L’edizione numero 28 della COP, la conferenza delle parti delle Nazioni Unite per i cambiamenti climatici, si è tenuta a Dubai dal 30 novembre al 12 dicembre 2023. All’evento hanno partecipato i rappresentanti dei governi e oltre 85.000 delegati della società civile, del mondo imprenditoriale, dei popoli indigeni e di organizzazioni internazionali con l’obiettivo di condividere idee, soluzioni e costruire partnership e coalizioni. Le prossime due edizioni si terranno dall’11 al 22 novembre 2024 in Azerbaijan (COP29) e dal 10 al 21 novembre 2025 in Brasile (COP30).

Durante la conferenza è emersa una dichiarazione del presidente della COP28, l’emiratino Sultan al-Jaber che ha fatto scalpore.
Ha affermato che la richiesta di decidere lo stop delle fonti fossili “non è supportato dalla scienza”.

È stato il primo summit sul clima a essere guidato da uno dei massimi esponenti dell’industria fossile: al-Jaber, infatti, è il numero 1 di ADNOC, la compagnia statale emiratina organizzatrice della COP28.
Con un giorno di ritardo la COP28 ha aggiunto un accordo su un testo finale, che è stato salutato come storico, in quanto, secondo alcuni, potrebbe segnalare ufficialmente che "il nostro futuro è nell'energia pulita e l'era dei combustibili fossili finirà".
È stato adottato da tutti i partecipanti il cosiddetto “Global Stocktaking” (bilancio globale), l’esercizio che definisce lo stato della lotta ai cambiamenti climatici e indica le prospettive per realizzare l’obiettivo di mantenere entro il grado e mezzo il riscaldamento globale.
Nel testo finale al punto 28 si riconosce la necessità di “abbandonare i combustibili fossili nei sistemi energetici, in modo giusto, ordinato ed equo, accelerando l'azione in questo decennio critico, in modo da raggiungere l'azzeramento netto entro il 2050, in linea con la scienza”.

  • Per la prima volta si chiede agli Stati di inserire nei rispettivi piani la necessità di intervenire sulle cause del cambiamento climatico e cioè i combustibili fossili; si chiede di triplicare il ricorso alle energie rinnovabili e di raddoppiare l’efficienza energetica.
    La fine di petrolio, gas e carbone diventa obiettivo comune - anche se non ci sono date precise né tappe intermedie per l’abbandono - se non il 2050 come obiettivo finale.
  • L’altro punto importante presente nel testo finale è rappresentato dall’approvazione dell’accordo sul Fondo per le perdite e i danni da disastri climatici.
    Il Fondo è destinato a sostenere le comunità vulnerabili e i paesi in via di sviluppo che lottano per far fronte all'impatto dei disastri climatici, come la distruzione dei raccolti causata dalla siccità o dalle inondazioni.

Sebbene il testo rappresenti una svolta nelle negoziazioni, con una menzione esplicita della "transizione dai combustibili fossili nei sistemi energetici" - anche se con scappatoie, linguaggi ambigui e impegni mancanti - questo faticoso passo avanti della comunità internazionale è purtroppo troppo poco.

Vediamo le ragioni.

  • La prima riguarda il Fondo per le perdite e i danni da disastri climatici.
    I paesi sviluppati hanno stanziato una cifra risibile, circa 700 milioni di dollari, molto lontana dai 400 miliardi di dollari di danni causati dai cambiamenti climatici.
  • La seconda riguarda l'incapacità di collegare adeguatamente i dati scientifici con gli impegni climatici necessari e la relativa azione sul campo.
  • Infine, non sono previsti meccanismi vincolanti per i governi che non rispettano gli impegni.

I recenti risultati del Programma delle Nazioni Unite per l'Ambiente (UNEP) e del Global Stocktake dell'UNFCCC mostrano che siamo ancora ben lontani dal raggiungere riduzioni sufficientemente ambiziose delle emissioni di gas serra per evitare di superare il limite di 1,5°C di temperatura.

Secondo l'UNEP, se i Paesi rispettassero i loro attuali impegni in materia di clima, il riscaldamento salirebbe a una temperatura catastrofica di 2,9 °C. Tuttavia, in varie località abbiamo già superato i limiti di adattamento all'attuale aumento della temperatura (circa 1,2°C) e gli scienziati stanno sollevando  ulteriori dubbi sul fatto che il limite di 1,5°C sia un livello sicuro. Inoltre, gli scienziati hanno valutato che abbiamo già superato sei dei nove limiti planetari, che sono necessari per mantenere un ambiente sicuro per l’uomo. Ci muoviamo troppo lentamente mentre il ritmo degli sconvolgimenti del clima è rapido e implacabile. Il 2023, infatti, è stato un anno esemplare in cui abbiamo battuto tutti i record di temperature medie.

Da un punto di vista strettamente federalista il punto principale di preoccupazione riguarda il sistema di governo delle COP. Su 28 edizioni portate a termine solo 2 hanno prodotto qualche risultato utile: il protocollo di Kyoto del 1997 e l'accordo di Parigi del 2015. La percentuale di successi relativi è così bassa che occorrerebbe prenderne atto e abbandonare l’attuale sistema per qualcosa di diverso. Così non può funzionare.

Nel 1994, l'Arabia Saudita, sostenuta da altri membri del cartello petrolifero Opec, ha insistito sul fatto che tutte le decisioni generali devono essere prese per consenso. Il risultato è che gli Stati petroliferi hanno ottenuto ciò che volevano per rendere inefficaci le COP. Il "consenso" significa che ogni nazione ha un veto: 197 delegati possono approvare una misura, ma questa può essere bloccata dal 198°. In questo modo prevalgono gli interessi più nocivi e i compromessi ottenuti sono tutti al ribasso. Molte le proposte sul tappeto per cambiare l’attuale sistema.

Le possiamo dividere in tre categorie.

  1. La prima è quella di migliorare il modo in cui vengono prese le decisioni per consenso. Per quanto si possa migliorare il processo decisionale resterà bloccato e disfunzionale.
     
  2. La seconda è quella di sostituire le decisioni per consenso con il voto a maggioranza. L'obiezione principale a questa proposta è che la maggioranza imporrebbe le decisioni ad alcuni Stati. In realtà ci sono molti modi per garantire che tutti possano essere ascoltati, senza affidarsi a scelte binarie grossolane. Uno dei più promettenti è il conteggio Borda, un metodo decisionale proposto per la prima volta nel 1435. Il conteggio Borda - modificato dall'Istituto de Borda - sembra particolarmente utile. In primo luogo, i delegati si accordano sulle questioni principali. Queste vengono poi trasformate in un elenco di opzioni, sulle quali viene chiesto a tutti di concordare. Le opzioni vengono elencate su una scheda elettorale e a ogni delegato viene chiesto di classificarle in ordine di preferenza. Un sistema di punteggio assegna punti per ogni classifica. Più opzioni vengono classificate da un delegato, più punti valgono per ciascuna di esse. In questo modo è possibile prendere decisioni complesse senza escludere nessuno.
     
  3. Il terzo approccio, che potrebbe affiancare il secondo, consiste nel superare il processo delle COP approvando nuovi trattati vincolanti. Un approccio che può riprendere il modello del trattato del 2017 sulla proibizione delle armi nucleari, della convenzione del 1997 sulla messa al bando delle mine antiuomo, della convenzione del 2008 sulle munizioni a grappolo o lo statuto del 1998 che ha istituito la Corte penale internazionale. In questi casi, gli Stati, in cooperazione con vaste coalizioni di organizzazioni della società civile, preoccupati dalla mancanza di progressi hanno iniziato a elaborare trattati senza la partecipazione delle nazioni contrarie. Si possono elaborare trattati sulla deforestazione, sull'eliminazione del carbone e sulla non proliferazione dei combustibili fossili. Se tali trattati non ottengono immediatamente il sostegno dell'Assemblea generale, possono iniziare come trattati regionali, stabilendo, ad esempio, zone libere dalla deforestazione. Questi trattati dovrebbero essere inseriti in una convenzione globale sull'effetto serra, sostenuta da un'Agenzia internazionale per il clima, sul modello dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica.

La COP28 ha infine portato una nota positiva per i federalisti: il World Federalist Movement ha ottenuto ufficialmente lo status di organizzazione osservatrice della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (in inglese United Nations Framework Convention on Climate Change da cui l'acronimo UNFCCC). Una delegazione del WFM era presente a Dubai e ha partecipato a vari eventi e iniziative con la coalizione MEGA (Mobilizing an Earth Governance Alliance), che ha lanciato il rapporto “Governing our planetary emergency” diffuso ampiamente durante la COP.

Dopo la COP28 è sempre più evidente che la costruzione di un governo mondiale per gestire i cambiamenti climatici può essere avviata solo con l’alleanza e la mobilitazione di milioni di cittadini informati assieme ai Paesi più consapevoli e agli attori economici che hanno già scelto la transizione ecologica. Non ci è consentito di mancare l’enorme occasione di una transizione equa e sostenibile verso un mondo a misura d’uomo e di ambiente.

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