Dal “wir schaffen das” di Merkel alla lettera dei 22 su Ceuta, ne è passata di acqua sotto i ponti. Eppure, qualcosa non è mai cambiato.
Il 22 settembre 2015 sembrava l’inizio di qualcosa di nuovo. Per la prima volta, il Consiglio Affari Interni dell’UE adottò una decisione in materia di immigrazione non all’unanimità ma a maggioranza. La questione del contendere era il ricollocamento di 120mila migranti arrivati in Italia, Grecia e Ungheria. I governi contrari erano dell’Europa orientale: Repubblica Ceca, Slovacchia, Romania e Ungheria (nonostante quest’ultima fosse “beneficiaria” della decisione). La prima volta di questo voto arrivava dopo settimane in cui non si parlava d’altro che di migrazioni. Mentre la rotta balcanica era al suo picco, Merkel in Germania aveva aperto le porte ai rifugiati siriani, pronunciando il 31 agosto le famose parole “wir schaffen das”. Il 9 settembre, l’allora Presidente della Commissione Junker aveva proclamato, nel discorso sullo Stato dell’Unione: “Noi europei dovremmo sapere e non dovremmo mai dimenticare perché è così importante offrire accoglienza e rispettare il diritto fondamentale all'asilo.” Fino all’ultimo, Merkel lavorò per arrivare a una decisione unanime nel Consiglio Affari Interni del 22 settembre: non ci riuscì.
Da quel periodo, per certi versi sembra trascorso molto tempo. Mentre allora era diffusa la solidarietà nei confronti dei migranti e il naufragio di due anni prima a Lampedusa aveva riempito le copertine dei quotidiani, nelle ultime settimane le immagini provenienti da Ceuta hanno invece generato in molti indignazione e paura. Se allora ventidue ministri dell’interno votarono a favore dei ricollocamenti, il primo agosto scorso ventidue capi di Stato e di governo hanno scritto in una lettera di avere “il dovere di prevenire in modo efficace l’immigrazione illegale e di combatterla incessantemente”.
Tuttavia, per altri versi non è cambiato molto. Il 12 giugno scorso è entrato in vigore il nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo, approvato due anni fa da Consiglio e Parlamento. I quattro anni di discussioni (la prima proposta della Commissione è del settembre 2020) e i successivi due previsti per l’implementazione nei vari Stati membri non hanno cambiato la sostanza: i Paesi di primo approdo hanno la responsabilità di gestire le domande di asilo. Tanto che, nonostante il Regolamento di Dublino III sia dunque stato superato, nelle ultime settimane è entrato nel gergo giornalistico il termine “dublinanti”, a indicare coloro che, dal Paese di primo approdo (Italia, Grecia, Spagna), si spostano verso altri Stati.
A non essere cambiati da allora sono – prima di tutto – gli equilibri istituzionali. Rimane in vigore la norma del Trattato di Lisbona che stipula che l’immigrazione è una competenza concorrente (art. 4). Per questo, Parlamento e Consiglio UE possono sì adottare misure sulle condizioni di ingresso, ma infine sono gli Stati a decidere chi fare entrare. E quindi a pesare e riempire le pagine dei giornali sono le decisioni dei governi, poco conta come si è espresso il Consiglio Affari Interni. Nell’estate 2015, a riempire le pagine dei giornali era l’esercito al confine schierato da Orbàn in Ungheria. In questa estate, sono state le sospensioni di Schengen fra Italia e Spagna e le richieste da parte di Germania, Austria, Finlandia, Svezia ai Paesi di primo approdo di riprendere in carico i migranti. Sempre, di prese di posizione delle singole capitali si tratta.
D’altronde, gli scontri fra governi sono una componente strutturale dell’attuale equilibrio. I Paesi mediterranei limitano gli accessi per ridurre il carico nei loro confronti, ma allo stesso tempo lasciano che i migranti che entrano nell’UE proseguano verso i Paesi del nord. Questi ultimi, quando la pressione politica si fa più intensa, cercano di rimandare indietro i migranti. Se poi un qualche governo, come ha fatto recentemente quello spagnolo, decide di emettere visti straordinari, viene tacciato da molti altri di irresponsabilità (nonostante ai destinatari dei visti sia interdetto viaggiare in altri Paesi UE).
L’abbiamo ormai imparato: la questione migratoria è politicamente delicata – e negli anni lo è diventata sempre di più. Proprio per questo, l’unica via di uscita è arrivare a un governo europeo, che abbia la competenza di attuare una propria politica migratoria e che sia democraticamente eletto. Di qualunque stampo sarà la politica migratoria europea (rispettando in ogni caso i diritti basilari dei migranti), non si smetterà certo di discutere su quante persone accogliere e come. Ma almeno i governi non potranno ricattarsi gli uni con gli altri, fomentando sentimenti nazionalisti. Se non lo faremo, fra undici anni racconteremo di nuovo la stessa storia.

