I negoziati al palo e lo scacco diplomatico del controblocco di Hormuz: se il braccio di ferro tra USA e Iran è appena iniziato.
È notizia di poche ore fa [26 aprile, ndr] che l’ultimo turno di colloqui USA-Iran, che si sarebbero dovuti tenere tra l’ala pragmatica della Repubblica islamica, rappresentata dal Presidente del parlamento Ghalibaf e dal Ministro degli Esteri al-Araghchi, e gli inviati speciali USA Jared Kushner e Steve Witkoff a Islamabad, non avrà luogo, dal momento che le posizioni sono ancora troppo distanti.
I negoziati erano iniziati l’11 aprile scorso grazie all’intercessione diplomatica del Pakistan, quando il Vicepresidente USA J.D. Vance aveva incontrato una folta delegazione iraniana (composta di settanta persone), senza però ottenere alcun risultato concreto dopo una lunga maratona negoziale. Il secondo round si sarebbe dovuto tenere il 21 aprile, al termine della tregua di due settimane annunciata dal Presidente Trump, ma all’ultimo minuto era stato anch’esso disdetto a seguito del sequestro della nave cargo iraniana da parte della Marina USA. Nel frattempo, però, la tregua è stata prolungata da Trump indefinitamente, nella speranza che la Repubblica islamica, risentendo negativamente del blocco navale imposto sullo stretto di Hormuz, si decida a capitolare di fronte alle richieste americane. Un secondo canale negoziale diretto resta fragilmente aperto tra Israele e il Libano, nonostante le violazioni della tregua da parte di Tel Aviv, l’uccisione di oltre trenta persone dallo scorso 16 aprile e la pretesa israeliana di costruire una nuova buffer zone a sud del fiume Litani nel Sud del Paese, segnalata da una linea gialla in modo analogo a quanto avvenuto nella Striscia di Gaza.
I negoziati sono in stallo perché entrambe le parti ritengono di aver vinto il conflitto e mantengono posizioni massimaliste, che rendono ad oggi un compromesso impossibile. La Repubblica islamica pensa di aver tenuto testa a due attacchi militari congiunti israelo-americani in meno di un anno (la “Guerra dei dodici giorni” a giugno scorso e quella attuale), dimostrando la sua resilienza e la sua capacità di fronteggiare qualsiasi nemico esterno. Ritiene, inoltre, di essere uscita rafforzata dalla guerra, perché oggi detiene il controllo di una risorsa-chiave per il commercio mondiale come il Canale di Hormuz, da cui transitano circa il 20% del petrolio, del gas naturale e dei fertilizzanti mondiali, il cui blocco sta causando forti rallentamenti nelle catene di approvvigionamento globali e rialzi nei prezzi, soprattutto in Asia. Imponendo il riconoscimento della propria sovranità e il pagamento di un pedaggio a tutti i mercantili in transito nello Stretto, Teheran è anche convinta di poter recuperare parte dei capitali che si renderanno necessari alla ricostruzione degli ingenti danni di guerra riportati dalle infrastrutture chiave del Paese.
Oltre la sovranità sul canale, a livello economico, tra le principali richieste negoziali dell’Iran figurano lo scongelamento dei fondi patrimoniali iraniani detenuti all’estero, il pagamento di riparazioni di guerra da parte di USA e Israele e la revoca delle numerose sanzioni primarie e secondarie (nuovamente rafforzate nel 2018 dopo il ritiro USA dal Joint Comprehensive Plan of Action, ovvero l’accordo sul nucleare, e rafforzate dalla revoca della loro sospensione – le cosiddette “sanzioni snapback – da parte europea nel settembre 2025). È a livello politico e militare, però, che le richieste risultano ancora più ambiziose: l’Iran chiede infatti il ritiro delle forze militari USA dalle basi della regione, la cessazione degli attacchi (da parte di Israele) sulle sue milizie amiche (ed in particolare Houthi ed Hezbollah), il riconoscimento del diritto all’arricchimento dell’uranio per presunti scopi civili, la revoca di tutte le sanzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (n. 1696, 1737, 1747, 1803, 1835, 1929) ad oggi promulgate nei suoi confronti, oltre ad una garanzia ONU sui negoziati e una clausola di non aggressione da parte degli Stati Uniti.
Gli Stati Uniti, convinti a loro volta di essere la parte forte dell’accordo e di avere l’economia iraniana in pugno attraverso il controblocco navale imposto allo Stretto, hanno pronunciato richieste altrettanto intransigenti, soprattutto riguardo a una fine duratura del programma nucleare: vorrebbero infatti che l’Iran rinunciasse completamente all’arricchimento dell’uranio e siglasse un impegno internazionale permanente in questo senso, distruggesse le scorte nucleari (i famosi 440 kg di uranio già arricchiti al 60%) stoccate (e nascoste) sul suo suolo, rendesse tutto l’uranio arricchito (anche quello al 20%) agli USA e si aprisse ai monitoraggi dell’IAEA (International Atomic Energy Agency), permettendo a quest’ultima di ispezionare liberamente i suoi tre maggiori siti (Natanz, Isfahan, and Fordow) in piena trasparenza. Altre richieste da parte degli USA riguardano la riapertura dello Stretto di Hormuz, che dovrebbe rimanere un canale di navigazione gratuito e aperto al traffico internazionale, la rinuncia al sostegno delle sue numerose milizie regionali (tra cui Hezbollah e gli Houthi) e lo smantellamento dell’arsenale missilistico. Aspetto – quest’ultimo – che interessa soprattutto Israele.
Dietro lo stallo dei negoziati, però, si cela il vero “elefante nella stanza”: l’operazione “Furia Epica” certamente non ha prodotto il risultato che i suoi protagonisti – Israele e USA – si attendevano, ovvero il regime change: l’arrivo al potere, dopo la decapitazione della leadership e della Guida Suprema, di una classe dirigente più malleabile in stile Venezuela. Tuttavia, la valutazione strategica complessiva è ancora peggiore: l’attacco all’Iran non avrebbe raggiunto nessuno degli obiettivi secondari. Non solo non avrebbe diviso il regime al suo interno ma lo avrebbe indebolito solo marginalmente, essendo ancora capace di nuocere militarmente ai suoi vicini del Golfo e di attaccare con missili le navi in transito nello Stretto. Secondo i dati della Reuters, la marina e l’aeronautica iraniana – ovvero le forze militari convenzionali – avrebbero subito le perdite maggiori, mentre la “flotta fantasma” (meglio nota come lo “sciame di zanzare”) dei Pasdaran (i Guardiani della Rivoluzione), responsabile delle azioni di attacco e dirottamento nello Stretto, sarebbe ancora intatta e appena il 30% del suo arsenale missilistico sarebbe andato distrutto, mentre USA e Israele potrebbero trovarsi a breve a corto di scorte.
Il controblocco dello Stretto da parte della marina USA, facilitato dal rafforzamento dei suoi contingenti militari nell’area, grazie all’arrivo di una terza portaerei e alla concentrazione di 25.000 soldati, si sta però rivelando efficace nel soffocare l’economia iraniana: gli iraniani non potrebbero infatti continuare ad estrarre petrolio perché non possiederebbero sufficienti depositi per lo stoccaggio. Secondo alcune stime del Wall Street Journal, il blocco potrebbe costare all'Iran fino a 435 milioni di dollari al giorno. Tuttavia, l’Iran non è prossimo a cedere, perché l’impatto della mancata esportazione non si avvertirà a breve termine, essendo al momento compensato dal petrolio in viaggio verso i suoi mercati finali (si stima che l'Iran avesse 154 milioni di barili in mare a inizio marzo). Quest’ultima mossa potrebbe risultare vincente solo su un periodo di almeno tre settimane e possibilmente anche più a lungo, per poter strozzare un’economia iraniana in già grave difficoltà (con un’inflazione media annua al 40% e il 40% di povertà). Per far questo, però, gli Stati Uniti dovrebbero reggere alla pressione internazionale sulla riapertura di Hormuz e mantenere il blocco per un periodo considerevole fino a provocare un collasso economico interno. Tuttavia, il blocco di Hormuz causerà altre vittime collaterali. Tra cui i Paesi dell’Asia (fortemente dipendenti dal petrolio del Golfo), i Paesi poveri dell’Africa subsahariana (a loro volta fortemente dipendenti dai concimi prodotti nell’area), i Paesi del Golfo (impossibilitati a commerciare), oltre al malcontento dei cittadini USA e UE per l’impennata dei prezzi di energia, trasporti, farmaci.
È ovvio che, dopo l’errore di calcolo iniziale, gli obiettivi USA ridimensioneranno le loro richieste (hanno già rinunciato di fatto alla contrattazione sui missili balistici, definendoli un “problema regionale”), ma l’Amministrazione Trump non ha troppo margine negoziale sul nucleare, perché, dopo aver scatenato due guerre dopo il ritiro dal JCPOA, deve almeno dimostrare di poter strappare un accordo migliore. Da parte sua, nemmeno l’Iran possiede un ampio margine negoziale, perché non può rinunciare del tutto al programma nucleare, che considera ormai una questione di interesse strategico e di dignità nazionale, essendo stato attaccato due volte per questo motivo: un obiettivo di lungo periodo per cui, oltretutto, avrebbe investito circa 400 miliardi di dollari dal 1974 ad oggi.
Tuttavia, nonostante il costo politico del mantenimento del blocco, è probabile che esso continui, essendosi rivelato sicuramente lo strumento di pressione più efficace rispetto a qualsiasi incursione terrestre o riavvio di bombardamenti aerei. Infine, anche se il regime iraniano ha mantenuto la sua coesione interna e non mostra segni di cedimento, pur attraversato dalla frattura interna tra correnti pragmatiche (Ghalibaf, Presidente del parlamento) e oltranziste (Vahidi, attuale Comandante in capo del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica o Pasdaran), è pur vero che, su 93 milioni di cittadini, circa 80 milioni se ne sentono ostaggi e ora risentiranno pesantemente dell’impennata della disoccupazione comportata dalla guerra e del blocco. Non è, dunque, escluso che col tempo si apra un “fronte interno” per il regime, che dovrà moltiplicare i suoi sforzi per contenere il malcontento popolare, senza avere più i mezzi finanziari per alleviarlo. Il recente appello del presidente Pezeskhian alla popolazione a ridurre i consumi energetici non rappresenta che il preludio dei sacrifici che verranno esatti dalla popolazione: una società, quella iraniana, già in lotta aperta contro un regime che considera illegittimo, e contro cui la spallata finale – si spera – potrebbe venire proprio dall’interno.
Claudia De Martino

