L’ingresso dell’Azerbaigian nella filiera energetica italiana può rafforzare la sicurezza europea nel breve periodo, ma l’autonomia energetica passa nel lungo termine dalla riduzione della dipendenza dagli idrocarburi.

Lo scorso 8 maggio SOCAR, azienda energetica con sede a Baku, in Azerbaigian, ha comunicato il perfezionamento dell’acquisizione di Italiana Petroli (IP) da API Holding. Con questa operazione, SOCAR rafforza la propria presenza in Europa, entrando in possesso di due raffinerie (a Trecate e Falconara Marittima) e di una rete capillare di stazioni di servizio. Il gruppo azero passa così dal ruolo di semplice fornitore a quello di operatore presente lungo l’intera filiera, dalla produzione alla logistica fino alla distribuzione.

In un’ottica europea, il rafforzamento del ruolo dell’Azerbaigian si inserisce nella strategia di riduzione della dipendenza energetica dalla Russia, attraverso la diversificazione delle rotte che collegano il Caspio all’Europa. Bruxelles considera ormai l’Azerbaigian un fornitore affidabile, in grado di contribuire alla diversificazione delle forniture. L’acquisizione ha superato l’esame antitrust della Commissione europea, che l’ha ritenuta compatibile con il mercato europeo e non problematica sotto il profilo della concorrenza. Anche il governo italiano ha verificato l’operazione attraverso il “golden power”, chiedendo garanzie sulla continuità delle forniture, sull’occupazione e sulla sicurezza energetica nazionale.

L’arrivo di SOCAR potrebbe favorire una maggiore concorrenza e nuovi investimenti nelle infrastrutture, necessari in un settore in cui molte raffinerie europee sono obsolete e sottoposte a crescenti pressioni competitive. L’operazione potrebbe inoltre rafforzare il ruolo dell’Italia come hub energetico dell’Europa meridionale.

Non mancano, tuttavia, le criticità. Una parte di infrastrutture strategiche italiane passa sotto il controllo di una società statale azera, creando una nuova forma di dipendenza esterna. Un’azienda controllata da uno Stato straniero potrebbe infatti assumere decisioni influenzate dagli interessi nazionali del proprio governo, non necessariamente coincidenti con le priorità europee. A questo si aggiunge una questione politica e valoriale legata all’influenza economica di un Paese i cui standard democratici sono stati più volte criticati dalle organizzazioni internazionali.

La sfida è quindi trovare un difficile equilibrio tra apertura agli investimenti, sicurezza degli approvvigionamenti e tutela delle infrastrutture critiche. L’Unione Europea negli ultimi anni ha costruito diversi strumenti, come il regolamento europeo sul controllo degli investimenti esteri diretti (FDI Screening), proprio per cercare di mantenere i benefici degli investimenti esteri senza perderne il controllo strategico. Negli ultimi anni si è molto usato il concetto di “de-risking”: non chiudere il mercato dei capitali rinunciando a occasioni importanti di investimento, crescita dell’occupazione e competitività, ma senza perdere autonomia strategica e cercando quindi di ridurre dipendenze pericolose e concentrazioni critiche in pochi paesi.

In questa prospettiva, nel breve e medio periodo operazioni come quella tra SOCAR e IP possono avere senso: consentono all’Unione di garantire la stabilità del sistema energetico mentre una transizione non semplice è ancora in corso. Nel lungo periodo però l’unico modo realistico per aumentare davvero l’autonomia energetica europea e avere l’energia necessaria a prezzi stabili passerà dalla capacità di ridurre strutturalmente la dipendenza dagli idrocarburi importati, investendo nelle fonti che possono offrire maggiore sicurezza e indipendenza come le rinnovabili e il nucleare.

 

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