Andrea Orcel, amministratore delegato di Unicredit.

La fusione fra Unicredit e Commerzbank crea un campione europeo nel settore bancario. Riprendendo così una delle lezioni contenute nel Rapporto sulla Competitività di Draghi.

Il 9 settembre 2024 Mario Draghi, su mandato di Ursula von der Leyen, presenta il Rapporto “The future of European competitiveness”. Si accende il dibattito sulla sua valenza strategica1 e c’è chi ne coglie subito l’aspetto essenziale: quello della scala necessaria per dar vita a “campioni europei” capaci di innovare e competere nel mondo. Due giorni dopo, Unicredit acquista ufficialmente il 9% di Commerzbank, in parte rilevato direttamente dallo Stato tedesco. Seguono vari incrementi della quota e nel marzo 2026 Unicredit lancia una OPS2 su Commerzbank, che si conclude a luglio con il possesso del 49,65% dei diritti di voto, dunque con il controllo di fatto dell’istituto bancario tedesco. Dopo varie resistenze interne, politiche e sindacali, il governo tedesco dà il via libera all’operazione. Seguiranno ora le varie procedure autorizzative, per formalizzare l’acquisizione definitiva entro la prima metà del 2027.

Nel marzo 2025 Mediaset for Europe (MfE) lancia una OPAS3 sulla società televisiva tedesca Prosiebensat che si conclude con successo a fine estate 2025, dando così vita a un gigante televisivo paneuropeo che unisce Italia, Spagna e Germania, con un bacino potenziale di 300 milioni di telespettatori.

I due casi sono interessanti, ma – mentre il secondo sta dentro una logica di fusione transfrontaliera tutta industriale – il primo presenta risvolti più complessi, data la ‘merce’ che trattano le banche (denaro) e l’intreccio ‘strutturale’ con l’economia e la politica che ne deriva, in forma più o meno invasiva. In Italia, il governo, strutturalmente debole, ha sempre cercato (in tutte le sue configurazioni politiche) di esercitare un “indirizzo” sul sistema bancario, sia come erogatore del credito sia di sostegno al debito pubblico. Lo conferma il risiko bancario italiano. Sia nei casi di successo, con MPS su Mediobanca (“mettiamo in salvo il risparmio degli italiani”, ha dichiarato Meloni) sia d’insuccesso (Unicredit su BPM), un’operazione stoppata dal ‘golden power’ del governo (“Unicredit è una banca straniera”, a detta di Salvini, quando la quota dell’attivo nazionale di Unicredit è solo del 45%). Nel caso appena annunciato (Intesa San Paolo su MPS) per il governo non ci sono problemi, dal momento che l’attivo di Intesa è prevalentemente nazionale (80-85%).

La fusione tra Unicredit e Commerzbank presenta certamente risvolti politici, ma in un quadro europeo. Ci sono almeno tre elementi di analisi da evidenziare. E un precedente storico da ricordare.
 

Copertura geografica europea del nuovo gruppo

Si delinea un gigante bancario con una forte rete e leadership imperniata nell'UE. Si unisce il radicamento di UniCredit in Italia (seconda banca del Paese e sede del nuovo gruppo) col ruolo di prima banca sul mercato tedesco, grazie alla fusione di Commerzbank con la già controllata HVB; la forte presenza in Polonia (tramite mBank di Commerzbank) con la rete capillare in Austria, Ungheria, in tutto l’Est europeo e i Balcani. Avrebbe il primo posto in UE per capitalizzazione di mercato (€ 150 mld), una posizione di leader per il corporate banking e delle grandi aziende multinazionali, nel cuore industriale dell’Europa, superando le storiche rivali francesi e spagnole (BNP Paribas resta leader UE nel mercato dei capitali globali). Al di fuori dell’UE, Unicredit mantiene hub di finanza globale a New York, Londra, Singapore, Shanghai, ma ridimensiona gli asset in USA e America latina.
 

Banca per il corporate europeo

L’integrazione tra la banca italiana e quella tedesca (e la sua rete europea) modifica radicalmente gli equilibri del credito aziendale grazie a tre fattori competitivi specifici: a) egemonia sul corridoio commerciale Italia-Germania-Austria (filiera manifatturiera più integrata d’Europa), dunque partner naturale per le aziende esportatrici di questo asse; b) controllo assoluto delle PMI (Mittelstand) tedesche; c) potenza nel Trade Finance, al vertice dei servizi transazionali e copertura dei rischi per le aziende. Tutto ciò fa della nuova Unicredit la candidata di punta del banking europeo votato alla sfida globale su innovazione, competitività e tecnologia.
 

Banca per la reindustrializzazione europea

Questa fusione bancaria è una chiara risposta (anche nei tempi) all’input sulla competitività europea legata alla centralizzazione strategica delle risorse e del governo economico-politico dell’Unione (Draghi Report). La reindustrializzazione nell’Unione ha bisogno di capitali e di banche europee capaci di mobilitarli. Tutto ciò richiama in causa, ancora una volta, la natura del rapporto, a monte, tra potere politico, potere bancario e potere industriale, che devono collegarsi su linee coerenti.
 

Un precedente storico

Può essere utile ricordare il precedente storico all’origine dello sviluppo industriale italiano e del suo collegamento con la finanza tedesca.

La nascita della Triplice Alleanza tra Italia, Germania e Austria-Ungheria (1882) in funzione anti-francese e anti-russa, la guerra doganale Italia-Francia (1887), il crollo del sistema bancario italiano (scandalo della Banca Romana) misero in moto l’iniziativa politico-finanziaria della Germania di Bismarck. Nel 1894, su forte impulso politico dei governi di Roma e Berlino, un consorzio di grandi banche tedesche e di capitali austriaci e svizzeri fondò a Milano (ottobre 1894) la Banca Commerciale Italiana (Comit) e, sei mesi dopo, il Credito Italiano (all’origine di Unicredit) a Genova. Il modello era quello della banca “mista”: non solo credito ordinario, ma anche finanziamento a lungo termine per le grandi industrie del tempo. Fu così che la Comit (soprattutto) trainò da subito lo sviluppo del Paese, soprattutto la siderurgia, l’elettricità, la meccanica, cantieristica e la chimica, proseguendo fino al secondo dopoguerra (in particolare nel triangolo industriale Milano-Torino-Genova), aprendolo poi all’internazionalizzazione grazie allo sviluppo dell’unificazione europea.

La lezione è che per sviluppare la re-industrializzazione europea c’è bisogno di un contesto favorevole e una forte volontà politica. Il contesto è dato dall’unione bancaria e dal mercato europeo dei capitali, quale condizione per l’innovazione e la competitività. C’è pure la volontà politica del governo europeo (la Commissione) e ora, pare, anche di quello tedesco. Convinti entrambi che con la fusione Unicredit-Commerzbank nasce una banca né italiana né tedesca, ma europea. L’Europa avanza quando la “ragione” nazionale si congiunge con quella europea, oggi sul terreno del nuovo processo d’industrializzazione di cui le imprese europee hanno bisogno per stare al mondo. Dando così più potere all’Unione. Non più chiedendo protezione ai governi nazionali.


1 Cfr. “The Draghi Report, the Answer to Europe's Decline” (A. Longo) - Nr. 3/2024 TFD (https://www.federalist-debate.org/pdf-archive?task=download.send&id=36:year-xxxvii-number-3-november-2024&catid=7)

2 Offerta Pubblica di Scambio, vale a dire un’operazione finanziaria dove l’offerente, anziché prevedere il versamento di un corrispettivo in denaro, propone la consegna di altri strumenti finanziari, solitamente azioni

3 Offerta Pubblica di Acquisto e Scambio, vale a dire un'operazione finanziaria in cui una società propone agli azionisti di un'altra azienda di comprare i loro titoli offrendo un pagamento misto, composto in parte da denaro contante e in parte da nuove azioni della società acquirente

 

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