Summit NATO di Ankara, foto ufficiale - Wikipedia

Al vertice NATO che si è svolto in Turchia il 7/8 luglio, si riafferma il sostegno e la vicinanza all’Ucraina. Dietro le quinte, si muove anche altro?

Sempre di più i grandi meeting (Consiglio Europeo, vertici NATO, Coalizione dei volonterosi ecc.) vengono presentati dai media all’opinione pubblica come destinati a produrre risultati determinanti. E ogni volta producono essenzialmente delle delusioni. Forse dovremmo ricordare che raramente da riunioni di questo tipo possono uscire decisioni veramente significative, a meno che non si sia lavorato da tempo su qualche decisione importante e che il meeting serva essenzialmente a ratificarla. Altrimenti, nella maggioranza dei casi, ci si limita a discutere degli aspetti organizzativi e a produrre qualche roboante affermazione politica. 

Dal vertice NATO di Ankara nessuno si aspettava granché: una verifica degli impegni all’aumento delle spese per la difesa che gli Stati Membri e in particolare quelli europei avevano preso negli anni precedenti e, come tutti temevano, i soliti ammonimenti di Trump sulla necessità che i costi dell’alleanza fossero meglio distribuiti fra USA e Paesi Europei.

"Qualunque possa essere la decisione formale, la partecipazione dell’Ucraina all’Alleanza Atlantica sta avvenendo nei fatti.”

Il copione è stato rispettato con un elemento positivo: la conferma degli aiuti e del sostegno all’Ucraina, che è diventata ormai una sorta di membro aggiunto dell’alleanza. Questo fatto e l’ormai evidente forza militare di questo Paese, che sta diventando indispensabile per la gestione della politica di difesa europea, rappresenta una importante sconfitta per la Russia, se ricordiamo che proprio perché non entrasse nella NATO tutto è cominciato molti anni fa. Putin – si ricorderà – aveva dato in qualche modo un ok all’ingresso dell’Ucraina nell’Unione, purché fosse bloccata invece la richiesta di adesione alla NATO. Mi sembra invece che, qualunque possa essere la decisione formale, la sua partecipazione all’Alleanza Atlantica sta avvenendo nei fatti e con un ruolo di rilievo.

Nei commenti più attenti agli aspetti politici della riunione si è rimarcata ancora una volta l’assenza di una decisione che sarebbe essenziale: quella di costruire il pilastro europeo della NATO su cui appoggiare il potenziamento delle spese militari degli Stati membri, senza che questo rischi di rinviare a tempi lontani la costruzione di una vera e propria difesa europea autonoma. L’Europa della difesa non è ovviamente la stessa cosa del pilastro europeo della NATO, ma quest’ultima potrebbe esserne un potente acceleratore. Se i corpi militari specialistici dei diversi Paesi si coordinano e organizzano nel pilastro Nato, sarà molto più facile costruire il primo nucleo di un esercito europeo. E permetterebbe anche all’UE di assumere maggiori responsabilità al suo interno.

Come sempre ci sono però dei problemi. Primo fra tutti, il fatto che Trump si aspetta un forte aumento degli acquisti di armamenti USA, mentre una difesa europea dovrebbe appoggiarsi sulle produzioni del continente. Ma qualche compromesso si potrebbe trovare. Inoltre, la decisione di organizzare un pilastro europeo della NATO potrebbe avvenire per gradi, cominciando da forme di coordinamento spinto, e da parte di un gruppo di Paesi, tra l’altro con l’inclusione della Gran Bretagna e dopo che i Paesi europei hanno deciso su come procedere.

Ciò che sarebbe necessario è affrontare la questione della deterrenza nucleare. All’interno dell’Alleanza, sarebbe possibile la sua estensione ad altri Paesi da parte della Gran Bretagna, quando quest’ultima si sarà affrancata dalla dipendenza tecnologica dall’America. Mentre sarebbe un po’ più complicata la negoziazione con i francesi, che sembrano più disposti ad offrirla in (parziale) condivisione all’Unione Europea. Su questo sarebbe necessario aprire un confronto per la sua estensione a tutta l’Unione Europea.

Ma la questione nucleare potrebbe rappresentare un secondo passaggio, con la costruzione di una vera e propria Schengen della Difesa. Anche in questo caso, resterebbe comunque opportuno non arrivare a una rottura con gli USA, ma presentarla come un processo che porta ad una maggiore autonomia europea pur nel contesto di una solida cooperazione. Credo siano evidenti i vantaggi di arrivare progressivamente e senza scossoni a una Schengen della Difesa, da parte dei Paesi disponibili nel più ampio contesto Nato.

È evidente che l’obiettivo finale non può che essere la revisione dei trattati, o un nuovo trattato, nel quale la difesa possa fare parte delle competenze fondamentali dell’Unione e includere tutti i membri attuali e futuri. L’avere creato una moneta unica, un mercato unico e un sistema comune di sicurezza delle frontiere, sarà molto utile per disegnare le nuove competenze, così come lo sarebbe avere nel frattempo avviato una Schengen della difesa che permetterebbe di rendere più facile il suo inserimento fra le competenze dell’Unione, insieme ovviamente alla politica estera.

Possiamo sperare che, magari nelle coulisses, questo tema sia stato affrontato ad Ankara? Possiamo cioè sperare che lo stato delle discussioni su questo tema sia più avanzato di quello che appare dai comunicati ufficiali? Nessuno ha ovviamente una risposta, ma io credo che possiamo sperare che i nostri leader usino il loro tempo in quelle infinite riunioni meglio di come appare e che sappiano ascoltare l’ormai assordante richiesta che viene da tante componenti della società europea: fate qualcosa, do something! Siamo purtroppo in un periodo di molte elezioni. Ma se non andranno tutte male portando al potere una destra estrema e nazionalista, credo che potremmo aspettarci delle sorprese.

Mercedes Bresso
(già europarlamentare, Presidente UEF fra il 2006 e il 2009)

 

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