In questa edizione, riportiamo alcuni estratti di un saggio di Nicoletta Mosconi che analizza i limiti e i dilemmi irrisolti del pacifismo: si tratta di una riflessione critica che non si limita a denunciare le singole guerre, ma interroga le strutture politiche e culturali che le rendono possibili e, in certa misura, inevitabili. Il saggio (pubblicato nel numero 3/2001 de Il Federalista) mette in discussione l’idea consolatoria di una pace affidata alla sola buona volontà, mostrando come la guerra continua a essere inscritta nel funzionamento stesso dei rapporti internazionali. Attraverso l’analisi del dilemma della “guerra giusta” e del rapporto irrisolto tra pace e giustizia, inoltre, invita a spostare lo sguardo dalle responsabilità contingenti alle cause profonde della guerra, indicando nella costruzione di istituzioni sovranazionali e democratiche l’unica prospettiva realistica per superare, e non solo condannare, il mondo della guerra.
Puntualmente, allo scoppio di una guerra risorge il Movimento pacifista. Questa coincidenza, contrariamente a ciò che si ritiene comunemente, non è «normale». Così come non è «normale» che i conflitti che mettono in moto la pubblica reazione del pacifismo nel mondo occidentale siano quelli che vedono coinvolti Stati dello stesso mondo occidentale.
In realtà, sia l’uno che l’altro fatto riflettono ciò che si potrebbe definire «lo scandalo del pacifismo», che da una parte ha bisogno della guerra in atto per rivendicare la pace (e una guerra in atto, in quanto tale, ha già mietuto le sue vittime), e, dall’altra parte, reagisce tiepidamente a quello stillicidio di conflitti che coinvolgono popoli «marginali», quasi fossero una parte di umanità di serie B. Nell’un caso come nell’altro, la guerra in sé non viene messa in discussione: vengono denunciate e stigmatizzate le singole guerre, che sono state e sono tuttora una costante presenza nei rapporti internazionali, e inevitabilmente questo fa del discorso sulla guerra un discorso di colpevolezza e innocenza, di bontà e malvagità. Si va cioè alla ricerca delle responsabilità «attuali», e il problema della persistenza del fenomeno, e quindi delle sue radici ultime, diventa marginale, coltivando così «il sogno di eliminare la guerra senza distruggere il mondo della guerra» (Mario Albertini, Cultura della pace e cultura della guerra, in Il Federalista,1984).
Questo atteggiamento è profondamente radicato nella situazione reale del mondo, in cui non esiste nessun meccanismo per impedire la guerra; ed è anche radicato nella constatazione che la guerra è stata uno strumento necessario per l’affermazione dei valori che via via sono emersi nel corso della storia. L’affermazione di un nuovo valore ha implicato infatti il sovvertimento di un ordine nel quale esso non era riconosciuto, e nel quale la cristallizzazione del quadro sociale corrispondeva a istituzioni da abolire e da sostituire con un nuovo assetto istituzionale (lo Stato di diritto, lo Stato democratico, lo Stato sociale), i cui meccanismi e strumenti di governo fossero adeguati alla progressiva realizzazione di quel valore. L’acquisizione storica di queste istituzioni ha contribuito alla trasformazione della condizione umana, fornendo agli uomini degli strumenti pacifici per la realizzazione di valori la cui affermazione era legata alla sfera della guerra. Ma se ciò è vero per quanto riguarda la gestione della realtà politico-sociale all’interno dei singoli Stati, ciò non vale ancora nel contesto dei rapporti internazionali, che è il contesto in cui si manifestano ancora gravi disuguaglianze e in cui prevalgono i rapporti di potere fra Stati sovrani, e quindi le prove di forza.
Se non tentiamo di fare qualche passo avanti nella comprensione delle radici della guerra, rimaniamo prigionieri di un dilemma da cui i pacifisti non sono mai usciti: il dilemma della guerra giusta. Essere pacifisti dovrebbe significare essere contro ogni guerra, ma, se per affermare la pace si deve prioritariamente affermare la giustizia, si deve mettere in conto come necessaria una guerra che abbia quest’ultimo scopo. D’altra parte, il concetto di guerra giusta è usato anche per denotare le guerre difensive. E se i due contesti nei quali il concetto viene usato si collegano fra loro nei fatti, ossia se è giusta la guerra degli oppressi contro gli oppressori, ma è anche giusta la risposta difensiva di questi ultimi, la conclusione che se ne può trarre è una sola: la guerra è una necessità che va accettata.
Siamo dunque di fronte a un problema insolubile? Oppure c’è una prospettiva che ci permetta di comprendere e affrontare il fenomeno della guerra per preparare le condizioni della sua definitiva abolizione? Certamente non basta denunciare la guerra e fare appello alla buona volontà degli uomini. Buona parte del Movimento pacifista ha assunto costantemente questo atteggiamento, ma esso «è forse più pericoloso di quello dell’incallito realista, che si preoccupa soltanto di evitare la guerra se può, e di vincerla se non può» (Lord Lothian, Il pacifismo non basta, 1986). È più pericoloso perché dà spazio all’illusione che la sfera della guerra sia al di fuori di quella della politica — e quindi del potere — e fa affidamento su una forma di volontarismo che, in quanto tale, esclude la possibilità di un controllo razionale dei fatti e dei fenomeni socio-politici. Non è volontarismo, invece, affermare la necessità di sottoporre alle scelte, e quindi anche alla volontà degli uomini, la sfera dei rapporti internazionali. «Solo la teoria del governo sovranazionale, ossia la conoscenza del fatto che si possono controllare i rapporti fra gli Stati, e del modo con il quale si può far cessare il loro cozzo, configura le relazioni internazionali come un processo fatto dagli uomini e sottoposto alle scelte degli uomini» (Mario Albertini, Il federalismo, 1993).
Questa risposta al problema della pace è nello stesso tempo la risposta al problema della giustizia. Questo valore, dopo che si è affermato storicamente con gli strumenti della guerra, ha potuto realizzarsi progressivamente (anche se in modo ancora incompiuto) all’interno degli Stati quando si è consolidata la sfera della statualità e sono stati introdotti meccanismi decisionali e di governo in grado di recepire e rispondere alle esigenze e ai bisogni che hanno fatto emergere il valore della giustizia. A livello internazionale, in assenza di un unico quadro statuale, e quindi di meccanismi decisionali e di governo che permettano di affrontare pacificamente e democraticamente le disuguaglianze, non si è ancora entrati nella fase della «realizzazione», e la giustizia sottostà alle ferree leggi del mondo della guerra. In questo mondo è impossibile superare il dilemma del pacifismo, mentre esso è destinato a trovare soluzione se ci si avvia verso la democrazia internazionale, attraverso l’unificazione federale di vaste aree regionali, fino all’unificazione mondiale. [...] La necessità di lanciare grandi piani di sviluppo delle aree arretrate, che è sempre più legata all’esigenza di sicurezza a livello mondiale, non può dunque essere disgiunta dalla necessità di creare aree di stabilità pacificate. Una politica responsabile dei paesi avanzati a favore della giustizia internazionale non può cioè limitarsi al trasferimento di risorse e investimenti, ma deve prioritariamente porre le premesse per la pace promuovendo un percorso parallelo di unificazione in quelle aree del mondo.
Il grande esempio che potrà dare una Europa unita, con la sua decadenza prima e la sua rinascita dopo la seconda guerra mondiale, è proprio questo. Gli aiuti americani e il parallelo sviluppo del processo di unificazione hanno permesso la pacificazione fra gli Stati nazionali europei e la loro rinascita economica. Se sarà creata la Federazione europea essa potrà acquisire l’indipendenza necessaria ad assumere a sua volta le proprie responsabilità verso il resto del mondo. Potrà fare ciò in un mondo ancora diviso, e dovrà dunque sottostare ancora ai principi della ragion di Stato che avrà superato al suo interno. Ma la sua storia, il suo dramma, che è anche il dramma del mondo, peserà certamente sulle sue scelte, così come la sua «identità politico-culturale, ormai elevata sino al livello della cultura politica dell’unità del genere umano» (Mario Albertini, L’identità europea, in Il federalismo, 1993) inciderà sulle sorti del mondo intero.

