L’UE non rinuncia ai propri impegni per rispettare l’Accordo di Parigi del 2015. Ma come si potrà trovare le risorse necessarie per completare il lavoro?
Con il progetto del Green Deal, la Commissione europea elabora una nuova strategia di crescita mirata a trasformare l’Unione in una società giusta e prospera, dotata di un’economia moderna, efficiente sotto il profilo delle risorse e competitiva che, nel 2050, non genererà emissioni nette di gas a effetto serra e in cui la crescita economica sarà dissociata dall’uso delle risorse. Allo stesso tempo, questa transizione dovrà essere giusta e inclusiva e non lasciare indietro nessuno. Si tratta di una strategia volta a trasformare l'Unione Europea in un continente a impatto climatico zero entro il 2050, realizzando il decoupling fra crescita economica e sfruttamento delle risorse.
La legge europea sul clima (Climate Law) contiene gli obblighi giuridicamente vincolanti per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 e ridurre di almeno il 55% le emissioni di gas a effetto serra entro il 2030 (rispetto al 1990). A questo obiettivo, si aggiunge successivamente un nuovo target giuridicamente vincolante, ossia la riduzione del 90% delle emissioni nette di gas serra entro il 2040. Questo obiettivo è accompagnato da una flessibilità calibrata in quanto, a partire dal 2036, gli Stati membri potranno coprire il target fino al 3% con crediti internazionali di alta qualità (Art. 6 dell’Accordo di Parigi), collegati a progetti di conservazione forestale o tecnologie negative-emission, per alleggerire i settori hard-to-abate e preservare la competitività dell’industria ad alta intensità energetica. La proposta della Commissione è stata approvata il 10 febbraio scorso dal Parlamento europeo, con il suggerimento di rinviare al 2028 l’introduzione del nuovo sistema di scambio delle quote d'emissione ETS2, che coprirà le emissioni di CO₂ derivanti dalla combustione di carburanti negli edifici e nei trasporti stradali.
In termini sintetici, la politica climatica dell’Unione: a) fissa una serie di scadenze giuridicamente vincolanti in vista del raggiungimento dell’obiettivo della neutralità carbonica: un punto decisivo, come è avvenuto nel processo di costruzione dell’Unione monetaria; b) mette in campo gli strumenti necessari per sostenere questa politica, con la fissazione di un prezzo per il carbonio attraverso il meccanismo dell‘ETS1, che riguarda circa 11.000 impianti energy intensive e circa il 40% delle emissioni, a cui si aggiunge successivamente l’ETS2 per quanto riguarda i trasporti, il settore dell’abitazione e la piccola industria; c) garantisce la competitività della produzione europea e riduce i rischi di carbon leakages con l’introduzione di un prelievo alla frontiera per le importazioni da Paesi che non adottano un carbon price, nei settori della produzione di ferro e acciaio, cemento, alluminio, fertilizzanti, energia elettrica e idrogeno; d) per l’inclusione sociale prevede il Just Transition Fund (che si concentra principalmente sulla riconversione industriale e territoriale) e il Social Climate Fund (che è diretto verso le persone più vulnerabili).
In termini politici, il punto da sottolineare è che – nonostante la pandemia prima e, successivamente, la crisi energetica conseguente all’invasione russa dell’Ucraina – l’Unione ha saputo mantenere fissi gli obiettivi, sia pure introducendo qualche elemento di flessibilità per i settori industriali hard-to-abate, senza cedere alle pressioni dei settori industriali che richiedono continuamente rinvii. La richiesta del Presidente di Confindustria di introdurre benchmark differenziati al posto di un benchmark uniforme per tutta l’Unione non è stata recepita dalla Commissione, con la convinzione che il non cedere alle pressioni è decisivo per il raggiungimento dell’obiettivo, come è stata decisiva la fermezza dell’Unione per il rispetto dei parametri di Maastricht in vista dell’introduzione dell’euro.
Restano evidentemente problemi aperti. In primo luogo, la lentezza nella transizione per alcuni Paesi. In Italia, in un recente rapporto di Solaris si rileva che le fonti fossili continuano a rappresentare la componente prevalente nel mix energetico italiano, in quanto petrolio e gas coprono il 71% del fabbisogno complessivo, mentre le rinnovabili si attestano al 23%. È evidente che, per raggiungere gli obiettivi fissati per la decarbonizzazione, occorra potenziare le reti elettriche di trasmissione e distribuzione (fondamentali per le rinnovabili e l'elettrificazione di massa) e superare i colli di bottiglia burocratici. In secondo luogo, occorre raddoppiare gli sforzi per la ristrutturazione energetica degli edifici, la diffusione dei veicoli a zero emissioni e il rafforzamento della filiera del riscaldamento pulito (pompe di calore), settori che mostrano segni di rallentamento, garantendo al contempo l’inclusione sociale, in una situazione economica particolarmente difficile.
“Una stima realistica del costo annuo per la produzione di questi beni pubblici europei si aggira intorno ai 1.000-1.200 miliardi di euro all'anno (di cui il 40% con risorse pubbliche.”
Un secondo punto decisivo riguarda il problema del finanziamento dell'ingente quantità di investimenti che deve essere sostenuta dal bilancio dell'Unione per promuovere la competitività, garantire la sicurezza dei cittadini europei e sostenere la transizione ecologica e digitale. Una stima realistica del costo annuo per la produzione di questi beni pubblici europei si aggira intorno ai 1.000-1.200 miliardi di euro all'anno, con circa il 40% degli investimenti totali che deve essere finanziato con risorse pubbliche: una cifra del tutto fuori dalla portata dell'attuale bilancio dell'Unione.
Pertanto, è fondamentale individuare nuove forme di risorse per sostenere questi investimenti. Nell’ottica del federalismo pragmatico proposto da Draghi, al fine di superare i vincoli imposti dai trattati, la soluzione possibile per finanziare con emissioni di eurobonds la produzione di beni pubblici europei consiste nel ricorso, da parte di una Coalition of Willing States, a un accordo intergovernativo che preveda la raccolta di risorse sul mercato finanziario attraverso uno Special Purpose Vehicle al di fuori del bilancio dell'Unione, in linea con quanto già avvenuto con il Meccanismo europeo di stabilità.

