Il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif, figura chiave - assieme al capo dell'esercito Asim Munir - nei negoziati fra USA e Iran, oltre che parte coinvolta nel Patto della Mecca firmato il 7 agosto - Wikipedia

Cronistoria della guerra fino ad ora. Dall’attacco di USA e Israele del 28 febbraio allo scontro in mare e via social per il controllo di Hormuz.

Il conflitto tra Iran e Stati Uniti (e Israele) costituisce una cesura importante nella sicurezza del Medio Oriente. Almeno dal punto di vista cognitivo, può essere inquadrato nel più ampio ventaglio delle conseguenze delle risposte israeliane agli attacchi del 7 ottobre. Le ragioni del conflitto con Teheran sono d’altronde più vicine alle esigenze di sicurezza di Israele che degli Stati Uniti. I quali, peraltro, erano impegnati in un difficile negoziato con Teheran sul programma nucleare.

Le motivazioni iniziali dell’attacco, stando alle dichiarazioni di Trump e Netanyahu, non erano solo volte a colpire (definitivamente) il programma nucleare iraniano, ma erano anche esplicitamente volte al cambiamento di regime nel Paese. Infatti, con il lancio dell’attacco all’Iran del 28 febbraio, Stati Uniti e Israele hanno bombardato diversi centri militari ed eliminato la Guida Suprema della Repubblica Islamica Ali Khamenei, al potere dalla morte dell’Ayatollah Khomeini, nel 1989. Senza dimenticare le molte vittime civili e le conseguenze sulla popolazione civile del Paese. L’Iran, in risposta agli attacchi americani, ha poi attaccato le basi e gli interessi americani nella regione, colpendo tutti gli alleati storici e i paesi del Golfo, con missili e droni. Già a ridosso dell’attacco, all’inizio di marzo, anche i proxy dell’Iran Hezbollah (nel sud del Libano) e Houthi (nello Yemen occidentale) hanno perpetrato diversi attacchi contro Israele, determinando, per il Libano, l’ingresso in una fase ancora più acuta dello scontro con Israele.

La vera svolta, tuttavia, è arrivata con la chiusura dello stretto di Hormuz, perpetrata dalle forze iraniane, con imbarcazioni veloci e mobili le quali, con successo, hanno determinato le conseguenze più gravi del conflitto, minando gli approvvigionamenti di petrolio e gas naturale. I più colpiti dalle conseguenze economiche del conflitto irano-statunitense sono da un lato gli europei, ma dall’altro soprattutto i paesi asiatici, con la Cina in testa. Da questo quadro, si comprende come le conseguenze a breve termine del conflitto abbiano causato ulteriore instabilità in una regione già segnata dai molteplici effetti delle campagne israeliane nei vari Paesi della regione coinvolti. Inoltre, vanno considerate le gravi conseguenze sulla logistica internazionale causata dalla chiusura dello stretto di Hormuz, una delle cerniere-chiave nel commercio internazionale di materie prime con effetti diretti sull’economia, inclusa quella americana. Allarmante, inoltre, è la situazione in Libano, che vede una preoccupante escalation di Israele nel sud del Paese e una destabilizzazione politica.

Dopo un mese di ostilità, USA e Iran il 7 aprile scorso hanno annunciato un cessate-il-fuoco tra le parti. Anche se Israele, pur accettando formalmente la situazione, ha continuato le ostilità con le milizie sciite nel sud del Libano, continuando a occupare il territorio del vicino fino al fiume Litani. Nonostante ciò, a metà giugno le parti sono arrivate ad un accordo di quattordici punti che prevedeva una finestra per ulteriori negoziati nell’arco di sessanta giorni. Secondo molti commentatori, la leadership iraniana uscirebbe rafforzata da questo primo accordo, sia per la promessa del solo congelamento del programma nucleare (avanzato dal 2015 in poi), sia perché Teheran ha ottenuto dagli Stati Uniti non una progressiva riduzione a fronte di risultati (come previsto dall’accordo JPCOA) ma l’eliminazione del regime sanzionatorio, oltre a un impegno di non ingerenza negli affari interni dell’Iran e finanziamenti per la ricostruzione.

Alla fine del periodo concordato tra le parti, tuttavia, la valutazione del processo negoziale non può dirsi positiva. Molte sono state le violazioni del Memorandum of Understanding da ambo le parti, tra luglio e agosto. A destare impressione è stata la tensione crescente sugli stretti. Se Hormuz sapevamo fosse il centro nevralgico della tensione tra le parti e il principale moltiplicatore della preoccupazione internazionale, la crescente pressione degli Houthi anche su Bab-el-Mandeeb (principale ingresso per il Canale di Suez) e l’attacco iraniano presso il porto egiziano di Damietta hanno suscitato timori per il destino della logistica internazionale, in un quadrante dove l’Europa è uno degli attori destinati a pagare il prezzo più alto da un’eventuale alterazione dei due stretti.

Ma è proprio qualche giorno dopo la fine dei sessanta giorni stabiliti dal Memorandum, il 19 agosto, che Trump ha annunciato il pieno controllo di Hormuz, suscitando immediatamente la condanna del governo iraniano, che non ha mancato di accusare l’amministrazione statunitense di non aver mai veramente creduto nel negoziato. Inoltre, Teheran è pronta a minacciare ritorsioni contro gli USA, anche in suolo europeo. Il governo americano, in risposta, ha annunciato una “guerra economica” contro Teheran, convinto di possedere un vantaggio strategico.

"Il confronto fra Iran e USA dimostra di non essere in fase discendente, anzi potrebbe portare ad una nuova fase del conflitto.”

Tutto questo prova come il contesto internazionale mediorientale sia in trasformazione. È di alcuni giorni fa anche la notizia dello stabilimento di un accordo di mutua assistenza militare tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan. Se è probabilmente verosimile che un tale accordo, per il momento, risponda alle necessità strategiche saudite (soprattutto in funzione anti-iraniana), va tenuto conto anche dei cosiddetti Accordi di Abramo, sostenuti da Israele e Stati Uniti.

In conclusione, l’intervento americano in Iran, contrariamente ai suoi intenti iniziali, ha contribuito a creare una maggiore insicurezza nella regione, creando nuovi focolai di instabilità (Hormuz, in testa) e saldando nuove alleanze tra competitori strategici regionali.
Lo stesso Iran, se prima dell’attacco sembrava provato dalle tensioni interne, ha dimostrato, invece, una discreta capacità di gestione politico-militare della crisi. Il confronto fra Iran e USA dimostra di non essere in fase discendente, ma anzi potrebbe portare ad una nuova fase del conflitto. Ciò che preoccupa è la portata delle sue conseguenze, rilevanti per gli attori nella regione e, certamente, non marginali per la comunità internazionale.

 

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