La diffidenza dei Presidenti USA verso l’integrazione europea viene da lontano. È ora che i governi europei imparino a farci i conti.
«Noi siamo stati nella posizione, naturalmente, d'incoraggiare l'espansione del mercato comune per motivi politici. Se esso dovesse avere un estremo effetto avverso su di noi un bel carico di responsabilità sarebbe lasciato al di fuori della nostra porta».
Così il presidente statunitense più europeista di tutti – almeno secondo gli europei - John Fitzgerald Kennedy, si rivolgeva al sottosegretario di Stato George Ball il 20 agosto del 1961, commentando la richiesta che il Regno Unito aveva fatto ai paesi della CEE per aprire un tavolo negoziale in vista della possibile adesione britannica (che, come è noto, dovrà attendere ancora dodici anni di anticamera).
Ogni volta che si ragiona sul rapporto, non facile e non lineare, degli Stati Uniti d'America con l'Europa comunitaria, si dovrebbe prima di tutto considerare che tale processo si è fondato da un lato su una serie di motivazioni politiche forti (la guerra fredda, la necessità di rendere difendibile l'Europa sia sul piano militare – col Patto Atlantico – sia su quello della omogeneità e della stabilità sociale). Questo non significa che, dall'altro lato, siano sempre esistite delle perplessità statunitensi rappresentate principalmente dal «rischio» che un’Europa più forte avrebbe implicato per la potenza egemone. È il dilemma di tutte le presidenze statunitensi da Dwight Eisenhower in poi. Desiderare l'integrazione, utile e positiva per molti motivi, ma nello stesso tempo temere gli effetti a lungo termine di tale integrazione.
Donald Trump, personaggio politicamente greve e umanamente alquanto sgradevole, non presenta quindi un set di posizioni del tutto nuove, né sul piano politico né su quello concettuale: è sicuramente più volgare e più aggressivo di quanto non sia stato Nixon nel 1971, con la decisione molto anti-europea di sospendere la convertibilità del dollaro in oro; ed è certamente più lamentoso sul piano della ripartizione dei costi della difesa di quanto non fosse Ronald Reagan tra il 1980 e il 1989. Ma queste diffidenze e spigolosità sono sempre esistite.
Forse l'errore principale che si fa oggi contro Trump è ridicolizzare i suoi eccessi, farne elemento puramente coreografico. Accettato che la diffidenza statunitense nei confronti dell'integrazione europea e dei suoi effetti è un fattore che si colloca lontano nel tempo, ciò che manca nella percezione dell'azione di Trump è un piano. Trump sicuramente ha un piano, e non possiamo rubricare le sue sparate e le sue sbruffonate come qualcosa di inerente soltanto alla politica interna e ad una sorta di ripicca nei confronti di quei mollaccioni degli alleati europei; no, il suo piano è quello di combattere la decadenza di un sistema che, a suo modo, aveva tutte le caratteristiche e gli aspetti del sistema imperiale, e del quale un’Europa ricca e disarmata faceva parte diventando, nel tempo, sempre più imbarazzante e ingombrante. Un impero anomalo, non soltanto militare ma sicuramente fondato su una dichiarata leadership tecnologica ed economica. Questo impero è entrato in crisi dopo il 1989 parallelamente alla scesa di un attore nuovo, la Cina, insieme al consolidamento dei competitor usuali e noti: la Russia, che ha riscoperto le hard politics dopo la lunga parentesi 1991-2000 che l'aveva vista abbastanza collaborativa, e l'Unione europea. Possiamo ovviamente comprendere anche i nuovi attori dell'America Latina (Brasile e Argentina), il tardigrado che è l'India e poi la realtà politicamente più stabile ed economicamente più solida nel continente africano che è il Sud Africa. Lungi da me perpetuare l'illusione dei «Brics» come soggetto senziente e omogeneo: si tratta di un'accozzaglia di soggetti lontani più divisi che uniti; tuttavia è innegabile che questi attori, i nuovi e i ben noti, rappresentino per gli Stati Uniti un pesante campanello d'allarme. Questo allarme Donald Trump lo vuole interpretare in solitudine e in autonomia.
Sorprende molto quando si studia la storia dell'integrazione regionale nel mondo osservare che solo due Stati hanno rifiutato costantemente di partecipare a forma di integrazione regionale nelle varie parti del mondo: la Cina e gli Stati Uniti d'America. La Cina quasi sempre per ostracismo e diffidenza altrui; gli Stati Uniti perché non credono assolutamente nella collaborazione, credono soltanto nella direzione dei processi. Ciò che sta facendo Donald Trump è quindi il tentativo, a tratti palesemente scomposto e incoerente, di ricondurre sotto il controllo degli Stati Uniti un sistema internazionale multipolare e multicentrico. La guerra dei dazi, la primazia militare, la dichiarata iperattività diplomatica (in realtà poco concludente perché incoerente), elementi tutti conditi con frasette rivolte agli alleati considerati un pubblico di scolaretti riottosi, è il chiaro messaggio di disagio e di prepotenza che gli Stati Uniti lanciano al mondo.
“L’UE può costruire una forza credibile di opposizione all'imprevedibilità debole di Trump.”
La cautelosa ragionevolezza dell'Unione europea da questo punto di vista non è soltanto un valore ma può diventare un asset determinante. L'Unione nel corso della sua storia si è definita e si è strutturata come portatore di regole; questa qualità gli è riconosciuta da tutti, sia in senso positivo sia in quello negativo. Eppure, anche in assenza di una unicità di direzione politica per quanto riguarda la politica estera (per non parlare della difesa), l'Unione europea è fortissima nel determinare standard comuni di riferimento per quanto riguarda i processi economici e commerciali, essendo uno dei mercati di riferimento per il resto del mondo, molto più degli Stati Uniti. Questo è l'elemento più forte al momento che ha l'Unione europea e su questo elemento l'Unione può costruire – eventualmente e se trova la capacità di creare almeno un core di persone e di stati che vanno in questa direzione – una forza credibile di opposizione all'imprevedibilità debole del Presidente statunitense. Un'economia, quella statunitense, che non è assolutamente la prima economia del mondo; una società che non è sicuramente la più giusta è la più stabile esistente, e una reputazione che Trump sta letteralmente buttando ai porci. Qualunque dirigenza politica che non sia zerbinata sulle posizioni del presidente americano capirebbe le grandi opportunità che si aprono per un'Unione europea che riesca a trovare, anche solo parzialmente, una voce comune. Invece abbiamo 27 politici che spesso indulgono alla comicità e forse un solo comico, a Kiev, che come presidente pro tempore ucraino rappresenta una linea coerente di resistenza alla prepotenza e alla sopraffazione russa. Quell'esempio dovrebbe esserci utile per graduare la nostra resistenza alla prepotenza e alla sopraffazione anche se non armata – per il momento – dell'America di Trump.
Lo sappiamo, la storia ce lo dice, che il processo di integrazione europea è cresciuto soprattutto durante le crisi; dobbiamo e possiamo trovare nella crisi attuale, imperiale e sistemica, un qualche posto, un angolo, un ambito nel quale l'Unione europea possa rivendicare la sua grande e significativa esperienza storica come modello di stabilità, pace e dialogo.

