con esso sono state avanzate. Molte di queste sono state sottoposte a un vaglio assai attento per capire in quali tempi sono realizzabili e in che misura produrrebbero un vero rafforzamento dell’integrazione europeo. A noi però sta a cuore lo stato di salute del processo politico che può far evolvere l’Unione in senso federale. E il Discorso ci pare fornisca elementi preoccupanti. Ci ha restituito infatti l’immagine di una Presidente della Commissione politicamente debole e, cosa altrettanto evidente, perfettamente consapevole di esserlo. Von der Leyen ha infatti scelto di aprire subito con i tasti dolenti, nel tentativo di costruire basi credibili per un appello all’unità: del Parlamento e degli Stati membri. 

L’avvio non lascia spazio a dubbi: “l’Europa è in lotta”. Le numerose minacce esterne vengono usate come trampolino per evocare qualcosa che sta a metà tra una union sacrée e un arco costituzionale delle “forze democratiche pro-europee”. Un tentativo di esorcizzare (senza troppo riuscirci) il fatto che nel PE la maggioranza europeista sia sempre meno coesa e se possibile più inconcludente della stessa Commissione; e che anche il Consiglio mostri da parte degli Stati membri un sostegno incerto e scarsa consapevolezza del momento storico.

Un altro tratto distintivo della strategia comunicativa è stato il ricorso frequente all’emotività. Prima con un ragazzo rapito dai russi e rocambolescamente riunitosi alla nonna, poi con i bambini affamati di Gaza, infine con uno dei vigili del fuoco greci accorsi a dare man forte a quelli spagnoli contro gli incendi estivi. Tutto molto toccante, certo. Ma viene da chiedersi: davvero nel centro della democrazia europea non trovano spazio parole chiare e limpide per sostenere l’indipendenza ucraina, una gestione della crisi palestinese rispettosa del diritto internazionale e il valore di una protezione civile europea efficace? Serve proprio la “mozione degli affetti”, spesso presente nei discorsi di Von der Leyen?

Dopo l’appello unitario iniziale, il discorso si divide in due tronconi: una prima parte con spunti politici e programmatici di un certo interesse; e una seconda, che assomiglia più a un disordinato buffet di proposte, dove ognuno può trovare qualcosa di gradito, a patto di non guardare troppo da vicino.

Nella prima parte spicca il concetto di indipendenza: dal punto di vista della capacità di difesa, dell’azione politica, della proiezione diplomatica, sul terreno economico e tecnologico. Si tratta di un modo per meglio tutelare gli interessi dei cittadini europei e il sistema istituzionale democratico che fin qui ci ha accompagnato. Bene, dunque. Ma da federalisti dobbiamo sottolineare che l’indipendenza senza sovranità è velleitaria: o si creano istituzioni che hanno una chiara investitura democratica, capaci di mettere in pratica queste ambizioni, oppure restiamo sul terreno dei soliti programmi gestiti burocraticamente e incapaci di cambiare le cose (a meno di voler sostenere che il PNRR italiano, con il 30% del totale di Next Generation EU, abbia ottenuto grandi trasformazioni).

“La difesa dell’accordo tariffario con gli USA da parte di von der Leyen non nasconde il fatto che si tratta di un cedimento a Trump.”

Dopo un passaggio sull'uso delle risorse finanziarie russe sequestrate in Occidente per aiutare lo sforzo bellico ucraino, e uno sulle sanzioni contro ministri e coloni israeliani (in entrambi i casi proposte ancora da formulare e approvare), la Presidente ha difeso il (criticato) accordo tariffario raggiunto con gli Stati Uniti: ha affermato che è quanto di meglio si potesse ottenere in questa fase e che è un accordo che comunque consente di non perdere bruscamente l’accesso a uno dei singoli mercati più rilevanti per l’interscambio commerciale europeo. Ma si tratta pur sempre di un cedimento a Trump, come piuttosto candidamente ammesso da Antonio Costa: il prezzo da pagare per continuare a sperare di avere l'ombrello americano sulla sicurezza a Est e nel sostegno all’Ucraina. Un costo della non-Europa, di quello che - da decenni, anche quando tirava aria migliore - non si è voluto fare sulla difesa comune.

Questo passaggio, che alla debolezza della Presidente affianca la debolezza europea (gigante economico, ma nano politico), va letto insieme a quello in cui traccia una strategia che tende a creare nuovi sbocchi, negoziando accordi di libero scambio con l’America meridionale, il Messico, l’India. In pratica, l’Europa-giunco si piega all’ondata dei dazi, sperando di raddrizzarsi più avanti: ma l’idea che l’accordo dia un vantaggio comparato agli europei (perché altri partner commerciali hanno spuntato dazi più onerosi) ci sembra davvero l'argomento di chi deve accontentarsi delle disgrazie altrui per darsi un tono. Avrebbe senso solo se i leader europei trattassero questa situazione come temporanea, mentre cercano di raddoppiare gli sforzi per la propria autonomia.

La seconda parte del discorso, invece, è stata un caleidoscopio in cui ogni gruppo poteva scegliere quello che preferiva vedere: un po’ di aperture al commercio globale e insieme la protezione degli agricoltori europei; un po’ di concorrenza, non senza dazi compensativi contro la concorrenza sleale. Il classico “ma anche” che se letto con attenzione rischia di far girare la testa, o di sentirsi presi in giro.

In conclusione, un discorso mediocre, senza slancio, e con una visione ampia ma non supportata da quei cambiamenti necessari a un cambio di passo. Incapace di presentare una visione alternativa dell’Unione Europea per affrontare i grandi stravolgimenti geopolitici ed economici e un panorama tecnologico in rapida evoluzione: a partire dal prossimo quadro finanziario pluriennale, privo di coperture sufficienti per le ambizioni mostrate. Per continuare con il rigetto dell’idea di un debito comune capace di finanziare progetti europei dove la frammentata spesa nazionale non può più arrivare.

Purtroppo, è tutto perfettamente coerente con la parabola della Commissione Von der Leyen II, bloccata dalla sensazione che possa bastare qualche graduale miglioramento per invertire la rotta e incapace di uscire come molti altri leader europei dalla propria comfort zone. Gesto che invece a noi appare l’unico modo per poter riprendere in mano il controllo della propria storia.

 

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