Trump tramite la politica commerciale vuole affermare la legge del più forte. L’UE può rispondere a tono, ma ha comunque bisogno di più unità.
La cosiddetta “guerra dei dazi” proclamata dal presidente degli USA Donald Trump non c’entra nulla con i dazi e non è dettata da criteri economici: è essenzialmente politica. Vediamo perché. L’imposizione di dazi all’importazione di merci è un tradizionale sistema di difesa delle industrie nazionali dalla concorrenza di produttori esteri che ne possano danneggiare lo sviluppo o la stessa esistenza. Da quando esiste l’Organizzazione Mondiale del Commercio (World Trade Organization WTO), cioè dal 1995, i 164 Stati aderenti si sono impegnati a trattare gli accordi commerciali – e quindi anche le tariffe doganali – all’interno di decisioni prese di comune accordo con gli altri Paesi.
Nel caso della attuale guerra dei dazi proclamata dal presidente Trump ogni regola internazionale è stata scavalcata in due aspetti essenziali: è stata una decisione unilaterale e, almeno nella fase di annuncio, indiscriminata verso ogni Paese e ogni tipo di merce. Infatti, il governo statunitense ha indicato il mantenimento di una tariffa base doganale del 10% su tutte le merci importate negli USA da qualunque Paese provengano. A questa tariffa base si aggiunge un ulteriore dazio, che dipende dalla bilancia fra import ed export di ogni singolo Paese nei confronti degli USA: a questi ulteriori dazi è stato dato il nome (un po’ ironico) di “dazi reciproci” calcolati addirittura con una formula matematica. Non ci interessa ora esaminare la correttezza o meno della formula, anche perché probabilmente non verrà applicata visto che gli stessi dazi sono di dubbio vantaggio per l’economia americana.
Quello che ci interessa osservare è la volontà della amministrazione americana di sparigliare le regole della diplomazia internazionale a favore di un confronto basato sui rapporti di forza anziché sul multilateralismo. Il ragionamento americano è semplice e parte da una constatazione: l’equilibrio internazionale è mutato; il declino della supremazia americana, insieme al sorgere di potenze regionali che si aggiungono ai tradizionali poli cinese e russo, sancisce la fine dell’ordine mondiale che abbiamo conosciuto dopo la caduta del muro.
Per uscire da questa fase di instabilità internazionale l’amministrazione USA individua una sola via d’uscita: il ripristino di un predominio statunitense basato su rapporti bilaterali con gli altri Paesi imposti con la forza che tuttora gli USA mantengono dal punto di vista militare, tecnologico e energetico. La strategia statunitense è rivolta verso il suo concorrente attuale, la Cina, e verso il suo concorrente potenziale, l’Unione Europea, assicurandosi buone relazioni con la Russia di Putin. Per fare ciò Trump agisce su due fronti: da un lato, lo smantellamento delle organizzazioni internazionali che possano ostacolarne i piani e, dall’altro, l’indebolimento della UE promuovendo le tendenze nazionaliste e disgregatrici al suo interno
L’amministrazione Trump aveva già intrapreso questa strada uscendo dagli accordi sul clima, uscendo dalla Organizzazione Mondiale della Sanità, rivendicando la propria sovranità sulla Groenlandia, attaccando pubblicamente la legittimità della Corte Penale Internazionale (cui gli USA neppure hanno mai aderito) e, da ultimo, trattando direttamente con Putin il futuro assetto dell’Ucraina e con Netanyahu il futuro assetto di Gaza e della Palestina. Ora il lancio della guerra dei dazi è il tassello finale di questa strategia. I dazi danneggeranno forse la Cina, che esporta molto negli USA, ma metteranno in difficoltà anche l’Unione Europea che, sulle merci, ha una bilancia dei pagamenti largamente positiva.
La posizione di Cina e UE è differenziata. La Cina è uno Stato con un potere forte che reagirà ai dazi americani con misure altrettanto forti. La UE ha tutti i mezzi per dare, in campo commerciale, risposte forti ed efficaci, perché ha competenza esclusiva per i rapporti commerciali con il resto del mondo e quindi anche per i rapporti con gli USA, ma non ha un governo altrettanto forte in grado di operare autonomamente su tutti i fronti. La politica estera e militare, quella fiscale e molte competenze in materia di energia e trasporti sono tuttora in mano ai singoli governi nazionali e le eventuali contromisure non strettamente commerciali andranno adottate con il consenso unanime di 27 governi.
“L’UE deve offrire al resto del mondo una alternativa di ordine mondiale basata sulla collaborazione e non sulla forza.”
Il rischio che corre la UE, su cui conta l’amministrazione americana, è di vedere qualcuno dei 27 Stati membri cercare di ottenere da Trump qualche vantaggio sui dazi di determinati prodotti e tentare delle trattative bilaterali su altri fronti (impegnandosi ad esempio ad acquistare servizi, tecnologie, sistemi d’arma) indebolendo così la coesione europea. Il messaggio comunque è chiaro: gli USA sono lo Stato più forte e nei rapporti fra Stati vale la legge del più forte.
Come può reagire l’Europa a questo lucido piano imperialistico, comune alla Russia di Putin, che vuole smantellare le organizzazioni internazionali e con esse il diritto internazionale e far valere fra gli Stati i soli rapporti di forza? La risposta nell’immediato più efficace che può dare l’Europa alla politica protezionistica e imperialista americana è di offrire al resto del mondo una alternativa di ordine mondiale basata sulla collaborazione e non sulla forza, rafforzando aree di libero scambio là dove è più avanzata la collaborazione: con il Canada (accordi CETA in vigore dal 2017, che alcuni Stati non hanno ancora ratificato), con il Sud America (accordi con il MERCOSUR già firmati nel 2024, ma da ratificare), con il Giappone (accordo di partenariato riconfermato nel 2024), con l’India (accordo di libero scambio da firmare entro il 2025).
Risposte necessarie e attuabili subito, ma non sufficienti. La vera risposta non può che essere quella di dotarsi di un governo europeo in grado di avere una unica politica estera e di sicurezza e una unione fiscale in grado di reperire adeguate risorse proprie. Non sono utopie: il rapporto Draghi e il piano “Readiness 2030” ci avvicinano a questo risultato.

