
A poche settimane dalla sua scomparsa, dedichiamo la rubrica In Libreria al filosofo tedesco. Un’occasione per riprendere alcuni dei suoi testi più rilevanti per noi federalisti.
La riflessione di Jürgen Habermas si impone oggi come una delle chiavi più solide per interpretare la crisi dello Stato nazionale e le difficoltà di costruire nuove forme di legittimità politica in un mondo globalizzato. Il suo contributo teorico non si è limitato a descrivere una trasformazione in atto, ma ha individuato anche delle categorie normative capaci di orientare un possibile sviluppo politico del Vecchio continente. In questo senso, i concetti di “patriottismo costituzionale” (schematizzato in testi come Inclusioni dell’altro) e di “costellazione post-nazionale” (al centro della raccolta dei tre saggi contenuta proprio in La costellazione postnazionale) costituiscono due pilastri di un’unica diagnosi: la crisi del paradigma naziocentrico e la necessità di ripensare le basi dell’identità politica superando l’esclusivismo etnico-nazionale.
Habermas parte da una constatazione strutturale. Lo Stato nazionale, prodotto storico della modernità europea, non è più in grado di governare fenomeni che si muovono oltre i suoi confini. I mercati globali, le dinamiche migratorie, le sfide ambientali e l’interdipendenza rendono evidente lo scarto crescente tra la scala dei problemi e la capacità di agire delle istituzioni. Questo scarto genera una duplice crisi, di efficacia e di legittimità: gli Stati restano i principali depositari della sovranità democratica, ma appaiono incapaci di incidere realmente sui processi globali. Ne deriva una tensione che alimenta il ritorno di narrazioni nazionalistiche, le quali tuttavia si configurano come risposte meramente simboliche, incapaci di risolvere le drammatiche contraddizioni del presente in cui siamo immersi.
È in questo contesto che Habermas introduce la nozione di “costellazione post-nazionale”. Essa non indica la scomparsa dello Stato, ma la trasformazione della sovranità in una struttura multilivello. Il potere politico non è più concentrato in un unico centro, bensì distribuito tra diversi livelli istituzionali (nazionali e sovranazionali), in una rete di interdipendenze. L’Unione europea rappresenta il caso più avanzato di questa configurazione: non si tratta di uno Stato federale compiuto, ma di uno spazio politico in cui le sovranità si intrecciano e si condizionano reciprocamente. In tale quadro, la sovranità perde il suo carattere esclusivo e si relativizza e si ridefinisce come capacità condivisa di decisione e di intervento.
Questa trasformazione istituzionale in corso pone però un problema decisivo: su quale base costruire l’identità politica, una volta indebolita la coincidenza cittadinanza/nazione? La risposta di Habermas è il “patriottismo costituzionale”. Questo concetto nasce nel contesto del dibattito tedesco sulla memoria storica e sul rapporto con il passato nazista post Seconda Guerra Mondiale, ma assume rapidamente una portata generale. Habermas distingue tra identità culturale e identità politica, sostenendo che quest’ultima non deve fondarsi su elementi etnici, linguistici o storici condivisi, bensì sull’adesione a principi universali incarnati nelle istituzioni democratiche. Il patriottismo costituzionale è dunque una forma di appartenenza riflessiva. Non si basa su una comunità pre-politica, ma su un processo di identificazione con diritti, procedure e valori che possono essere condivisi da individui profondamente diversi per nascita, origine o per cultura. Libertà, uguaglianza, Stato di diritto e partecipazione democratica diventano il nucleo di una solidarietà civica capace di includere le pluralità senza annullarle. L’identità collettiva si costruisce così nello spazio pubblico, attraverso il dialogo e il confronto, in un processo continuo di apprendimento e di perfezionamento.
Questa prospettiva segna un passaggio dalle identità “convenzionali”, fondate su tradizioni e appartenenze date, alle identità “post-convenzionali”, consapevoli della propria costruzione e quindi aperte alla revisione critica. In questo secondo caso, gli individui e le società assumono responsabilmente il proprio passato, così possono costruire forme di appartenenza che non si radicano nella continuità etnica, ma nella condivisione di principi universalizzabili. Non si eliminano le identità culturali, ma si ricollocano in un quadro politico più ampio, fondato su norme comuni. L’Unione Europea rappresenta il banco di prova di questa intuizione che potenzialmente apre all’idea di pensare all’umanità come soggetto politico di una “democrazia cosmopolitica”. L’introduzione della cittadinanza europea ha già incrinato il legame esclusivo tra diritti politici e nazionalità, aprendo la strada a una concezione plurale dell’appartenenza. Tuttavia, la costruzione di un’identità europea resta incompiuta. Alla dimensione giuridica, fatta di diritti e istituzioni comuni, non corrisponde ancora una piena dimensione simbolica e politica. La difficoltà di sviluppare una solidarietà transnazionale evidenzia i limiti attuali dello stesso progetto europeo.
Habermas è riuscito ad individuare nel suo lavoro anche il nodo democratico di questa trasformazione. Le istituzioni sovranazionali soffrono di un deficit di legittimità, legato alla distanza tra processi decisionali e cittadini. Senza un rafforzamento della partecipazione e del controllo democratico, il livello post-nazionale rischia di apparire tecnocratico e distante. Per questo, la democrazia deve evolversi in senso deliberativo e continuo, superando la riduzione ai soli momenti elettorali e sviluppando forme di coinvolgimento pubblico che attraversino i confini nazionali. Andando oltre ogni forma di astrazione cosmopolita, con Habermas si propone la trasformazione delle comunità in progetto politico, ridefinendo il concetto di appartenenza e non fondandolo più su concetti storici, naturali o biologici ma su principi condivisi e continuamente rinegoziabili.
Ecco perché l’identità europea non può nascere dalla riproduzione dei modelli nazionali, né da un’improbabile omogeneità culturale innescata da un nuovo nazionalismo europeo, che rischia di essere oppressivo per le minoranze all’interno del Continente e aggressivo come l’ennesima forma di imperialismo all’esterno. La nostra identità condivisa può emergere solo come forma di solidarietà politica fondata su diritti, procedure e valori comuni. Tradurre Habermas in azione politica significa allora assumere fino in fondo questa sfida: costruire istituzioni capaci di incarnare principi universali e, al tempo stesso, generare uno spazio pubblico europeo in cui tali principi possano essere discussi, condivisi e rinnovati. Salvare l’Europa dalla crisi attuale rafforzandone i pezzi di sovranità, ricreando degli spazi di legittimità e completando, infine, il cammino del suo lungo processo costituzionale. Insomma, per rendere pensabile l’Europa, dobbiamo continuare a farla!
Giulio Saputo

