Tre diverse opzioni in mano ai governi nazionali. Almeno una di queste va attivata quanto prima.
Michel Foucault diceva che “il potere viene dal basso”. Mai come in questo momento ciò sembra corrispondere alla situazione dell’Europa, con dei governi che non osano fare quello che, con forza, chiedono l’opinione pubblica e i cittadini europei. È proprio il caso di dire: se non ora quando? Che l’Unione Europea nel suo complicato percorso verso un modello federale, sia pure con propri caratteri di originalità, dovesse affrontare il tema di darsi una politica di difesa comune era chiaro a tutti coloro che si sono interessati al tema. È stata oggetto di numerose sollecitazioni del Parlamento Europeo agli Stati membri, è contenuta nei risultati della Conferenza sul futuro dell’Europa e nella risoluzione del Parlamento Europeo che richiede l’avvio di una Convenzione per modificare i trattati. Ed era chiaro anche agli Stati, che avevano avviato una prima Cooperazione strutturata sulla difesa, a cui hanno aderito quasi tutti e che - sia pure con le lentezze tipiche dell’UE - qualcosa sta facendo.
La guerra in Ucraina, gli attacchi russi all’Unione e, oggi, le minacce di Trump di ritirare soldati americani dalle basi europee e di mettere in discussione la presenza stessa degli USA nella NATO, hanno però radicalmente cambiato la situazione: il 73% dei cittadini europei, nei sondaggi recenti, vuole una difesa comune europea. Questo mi pare il punto politico da cui partire: la volontà chiaramente espressa dall’opinione pubblica, che ha anche manifestato nelle piazze per chiedere di avviare un processo di unità politica dell’Unione. Oggi ci sono quindi gli elementi essenziali per prendere una decisione chiara sulla difesa comune: la volontà dei cittadini europei e l’urgenza, legata alle chiare minacce russe e all’esigenza di farci maggiormente carico del supporto all’Ucraina, oltre alle richieste americane.
Che cosa manca? Una ferma posizione degli Stati nella configurazione del Consiglio Europeo che, in questo caso, è il soggetto che dovrebbe avviare il percorso. È chiaro che il piano Readiness 2030 (all’inizio noto come Rearm Europe) presentato dalla Presidente della Commissione non è sufficiente, tuttavia rappresenta un passo coraggioso. Le sole vere risorse - i 150 miliardi di prestiti agli Stati garantiti dal QFP e l’intervento della BEI - sono proposte per gli interventi coordinati fra Stati membri, mentre per il potenziamento degli eserciti nazionali si propone essenzialmente un aumento della possibilità di indebitamento tramite l’allentamento del Patto di stabilità o l’utilizzo di fondi non utilizzati della Politica di coesione. La stima di possibili investimenti aggiuntivi sulla difesa per 650 miliardi è quindi molto aleatoria. Tuttavia non c’è alcun dubbio che gli Stati membri devono potenziare i propri eserciti e soprattutto modernizzarli e allinearli progressivamente a quelli degli altri Stati. In questo l’esperienza comune nella NATO può essere di grande aiuto ed avere come obiettivo finale una rappresentanza unica europea nella NATO, della quale l’Europa potrebbe chiedere il comando, accettando la sfida di Trump a fare di più per la propria sicurezza. Non è però nei poteri della Commissione avviare il processo verso una difesa comune ed è quindi sbagliato criticarla se fa una proposta al massimo delle sue competenze.
Allora? Questo è il tipico tema su cui occorrono la volontà di alcuni Stati che facciano da traino e il coraggio di trovare uno strumento adeguato per agire in modo rapido come la situazione richiede. È molto probabile che l’iniziativa possa essere avviata dal nuovo governo tedesco, presumibilmente insieme a Francia, Polonia, Spagna, speriamo anche con l’Italia.
Le opzioni possibili sul tavolo sono parecchie, dando per scontato che bisogna agire in tempi più rapidi di quello che richiederebbe una modifica dei trattati (che dovrebbe però restare l’obiettivo finale).
- La prima opzione è quella che ho appena citato: organizzare una rappresentanza unica europea nella NATO e chiederne il comando. In questo caso anche il Regno Unito, la Norvegia e l’Islanda potrebbero farne parte.
- La seconda opzione è quella di proporre una nuova Cooperazione strutturata permanente (ma se tutti gli attuali 25 partecipanti a quella in atto fossero disposti, potrebbe anche essere un suo potenziamento). I trattati consentono che i governi possano istituire una forza multinazionale europea che si associ agli eserciti nazionali e dia vita a un 28° esercito, primo nucleo di una difesa federale. Si potrebbe far convergere nella Cooperazione (come è stato proposto nella mozione approvata al Congresso MFE), con l’accordo degli Stati interessati:
- Il trattato istitutivo dell’Eurocorpo;
- La brigata franco tedesca;
- Il trasporto tattico aereo franco- tedesco di Evreux;
- La forza navale belga olandese BeNeSam;
- La Unified Nordic Airforce tra Danimarca, Finlandia, Norvegia e Svezia - qui c’è il problema della Norvegia ma una piccola forzatura dei trattati e un semplice accordo fra i partecipanti potrebbero permetterlo.
Nello stesso modo si potrebbe garantire anche l’ingresso dell’Ucraina. Il principio di forzare un po’ i trattati potrebbe consentire di andare al di là nell’organizzare il modello di governo dell’embrione di difesa europea.
- Una terza opzione potrebbe essere quella di istituire un nuovo trattato (soluzione già adottata in altri casi), destinato successivamente a essere inserito nella riforma di quelli in vigore. In questo caso si potrebbe immaginare una vera e propria difesa europea multilivello, con un nucleo di esercito federale composto da corpi specialistici e al quale la Francia potrebbe fornire la deterrenza nucleare. Sarebbe anche possibile l’ingresso formale di Regno Unito, Norvegia e Islanda, ma anche dell’Ucraina e magari della Turchia o di altri paesi candidati. Il processo decisionale dovrebbe essere basato su un voto a maggioranza qualificata che tenga conto dei Paesi e della popolazione di ciascuno. Questa soluzione, che appare la più forte, avrebbe tuttavia il difetto di escludere il Parlamento Europeo da tutte le decisioni politiche, a meno che non sia previsto uno specifico dovere di consultazione. Analogo problema si porrebbe per la Commissione Europea, il cui ruolo dovrebbe anche essere previsto.
Naturalmente resta aperta la necessità di un finanziamento collettivo di una difesa comune, dell’addestramento del personale, del rafforzamento dei corpi speciali dei diversi paesi che dovrebbero progressivamente confluire nel nucleo comune e degli investimenti necessari per renderlo capace di competere con gli eserciti più potenti al mondo nel campo delle tecnologie avanzate, digitali, spaziali, IA. A tal fine potrebbero essere emessi degli Eurobond ad hoc, ma anche dei fondi di investimento da collocare sui mercati e destinati a raccogliere partecipazioni nelle imprese del settore della difesa per aiutarle a crescere e a modernizzare le proprie produzioni.
Si può anche immaginare che queste soluzioni possano essere adottate in sequenza, cominciando con il rafforzamento della Cooperazione strutturata e la sua integrazione con almeno l’Ucraina, per poi avanzare verso formule più coraggiose.
Tutto ciò deve avvenire con urgenza: l’opinione pubblica europea sopporta con sempre maggiore insofferenza le non scelte e i ritardi. Questo dovrebbe essere un monito e una spinta per i nostri capi di Stato e di governo.
Mercedes Bresso è stata parlamentare europea in tre legislature e Presidente UEF fra il 2005 e il 2008.

