Per molti anni la Germania è stata considerata un’eccezione nel panorama del vecchio continente. Mentre altri Stati membri affrontavano gravi crisi economiche e occupazionali e assistevano alla crescita di partiti estremisti di destra e di sinistra, i sedici anni di cancellierato di Angela Merkel avevano offerto l’illusione di una Germania solida, immune dalla febbre populista e capace, da sola, di garantire la stabilità dell’Unione europea. Neanche quindici anni dopo, la Germania che il 23 febbraio 2025 si è recata alle urne per eleggere il nuovo Bundestag è un Paese profondamente trasformato: l’economia è in recessione, la disoccupazione è in aumento e il sostegno ai partiti tradizionali si è in gran parte dissolto. Il partito di estrema destra e antieuropeo, Alternative für Deutschland (AfD), ha raggiunto un consenso significativo in tutto il Paese, in particolare nelle regioni orientali, intercettando la rabbia e il malessere di una popolazione che si sente abbandonata e disillusa. Il tessuto industriale tedesco, soprattutto quello legato al settore automobilistico, è sotto pressione a causa della transizione ecologica, della fine delle forniture di gas a basso costo dalla Russia e della crescente concorrenza cinese. Anche il modello di welfare mostra segni di cedimento, mentre il sistema sanitario e quello scolastico risentono di anni di sottofinanziamento. Una serie di attentati terroristici compiuti da immigrati negli scorsi mesi ha scosso l’opinione pubblica, alimentando sentimenti xenofobi e richieste di politiche più restrittive in materia di immigrazione.
In questo contesto, le elezioni hanno visto la vittoria dell’alleanza tra CDU e CSU, guidata da Friedrich Merz, che ha ottenuto la maggioranza relativa con il 28,5% dei voti. Anche grazie all’endorsement di Elon Musk e, indirettamente, del vicepresidente degli Stati Uniti J.D. Vance, l’AfD ha superato il 20,5%, diventando la seconda forza politica del Paese. Tutti i partiti della precedente coalizione di governo sono usciti fortemente ridimensionati: l’SPD si è fermata al 16,4%, i Verdi intorno all’11,6%, mentre i liberali dell’FDP non sono riusciti a superare la soglia di sbarramento del 5%. A sinistra, la Linke ha ottenuto un risultato positivo, attestandosi intorno all'8,8%, mentre la nuova formazione populista guidata da Sahra Wagenknecht ha mancato l’ingresso in Parlamento per poche decine di migliaia di voti.
Il risultato elettorale è senza dubbio preoccupante, soprattutto per l’ascesa dell’AfD, un partito i cui orientamenti politici sono largamente ritenuti incompatibili con i principi fondamentali della Costituzione tedesca. Il fatto che una forza apertamente radicale si è affermata come seconda del Paese rappresenta un campanello d’allarme per la democrazia tedesca e per l’intero scenario politico europeo. Tutti i partiti tradizionali mostrano chiari segni di crisi. Perfino l’Unione CDU-CSU, pur risultando la prima forza politica, ha ottenuto un risultato deludente rispetto ai tempi di Angela Merkel, quando superava stabilmente il 30% dei consensi. Al tempo stesso, l’esclusione dal Bundestag di due piccoli partiti come l’FDP e Bündnis Sahra Wagenknecht ha avuto un effetto determinante sulla distribuzione dei seggi, riducendo la frammentazione parlamentare e rendendo possibile la formazione di una nuova edizione della Große Koalition, tra CDU-CSU e SPD. Una soluzione che, seppur non priva di tensioni interne, potrebbe offrire un tentativo di stabilità e una risposta al crescente disincanto politico dell’elettorato.
Subito dopo il voto, il candidato cancelliere dell’Unione CDU-CSU si è impegnato in un negoziato con la SPD per la formazione di un nuovo governo in tempi rapidi. Parallelamente, è stato avviato un altro negoziato che ha coinvolto anche i Verdi, con l’obiettivo di introdurre una riforma costituzionale che superasse la regola sul pareggio di bilancio, nota come freno al debito (approvata nel 2009).
Per oltre un decennio, il freno del debito tedesco è stato considerato un modello per tutta l’Europa: con l’adozione del Fiscal Compact, era stato di fatto imposto anche agli altri Stati membri, che si erano impegnati a inserire meccanismi simili nelle rispettive costituzioni. Tuttavia, a partire dalla pandemia e soprattutto con lo scoppio della crisi economica seguita all’invasione russa dell’Ucraina, la norma ha mostrato tutti i suoi limiti: in Germania, ha ostacolato la capacità dello Stato di rispondere in modo efficace alle emergenze, di investire nella modernizzazione del Paese e di far fronte all’aumento delle spese per la transizione ecologica e la difesa. Il problema, però, è che nel nuovo Parlamento eletto lo scorso febbraio non esiste una maggioranza costituzionale in mano ai partiti tradizionali in grado di raggiungere i due terzi dei voti necessari per modificare la Legge fondamentale: AfD e la Linke dispongono, infatti, di una minoranza di blocco. Per questo motivo, sono subito iniziati i negoziati tra CDU, CSU, SPD e Verdi per emendare la costituzione durante il periodo transitorio in cui era ancora in carica il Parlamento uscente, fino alla fine di marzo. L’operazione è riuscita in extremis: pochi giorni prima dello scioglimento del vecchio Parlamento, i partiti coinvolti hanno trovato un compromesso che ha consentito l’approvazione di una modifica costituzionale limitata ma significativa. È stata introdotta clausola di flessibilità che consente al governo federale di superare temporaneamente il limite al debito in caso di crisi riconosciute come eccezionali, soggetta però a un controllo parlamentare rafforzato.
Nel corso del mese di aprile si è anche concluso il negoziato tra CDU-CSU e SPD per la formazione del nuovo esecutivo. Il risultato è un accordo di coalizione intitolato Responsabilità per la Germania, che affronta una vasta gamma di temi: il rafforzamento della competitività industriale, la semplificazione burocratica per le imprese, l’aumento degli investimenti pubblici nelle infrastrutture e nella transizione energetica, nonché una riforma dell’immigrazione finalizzata a conciliare integrazione e controllo dei flussi. Particolare attenzione è stata riservata alla revisione della politica fiscale, con l’impegno a una riduzione delle tasse per il ceto medio. Sul piano sociale, l’accordo prevede un aumento del salario minimo, misure a sostegno delle famiglie con figli e un piano per il rafforzamento del sistema sanitario pubblico. In risposta alle crescenti tensioni geopolitiche, la coalizione ha deciso inoltre di incrementare significativamente il budget destinato alla difesa, con l’obiettivo di superare la soglia del 2% del PIL, in linea con gli impegni assunti in sede NATO.
Particolarmente rilevanti risultano infine gli impegni assunti nei confronti dell’integrazione europea. La coalizione di governo sostiene una serie di misure fondamentali per garantire la competitività dell’Europa, come già evidenziato nel Rapporto Draghi: la creazione di una vera unione europea dei capitali e dei risparmi, il completamento dell’Unione bancaria, l’introduzione di un’Unione europea dell’energia. Viene inoltre sottolineata l’importanza degli investimenti nel settore tecnologico e della ricerca, così come l’attenzione alla politica di coesione, con particolare riguardo alle regioni che affrontano con maggiore difficoltà il processo di decarbonizzazione. Si sostiene anche la proposta di una legge elettorale europea per l’elezione del Parlamento europeo.
Più vaga appare invece la posizione del prossimo governo sul tema delle risorse europee. Da un lato, si ribadisce che la Germania intende contribuire equamente al prossimo Quadro Finanziario Pluriennale e che l’Europa deve essere in grado di mobilitare risorse in linea con le sfide del momento; dall’altro, si riafferma che la Germania non si farà carico dei debiti altrui e che eventuali incrementi eccezionali del bilancio, sul modello di Next Generation EU, dovranno rimanere ad hoc. Proprio in relazione a quest'ultimo, si menziona la questione del rimborso del debito europeo, che dovrà avvenire attraverso la creazione di nuove risorse proprie.
Di maggiore rilievo è il tema della riforma dell’Unione. Il nuovo governo si dichiara favorevole al rafforzamento del quadro istituzionale, ad esempio tramite l’estensione del voto a maggioranza su temi cruciali come la politica estera e di difesa. A tal proposito, si valutano sia l’attivazione delle “clausole passerella”, sia la procedura ordinaria di revisione dei Trattati prevista dall’art. 48 del TUE. In caso di stallo, si apre anche alla possibilità di un’Europa a più velocità, ad esempio attraverso le cooperazioni rafforzate.
Nel suo complesso, il programma europeo del nuovo governo tedesco appare contraddittorio: da un lato si ribadisce il legame tra il successo della Germania e quello del processo di integrazione europea, sostenendo riforme essenziali su cui l’Europa registra un forte ritardo; dall’altro, sulle questioni strutturali – in particolare sull’autonomia fiscale dell’Unione – la coalizione mostra ancora una certa riluttanza a trasferire competenze a livello europeo, temendo di dover assumere parte del debito altrui. È comunque positivo che si sostenga con chiarezza l’apertura del cantiere istituzionale e della riforma dei Trattati, anche in un’ottica di integrazione differenziata.
In conclusione, il nuovo cancelliere Friedrich Merz si trova di fronte a una sfida epocale: se la Germania non riuscirà a risollevarsi economicamente e a restituire fiducia ai cittadini, il declino dei partiti tradizionali sarà inevitabile, e l’impensabile – il ritorno dell’estrema destra al potere – potrebbe diventare realtà. Per avere successo, sarà fondamentale rilanciare il processo di integrazione europea non solo attraverso l’adozione di nuove misure, ma anche rafforzando l’Unione dalle sue fondamenta e garantendo una maggiore autonomia politica attraverso una riforma dei Trattati. Vedremo se ne sarà capace.

