Dedichiamo le due seguenti pagine a quattro articoli su quattro progetti di nuovi armamenti made in Europe – o almeno made without the US: caccia di sesta generazione (GCAP), drone di ricognizione (Eurodrone), carro armato (MGCS) e scudo spaziale (European Space Shield Initiative). Nei primi tre casi, si tratta di progetti intergovernativi, con promotori solo europei (Eurodrone e MGCS) o anche extra-europei (GCAP). Nel quarto (ESSI), si tratta di un progetto promosso dalla Commissione.
Quattro diversi esempi mettono in luce un dato di fondo. Da un lato, gli Stati – che hanno le competenze ma non le risorse – provano a collaborare, non riuscendoci davvero per via di interessi non coincidenti. Dall’altro, la Commissione non ha di fatto competenze e ha scarsissime risorse, nonostante possa in teoria (se fosse un governo) rappresentare interessi comuni.


GCAP, un volo pieno di insidie

Dopo il fallimento del progetto FCAS per un caccia di sesta generazione, può l’iniziativa di Roma, Londra e Tokyo rappresentare una seria alternativa all’industria della difesa USA?

Il Global Combat Air Programme (GCAP) nasce nel 2022 dall’intesa tra Italia, Regno Unito e Giappone con lo scopo di sviluppare entro il 2035 una piattaforma aerea multiruolo di sesta generazione. Il GCAP è oggi il progetto di riferimento per quei Paesi storicamente legati agli Stati Uniti che non desiderano più dipendere esclusivamente dal loro know-how e dalla loro capacità produttiva, anche alla luce del fallimento di un altro progetto intergovernativo con finalità analoghe, ovvero il Future Combat Air System (FCAS). L’FCAS, progetto a guida franco-tedesco-spagnola, è di fatto collassato dopo anni di contrasti tra le cancellerie sulla ripartizione industriale, sulla proprietà intellettuale e sulla leadership del programma.

Il venir meno del FCAS lascia quindi un vuoto significativo nel panorama della cooperazione europea nel settore della difesa, che il GCAP sta tentando oggi, almeno in parte, di colmare. Non si tratta di una “difesa europea” in senso politico, ma la volontà di questi Paesi di impegnarsi in un progetto comune gli attribuisce una rilevanza strategica maggiore. Infatti, il programma mette insieme capacità tecnologiche ed industriali che nessuno dei tre partecipanti potrebbe sostenere con la stessa scala da solo, creando una filiera transnazionale su tecnologie decisive per l’autonomia strategica.

Ultimamente, dopo decenni, l’autonomia strategica dei Paesi alleati degli USA è tornata al centro del dibattito a causa delle ripetute tensioni fra l’Europa e l’amministrazione statunitense. Parlare di autonomia però non significa alludere ad un’emancipazione totale né alla sostituzione della NATO, ma fare in modo che gli Stati dispongano della capacità politica, industriale e tecnologica di agire quando gli interessi (europei e non solo) non coincidono con quelli americani. Progettare e produrre autonomamente la prossima generazione di sistemi di combattimento assume un valore politico che va oltre il solo settore aeronautico.

In quest’ottica è significativo che, il 21 luglio, il Canada sia entrato nel GCAP come primo Paese osservatore. Ottawa non è ancora un partner a pieno titolo e non partecipa alle decisioni, ma lo status di osservatore gli consente di approfondire la governance, le capacità e la struttura industriale del programma. La scelta segnala un interesse crescente, anche tra Paesi tradizionalmente legati agli Stati Uniti, verso una diversificazione delle partnership tecnologiche e industriali. Il GCAP comincia così ad assumere una dimensione più ampia del solo triangolo Roma-Londra-Tokyo.

Il GCAP, per sua natura, come in altri casi di joint venture tra Stati, ha però dei chiari limiti strutturali, dati proprio dalla sua natura: è un progetto multinazionale e intergovernativo. Per quanto riguarda la cooperazione tradizionale, la GIGO, l’ente interstatale creato per gestire i rapporti tra i Paesi che prendono parte al progetto, rappresenta un passo in avanti, ma comunque insufficiente: il controllo politico resta nelle mani degli Stati ed è limitato negli scopi, rischiando di ripetere proprio quelle storture che hanno causato il naufragio del progetto FCAS. Per evitare ciò, è poi necessario che anche la ripartizione industriale mantenga un equilibrio tra interessi nazionali e contributi finanziari e tecnologici, nonostante l’esposizione di ogni governo ai propri cicli elettorali, ai vincoli di bilancio e alle pressioni industriali.

Il fallimento del FCAS rende dunque il GCAP più importante proprio mentre ne mostra le criticità. Se l’obiettivo è costruire una capacità europea di difesa realmente autonoma, non basta mettere insieme governi che decidono di cooperare. Occorre trasferire parte della sovranità decisionale a istituzioni comuni, con risorse proprie, responsabilità democratiche e capacità di programmare al di sopra dei singoli governi.

Il GCAP può essere un importante argine alla crisi dell’ordine strategico attuale e un modello di cooperazione tra Paesi che condividono l’esigenza di una maggiore autonomia tecnologica e industriale, ma non rappresenta di per sé la soluzione alla questione della difesa europea. La presenza del Giappone e l’interessamento canadese dimostrano, anzi, come il progetto abbia ormai assunto una dimensione che va oltre il solo continente europeo. Il suo successo non si misurerà soltanto nella qualità e nella produzione effettiva del caccia multiruolo entro il 2035, ma anche nella capacità di trasformare la cooperazione tra i suoi partecipanti in una base per una più ampia integrazione della difesa. Per l’Europa, tuttavia, questo richiede un ulteriore passaggio: il GCAP può essere uno strumento di autonomia strategica, ma perché diventi anche un tassello della sovranità europea servirà ciò che il progetto ancora non possiede: un’autentica dimensione federale.

Edoardo Pecene


Eurodrone, la ricaduta

Dopo tre fallimenti, Airbus decide che basta con Dassault.

"Airbus ci ha detto 'fuori'". Così l’amministratore delegato di Dassault Eric Trappier conferma al Senato francese la rottura con Airbus sul progetto Eurodrone. Trappier dichiara che i rapporti industriali con Airbus sono ormai interrotti e che l’azienda francese chiede un indennizzo per l’estromissione subita.

Lanciato nel 2016 dai governi di Francia, Germania, Italia e Spagna, il progetto Eurodrone punta a produrre un drone MALE (Medium Altitude, Long Endurance) capace di operare per circa 40 ore consecutive con un carico utile fino a 2,3 tonnellate. Si tratta di un velivolo pensato per compiti di sorveglianza e raccolta di intelligence, come monitoraggio di confini e coste, individuazione di minacce sul territorio e supporto aereo a missioni di terra. Airbus Defence & Space guida il consorzio industriale, con Dassault Aviation (Francia) e Leonardo (Italia) come partner principali. Si tratta di un contratto da circa 7,1 miliardi di euro, firmato nel 2022, che copre venti sistemi per un totale di sessanta velivoli.

Il calendario, però, si è presto rivelato illusorio: l’entrata in servizio, inizialmente prevista per il 2025, è slittata al 2030, con il primo volo atteso solo a metà 2027. Ai ritardi si è aggiunta, nell’ultimo anno, una crisi industriale più profonda. Il detonatore è stato il naufragio del FCAS (Future Air Combat System), il caccia di nuova generazione franco-tedesco, affondato dalle divergenze tra Dassault e Airbus sulla leadership del progetto: Dassault accusava il partner tedesco di non volerle riconoscere il ruolo di capofila industriale che le spettava. Le tensioni si sono presto propagate all’Eurodrone: secondo fonti citate da Reuters, Airbus avrebbe ridotto il carico di lavoro assegnato a Dassault, trasferendo alcune competenze al gruppo tedesco Liebherr Aerospace.

È così che il 1° luglio 2026, ascoltato dal Senato francese, Trappier ha dichiarato: “Airbus ci ha detto 'fuori'. Non siamo d'accordo, e dunque discutiamo del perché siamo fuori. Non riesco più a dirvi in cosa consista il problema, dal momento che i ponti sono stati tagliati”. Airbus non ha commentato le accuse. Dassault, responsabile dei sistemi di controllo di volo chiede ora un risarcimento economico per l'estromissione subita. Sullo sfondo si muove anche Parigi: la revisione della legge di programmazione militare presentata l'8 aprile 2026 ha fatto temere un ritiro francese dal programma, con un possibile aggravio di oltre 700 milioni di euro sui restanti partner. Fonti industriali francesi, tuttavia, smentiscono un abbandono formale: i sei esemplari previsti per la Francia resterebbero, al momento, confermati.

Il caso Eurodrone non è il primo a rivelare tensioni tra Dassault e i propri partner; dal Mirage al Rafale, nato dall'uscita di Dassault dall'Eurofighter per dissidi sulla leadership. Capace di sviluppare un caccia in piena autonomia, l'azienda francese ha una storia di rapporti difficili nei consorzi europei, di cui il naufragio del FCAS e le attuali tensioni sull'Eurodrone sono solo l'ultimo capitolo. Con Dassault fuori, il consorzio dovrà ridefinire la ripartizione dei compiti tra i partner rimanenti: uno scenario che rischia di rallentare ulteriormente un programma già in ritardo, ma che, se gestito con decisione, potrebbe offrire l'occasione per semplificare una governance finora frammentata su base nazionale. Episodi come questo raccontano bene i limiti dell'attuale modello di cooperazione europea nella difesa. Progetti nati su base intergovernativa che, senza una vera cabina di regia sovranazionale, restano ostaggio delle rivalità industriali e degli interessi nazionali dei singoli governi. Vicende che pesano ancora di più alla luce di una Russia ormai stabilmente una potenza rivale aggressiva, in competizione con le nazioni europee per l'egemonia sul continente.

Daniele Meregalli


MGCS, crisi e rilancio (smorzato)

Fra ritardi e revisioni in corso d’opera, le alterne vicende del carro armato franco-tedesco raccontano le fatiche di una difesa comune di stampo intergovernativo.

Un dettaglio che racconta meglio di molti altri la crisi del progetto MGCS: il futuro carro armato franco-tedesco, nato per unire due Paesi, oggi rischia di diventare il simbolo di quanto sia difficile per l’Europa trasformare gli interessi nazionali in una vera strategia comune.

Il Main Ground Combat System (MGCS), avviato nel 2017 da Francia e Germania, avrebbe dovuto rappresentare molto più di un nuovo carro armato. L’idea era costruire un vero insieme di sistemi indipendenti e complessi che cooperano tra loro per offrire funzionalità che il carro armato “tradizionale” non potrebbe garantire da solo. Capace di integrare mezzi con e senza equipaggio, sensori, sistemi d’arma e reti di comunicazione, destinato a sostituire progressivamente il francese Leclerc e il tedesco Leopard 2. Un progetto ambizioso, pensato per una difesa europea più autonoma.

Ma proprio l’ambizione del progetto ne ha messo in evidenza le fragilità. Nel 2024 Parigi e Berlino erano riuscite a raggiungere un compromesso sulla distribuzione industriale, fissata al 50:50. Dietro quell'accordo, però, rimanevano le tensioni tra industrie, interessi nazionali e differenti esigenze militari. Da una parte KNDS, dall’altra Rheinmetall: non soltanto una competizione industriale, ma una disputa sulla leadership tecnologica e sulle ricadute economiche di un programma destinato a valere miliardi.

Nel 2026 le difficoltà sono diventate ancora più evidenti. La Francia ha ammesso che il programma accumula circa dieci anni di ritardo rispetto alla tabella originaria e ha iniziato a valutare un carro intermedio per colmare il vuoto lasciato dall’obsolescenza del Leclerc, la cui vita operativa è prevista fino al 2038. Poi è arrivata una dichiarazione ancora più pesante. Armin Papperger, CEO di Rheinmetall, ha affermato a giugno che non si può escludere un'uscita francese dal progetto. Non significa che Parigi abbia deciso di abbandonare il MGCS, ma rende evidente quanto il rapporto di fiducia sia diventato fragile.

La Germania, intanto, sembra voler ridisegnare il progetto. Il governo di Berlino ha spiegato ufficialmente che MGCS si concentrerà su tecnologie platform-independent: architetture e sistemi utilizzabili su differenti veicoli, con e senza equipaggio. È una modifica concettuale importante, perché allontana il programma dall’idea originaria di un'unica piattaforma comune.

Eppure, proprio quando sembrava che il progetto potesse trasformarsi nell'ennesima vittima delle rivalità europee, Parigi e Berlino hanno scelto di non dichiararne la fine. Nel luglio 2026 i due governi hanno confermato l'intenzione di portare MGCS verso una fase di ricerca e proof of concept, concentrandosi sul combattimento collaborativo, sull'automazione, sui sensori e sull'integrazione tra piattaforme diverse. Qui però emerge il vero problema. Il MGCS non sta semplicemente subendo dei ritardi: sta cambiando natura. La Francia deve rispondere a un'esigenza operativa concreta e ravvicinata. La Germania, forte della propria industria e della famiglia Leopard, dispone invece di maggiori margini per perseguire soluzioni autonome.

Nel frattempo entrambi gli Stati sembrano prepararsi, almeno in parte, all'eventualità che il grande carro comune non arrivi nei tempi previsti. Il parallelismo con il fallimento della cooperazione sul caccia europeo FCAS è inevitabile. Anche lì la questione della leadership industriale e della distribuzione del lavoro ha finito per mettere in discussione un progetto nato sotto il segno dell'integrazione europea.

Ed è forse questa la domanda più importante che il MGCS lascia sul tavolo: l'Europa vuole davvero costruire una propria industria della difesa, oppure vuole semplicemente mettere insieme, quando conviene, le industrie nazionali? Perché un carro armato può anche essere costruito separatamente. La difesa comune europea, però, non può permettersi di essere progettata con gli stessi disequilibri.

Emanuele Palomba


European Space Shield Initiative: lo scudo spaziale europeo

L'Unione Europea si prepara a dotarsi di un proprio sistema di protezione dello spazio. Si chiama European Space Shield ed è una delle quattro iniziative di punta annunciate dalla Commissione europea nell'ambito della Preserving Peace – Defence Readiness Roadmap 2030, il piano che delinea la strategia comunitaria per la sicurezza fino alla fine del decennio.

Il progetto è stato presentato lo scorso ottobre insieme ad altre tre iniziative gemelle: l'European Drone Defence Initiative, l'Eastern Flank Watch e l'European Air Shield. Insieme compongono l'architettura di difesa multidominio immaginata da Bruxelles per rispondere a quella che il commissario europeo per la Difesa e lo Spazio, Andrius Kubilius, ha definito una fase decisiva per il riarmo del continente.

Cosa prevede il progetto

Secondo la roadmap, lo scudo spaziale europeo dovrebbe rafforzare le capacità di difesa degli Stati membri e garantire la resilienza e la protezione degli asset e dei servizi spaziali di fronte a un contesto di minacce sempre più ostile. L'iniziativa non nasce dal nulla, ma si innesta su un impianto già esistente: si integra con le capacità spaziali europee a duplice uso che forniscono servizi governativi a tutti gli Stati membri, nei campi del posizionamento e della navigazione tramite il Servizio Pubblico Regolamentato di Galileo, dell'intelligence geospaziale attraverso l'Earth Observation Governmental Service e delle comunicazioni sicure tramite IRIS.

In pratica, satelliti, segnali di navigazione, comunicazioni governative, centri di controllo a terra e flussi di dati diventeranno parte di un'unica catena infrastrutturale da cui dipendono, contemporaneamente, il comando militare, la protezione civile, la sicurezza marittima, le reti energetiche e la continuità dei servizi digitali essenziali del continente.

Tra gli obiettivi dichiarati figura anche il sostegno agli Stati membri nello sviluppo di capacità nazionali interoperabili, concentrate in particolare sulla consapevolezza del dominio spaziale, sul contrasto ai fenomeni di jamming e spoofing dei segnali satellitari, e sulla conduzione di operazioni in orbita come la manutenzione e l'ispezione di veicoli spaziali.

Un "Golden Dome" europeo

Diversi osservatori hanno accostato l'iniziativa al Golden Dome, il sistema di difesa missilistica proposto dall'amministrazione statunitense, sottolineandone alcune analogie concettuali pur nella diversa scala e nelle differenti finalità. Lo scudo europeo, spiegano fonti vicine al dossier, punta più sulla sorveglianza, l'allerta precoce e la resilienza delle infrastrutture orbitali che su una vera e propria capacità di intercettazione.

Il progetto si colloca in continuità con il lavoro dell'Agenzia Spaziale Europea, che negli ultimi anni ha progressivamente ampliato il proprio raggio d'azione oltre l'ambito puramente civile, riconoscendo che la sicurezza del continente passa sempre più anche dall'orbita terrestre bassa.

Tempistiche e finanziamenti

Il lancio formale dello European Space Shield è atteso entro il 2026, come confermato dal Programma di lavoro della Commissione europea per lo stesso anno. L'iniziativa rientra nel più ampio programma ReArm Europe, che punta a mobilitare fino a 800 miliardi di euro per rafforzare le capacità di difesa sovrane del continente, sulla scia delle indicazioni contenute nel Libro Bianco sulla prontezza della difesa europea pubblicato nel marzo 2025.

A differenza dello European Drone Defence Initiative e dell'Eastern Flank Watch, individuate come priorità assolute da avviare già nel primo trimestre 2026, lo scudo spaziale segue una tabella di marcia leggermente più dilatata, coerente con la complessità tecnica e industriale del settore orbitale.

Le incognite

Restano aperti diversi nodi: il coordinamento tra le capacità spaziali nazionali, spesso frammentate e disomogenee tra i 27 Stati membri; il rapporto con la NATO, che mantiene proprie strutture di comando nello spazio; e il finanziamento di lungo periodo di un settore ad altissima intensità tecnologica e di capitale. Resta inoltre da chiarire come si concilierà l'ambizione militare del progetto con l'impronta storicamente civile dell'ESA, chiamata ora a misurarsi con un cambio di paradigma che la porta, gradualmente, dentro la sfera della sicurezza e della difesa europea.

Greta Bianchin

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