Riprendiamo tre articoli significativi apparsi sulla stampa nelle ultime settimane.
Sven Simon (relatore del progetto di riforma dei trattati approvato dal Parlamento Europeo nel novembre 2023) sottolinea sulla
FAZ che, nel contesto internazionale di oggi, serve un’Europa in grado di difendersi dalle grandi potenze. Serve cioè un’Europa federale.
Sul
Sole 24 Ore, Sergio Fabbrini – commentando l’esito delle elezioni in Bulgaria – ci ricorda le profonde differenze dell’esperienza storica dell’Europa orientale rispetto all’Europa occidentale.
Infine, in un’intervista al
Corriere della Sera, Vincenzo Camporini svela i forti interessi che tengono legati gli USA alla Nato. Ma ciò non toglie che gli europei devono farsi trovare pronti a ogni evenienza.

Perché l’UE deve essere riformata alla radice

di Sven Simon
(europarlamentare CDU/PPE,
Presidente Commissione Affari Istituzionali PE)

Frankfurter Allgemeine Zeitung, 09/04/2026

[…] L'ordine internazionale su cui si sono basati per decenni la sicurezza e il benessere dell'Europa non esiste più. Non è indebolito, non è in fase di transizione: è scomparso. Al suo posto si sta affermando un mondo fatto di strutture imperiali, politica di potere strategica e strumentalizzazione sistematica delle dipendenze. In questo ordine, non è l'uguaglianza formale a decidere, ma la capacità di agire politicamente se gli attori plasmano o vengono plasmati.
L’Europa si trova al centro di questa nuova realtà: troppo grande per essere ignorata, ma troppo frammentata per essere presa sul serio come potenza. In settori politici centrali – sicurezza, energia, tecnologia, industria e mercati dei capitali – la sovranità nazionale da sola non è più in grado di agire. […]

Forza federale anziché frammentazione nazionale

L’esperienza dell’Unione Europea lo conferma da tempo. Laddove l’Europa dispone di strutture federali di decisione e di controllo, è in grado di agire e di imporsi. Il mercato interno, la politica commerciale, il diritto della concorrenza e la politica monetaria mostrano cosa è possibile fare quando le responsabilità vengono concentrate e le decisioni prese in modo vincolante. Laddove invece l’Europa si aggrappa alla frammentazione nazionale, ne esce politicamente indebolita, messa l’una contro l’altra e dipendente da attori esterni.

Il coordinamento da solo non genera potere in questo mondo. Un ordine confederale rimane un insieme di veti nazionali. Ciò che dal punto di vista dei singoli Stati appare come una protezione, genera vulnerabilità nelle condizioni della concorrenza imperiale. Con la crescente dipendenza dalle importazioni di energia, dalle materie prime critiche, dalle catene di approvvigionamento globali e dalla tecnologia straniera, cresce il rischio strategico per l’Europa. Chi perde l’autonomia economica e di sicurezza, a lungo termine perde anche la capacità di difendere i propri valori. […]

L’UE deve essere riformata ora!

In primo luogo, è necessario un esecutivo europeo chiaramente responsabile dal punto di vista politico, le cui azioni siano attribuibili al Parlamento. La politica europea ha bisogno di responsabilità visibili, non solo di procedure efficienti. In altre parole: la Commissione europea deve diventare politicamente eleggibile e destituibile.

In secondo luogo, il Parlamento europeo deve essere sostanzialmente rafforzato, in particolare attraverso un vero e proprio diritto di iniziativa legislativa – non principalmente per creare nuove leggi, ma per poter proporre autonomamente quali leggi europee esistenti debbano essere modificate, adeguate o abrogate. La responsabilità politica senza un potere decisionale autonomo rimane incompleta. Proprio la capacità di correggere decisioni strategiche errate è finora mancata, ma è fondamentale per l’accettazione democratica.

Il caso Bulgaria. Notizie dal fronte orientale dell'Europa

di Sergio Fabbrini

Il Sole 24 Ore, 26/04/2026

Qualche giorno fa si è concluso il Consiglio europeo informale (dei capi di governo dei 27 stati membri dell'Unione Europea – UE – più il presidente dell'Ucraina) tenutosi a Cipro. Finalmente, è stata sbloccata la decisione di trasferire a Kiev un prestito di 90 miliardi di euro, senza il quale l'Ucraina non potrebbe resistere alla aggressione russa, decisione precedentemente bloccata dal veto del non-più premier ungherese Viktor Orbán (che aveva bloccato anche il ventesimo pacchetto di sanzioni nei confronti della Russia). Dunque, tutto bene sul fronte orientale dell'Unione europea (Ue)? Non proprio.

Il sospiro di sollievo generato dalla sconfitta dell'autocrate ungherese non è durato molto. In Bulgaria, domenica scorsa, un altro autocrate, Rumen Radev, ha vinto le elezioni parlamentari, diventando così il nuovo premier del Paese, dopo esserne stato il Presidente della Repubblica.

Radev è un critico dell'Ue, anche se il suo Paese ha ricevuto da quest'ultima (bilancio 2021-2027) ben 17 miliardi di euro. Radev è contrario ad aiutare l'Ucraina e sostiene con forza la Russia di Putin. […] Nuovi veti sono in arrivo. Da tempo, vi è un diffuso e sistematico slittamento, nella parte orientale dell'UE, verso forze nazionaliste e autoritarie (e spesso russofile). Per molto tempo si era ritenuto che, con gli aiuti economici, i Paesi dell'est "sarebbero divenuti come noi". Bastava cambiare la struttura economica e una nuova sovrastruttura culturale sarebbe emersa. Il trionfo di Karl Marx. I modi di pensare e sentire, tuttavia, non sono mai un puro derivato della logica economica.

Nonostante i finanziamenti ricevuti, infatti, nei Paesi dell'est è montato un risentimento nei confronti dei Paesi dell'ovest, oltre che una critica rabbiosa delle istituzioni di Bruxelles. […] Mentre i Paesi dell'ovest si erano impegnati a creare un intenso web di interdipendenze economiche, sociali e culturali tra di loro, i Paesi dell'est si sono invece impegnati a ricostruire il loro stato nazionale, dopo mezzo secolo di dominazione "internazionalista" dell'Unione Sovietica. Obbligato ad imitare l'Ovest, l'Est si è ribellato. Come ci si ribella ad un impero, per dirla con Jan Zielonka.

[…] Certamente, l'allargamento dell'UE è stato necessario, per ragioni geopolitiche e geoeconomiche. Tuttavia, non avendo considerato la differenza strutturale tra le due parti dell'Europa, l'esito dell'entrata di ben nuovi 13 Paesi è stato la paralisi delle istituzioni dell'Ue. Una paralisi che ha favorito gli avversari dell'UE, abili nel bloccarla denunciandone contemporaneamente la disfunzionalità. Come sostenne più volte Orbán, con l'allargamento saranno i Paesi dell'est a contaminare quelli dell'ovest e non viceversa. […]

«Il tycoon uscirà dall'Alleanza? Non lo può fare, ma noi dobbiamo essere pronti»

Intervista al generale Camporini

di Fabrizio Caccia

Corriere della Sera, 26/04/2026

Generale Vincenzo Camporini, 79 anni, ex capo di stato maggiore della Difesa, la inquietano le ultime parole di Donald Trump sulla Nato? «Quali, scusi? Perché, in realtà, ciò che mi preoccupa di Trump è che non si sa cosa penserà tra due minuti».

Ci riferiamo alla mail segreta del Pentagono in cui si ipotizza la sospensione di Madrid dalla Nato perché la Spagna non ha concesso le basi per l'operazione Epic Fury contro l'Iran… «L'ossessione di Trump contro la Nato è senza logica: a parte che nel Trattato dell'Alleanza non è prevista alcuna procedura di espulsione per un Paese membro, perciò si sta discutendo del nulla. Ma poi da sempre, dai tempi della Guerra Fredda, la Nato è strategica per gli Usa come per l'Europa. Trump continua pure ad accusare gli europei di essere free rider, giusto? Di non pagare abbastanza, di fare i "portoghesi". Se ne parlava già negli anni Sessanta-Settanta, è un vecchio dibattito sterile».

Perché? «Perché gli Usa, oggi come allora, hanno interessi globali, i Paesi europei invece li hanno regionali, perciò bisogna che Trump tenga conto di questo quando solleva la questione del burden-sharing, la condivisione dell'onere. E poi volete sapere quanto contribuiscono gli Usa alla manutenzione dello Shape, il complesso sistema di comando e controllo della Nato con sede in Belgio? Loro contribuiscono per il 15 per cento, appena il doppio dell'Italia. Cioè, loro soli finanzierebbero la Nato? Beh, la finanziamo anche noi».

E se Trump abbandonasse la Nato? «Un'opzione che non esiste: secondo la legge americana il presidente per decidere questa cosa deve avere i due terzi del Senato a favore e lui questa maggioranza non ce l'ha. Poi, se volesse davvero forzare le norme, noi potremmo sempre farci trovare preparati e occupare le posizioni lasciate dagli Usa, per esempio al comando di Shape. Non è impossibile».

[…]

Ma [Trump] intanto potrebbe decidere di chiudere le sue basi in Spagna, in Italia… «La potenza degli Stati Uniti si esplica attraverso la dislocazione delle loro basi. Chiuderle sarebbe un'opera di autocastrazione a cui non credo».

Potrebbe dislocare le sue truppe, ipotesi, dall'Italia al fianco est dell'Europa. «Sì sulla carta potrebbe fare tutto, ma non è che le truppe si spostano su Booking, come quando cerchi un albergo. E poi non credo che l'Ungheria, anche dopo Orbán, sarebbe disposta a vedersi arrivare 50 mila soldati americani. Non decide Trump: i Paesi della Nato possono sempre dire di no».

E se decidesse di vendere i materiali per la Difesa solo agli alleati «buoni» a discapito di quelli «cattivi»? «Se lo facesse con noi? Meglio, sarebbe uno stimolo in più per sviluppare le nostre tecnologie».

Ha fatto bene il governo italiano a non concedere la base di Sigonella ai bombardieri americani? «Certo, la guerra con l'Iran non è la nostra guerra, noi ne siamo solo vittime».

[…]

 

L'Unità Europea

Giornale del

MovimentoFederalista Europeo

Edizione a stampa
Codice internazionale: ISSN 1825-5299
Catalogazione e disponibilità: Catalogo ACNP

 

Edizione online
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