Mario Albertini, nel suo intervento alla manifestazione in Piazza Duomo a Milano nel 1985.

In questa edizione riportiamo alcuni estratti tratti dalla rielaborazione di una conferenza tenuta da Mario Albertini sul corso della storia (trovate il testo integrale pubblicato su Il Federalista – Anno XLV, 2003, Numero 2: https://www.thefederalist.eu/site/index.php/it/saggi/537-il-corso-della-storia).

Con l’obiettivo di fissare schematicamente dei criteri cardinali per l’interpretazione della storia, Albertini fa una rielaborazione critica del materialismo storico di Marx, analizzando l’influenza del modo di produzione sui rapporti di interdipendenza tra uomini, e dunque sui rapporti sociali e sulla dimensione delle istituzioni statali, ma riconoscendo pure la sfera di autonomia della politica. Si mette inoltre in evidenza come le grandi svolte della storia si riflettono nella coscienza umana attraverso una ideologia, e come la causa della cosiddetta crisi delle ideologie sia in realtà da imputare al fatto che le ideologie tradizionali – liberale, democratica e socialista – pur corrispondendo ad aspetti strutturali della società, non siano più in grado di interpretare il corso recente della storia.


In tutti i grandi avvenimenti storici (non i piccoli ma i grandi avvenimenti, quelli che contrassegnano un’epoca, che dànno un significato allo sviluppo dell’umanità) sembra che si manifesti una forza irresistibile. Sia che si tratti della lotta della borghesia contro l’aristocrazia o della lotta per lo sviluppo della democrazia con la conquista dei parlamenti nazionali per opporre il potere del popolo a quello del re; sia che si tratti della formazione del proletariato, della sua presa di coscienza, della sua organizzazione e della sua lotta per la conquista dei diritti economici, sociali e politici; sia che si tratti oggi dell’emancipazione del Terzo mondo, cioè della lotta dei paesi che sono rimasti fuori dal «corso della storia» e sono stati sfruttati dalle potenze coloniali, si può ogni volta constatare la manifestazione di una forza irresistibile. [...] Quando questa forza si manifesta, si scatenano le lotte politiche per la realizzazione del liberalismo, della democrazia, del socialismo, ma non c’è, all’inizio, la decisione di un governo, di un partito, di un capo o di un gruppo qualsiasi di uomini. C’è una specie di incommensurabilità tra lo scatenamento di queste grandi correnti storiche e le decisioni degli uomini. [...] Non c’è mai stato il Comitato centrale di qualche partito che abbia deciso: domani facciamo la rivoluzione.

La prima e più importante contraddizione è quella tra il determinismo e la libertà. Se ci sono queste spinte irresistibili, se la sola possibilità lasciata agli uomini consiste nello sviluppo di ciò che esiste già indipendentemente dalle loro decisioni, e che essi devono accettare per non restare completamente fermi, condannandosi alla sterilità, è evidente che ciò che è decisivo nella storia — che ne stabilisce il senso — si trova al di fuori della coscienza umana o della stessa conoscenza umana. [...] In realtà l’uomo è libero e progetta la sua esistenza, ma la sua esistenza è mescolata con quella di tutti gli altri e il risultato che si impone è al di là di ogni possibile conoscenza, volontà o decisione. [...] Per superare questa contraddizione bisogna cercare di costruire una visione, una teoria con la quale si possano mettere in evidenza i rapporti che esistono tra la libertà degli individui (che è una esperienza reale, e deve dunque avere un fondamento), e il corso della storia, anch’esso un’esperienza reale che non si può trascurare ogni volta che si cerca di comprendere lo sviluppo delle vicende umane.

Io credo che Marx abbia compreso il carattere più generale di questa forza irresistibile della storia, e che il primo abbozzo di una teoria del corso storico sia il materialismo storico. [...] Il carattere più generale della forza irresistibile della storia sarebbe l’evoluzione della produzione, del modo di produzione. [...] Il modo di produzione stabilisce sia il tipo dell’interdipendenza fra gli uomini, i ruoli sociali, sia i limiti della dimensione dei gruppi che si possono formare e avere una vita autonoma. [...] Il modo di produzione non è solo la base dell’economia e del diritto, è anche la base dello Stato. In effetti lo Stato non può essere molto più piccolo, o molto più grande, di quanto permettono i rapporti di produzione. Tutte le trasformazioni della forma e della dimensione dello Stato, o pre-Stato (dal clan, alla città-Stato, allo Stato regionale, alle grandi monarchie moderne, allo Stato nazionale e fino alla forma più avanzata, le grandi federazioni continentali) sono legate al fatto che la produzione si è sviluppata in modo tale da allargare continuamente la dimensione dell’interdipendenza tra gli uomini.

Si deve ora dire che se da un lato c’è il modo di produrre, che assegna i ruoli sociali e non permette ancora a tutti di darsi una mentalità aperta, libera, scientifica, d’altro lato c’è un altro fattore dell’azione umana e del corso della storia che Marx non ha preso in considerazione. [...] Uno dei fatti che, nella mia esperienza personale, mi ha fermato per lungo tempo di fronte al marxismo, e mi ha impedito per molti anni di approfittarne, è la constatazione che molto spesso l’economia dipende dalla politica. [...] È impossibile accettare l’idea dell’evoluzione del modo di produrre come la caratteristica più generale del corso della storia se non si precisa la nozione di politica, e della sfera di autonomia della politica. [...] La politica si presenta, in primo luogo, sotto questo aspetto: non basta essere d’accordo su un obiettivo, ma bisogna anche scoprire la via per conquistare il potere di decidere la sua realizzazione. [...] Ogni scopo politico passa, prima della sua realizzazione, attraverso la scoperta della natura del potere necessario per perseguirlo; e l’analisi di questo potere pone dei problemi completamente diversi da quelli dell’analisi dello scopo: pone i problemi della politica.

Nessun potere può essere garantito senza una rappresentazione che identifica il potere con la giustizia, con il senso della storia, ecc. Ciò vale non solo per chi comanda, ma anche per chi è comandato. Ogni forma effettiva di obbedienza ha bisogno di una rappresentazione che la giustifica. [...] È così delineata, sia pure in termini sommari, la teoria secondo la quale nella coscienza degli uomini non ci sono solo le rappresentazioni che derivano, in ultima istanza, dallo spirito scientifico (che ha come scopo quello di presentare la realtà così com’è) ma anche delle idee che derivano dai ruoli sociali e dalle posizioni di potere. Queste idee non hanno una funzione teorica ma pratica: quella di giustificare, e quindi sostenere ecc., i ruoli sociali e le posizioni di potere. [...] Il «perché» della storia appartiene a un’altra sfera. In ultima istanza esso riguarda la libertà.

Le grandi svolte della storia si riflettono nella coscienza umana attraverso una ideologia, cioè un modo di pensare l’azione (valori, fatti, strutture) che per un verso identifica gli aspetti nuovi della storia e li promuove, e per l’altro tende a rendere assoluta, universale ed eterna la fase della storia che interpreta. Ciò impedisce di riconoscere sin dall’inizio il momento nel quale una trasformazione storica si è compiuta e si formano perciò nuove divisioni al posto di quelle provocate dalle lotte ormai finite. Noi stiamo vivendo un momento di questo genere; e questa è la situazione attuale della democrazia e del socialismo. La democrazia e il socialismo corrispondono — come il liberalismo — ad alcuni assetti strutturali della società, ma non più alle divisioni che si manifestano quando sono in gioco, nelle grandi svolte della storia, il passato e l’avvenire. [...] La crisi dell’azione politica dipende proprio dal fatto che la maggior parte degli uomini pensano ancora la fase attuale del corso della storia con il liberalismo, la democrazia e il socialismo, cioè con le teorie che hanno interpretato le fasi già trascorse. È evidente che l’aspetto liberale, quello democratico e quello socialista delle nostre società possono essere compresi solo con la cultura liberale, quella democratica e quella socialista. Ma la comprensione degli aspetti strutturali della società non deve essere confusa con la marcia della storia. È essa che pone i problemi da risolvere. Ed è su questi problemi, i problemi nuovi del mondo, che bisogna ormai dividere le forze.

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