A quasi due anni dal 7 ottobre e dopo decine di migliaia di civili massacrati a Gaza, occorre chiedersi perché. E domandarsi “che fare?”.
Come è stato possibile che il Paese che ha svolto il ruolo di rifugio di milioni di ebrei scampati alla Shoah, il più terrificante genocidio della storia contemporanea, si sia trasformato in uno Stato ultranazionalista, artefice a sua volta di un massacro che sembra evolvere verso un vero e proprio genocidio?
Nel 1947 l’ONU approvò la risoluzione 181, che prevedeva la divisione della Palestina - allora sotto mandato britannico - la formazione di uno Stato ebraico e di uno Stato palestinese e di uno statuto speciale per Gerusalemme. Il piano non si concretizzò perché, quando Israele nel 1948 dichiarò l’indipendenza, i paesi arabi lo invasero e furono sconfitti. Lo Stato ebraico che si formò era più grande rispetto al piano del 1947, mentre ampie aree assegnate allo Stato palestinese finirono sotto il dominio di Egitto (Striscia di Gaza) e Giordania (Cisgiordania). Con la guerra dei Sei Giorni (1967) la Striscia di Gaza e la Cisgiordania passarono sotto il controllo di Israele, che le occupò militarmente. Di qui comincia la degenerazione autoritaria, imperialista e colonialista dello Stato di Israele.
Con gli accordi di Oslo (1993) tra il governo israeliano e le fazioni palestinesi rappresentate dall’OLP venne creata l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), organo di parziale autogoverno dei Territori con il proposito di creare una Palestina indipendente, uno Stato embrionale. A trent’anni da Oslo lo Stato palestinese non si è costituito. Dal 2007 la Striscia di Gaza è sotto il controllo di Hamas, che ha preso il potere con la forza, separandola dalla Cisgiordania. L’ANP governa formalmente la West Bank, ma è molto indebolita, mentre le colonie israeliane sono in costante espansione. Oggi Gaza è stata quasi totalmente rasa al suolo ed è in gran parte ridotta a un cumulo di macerie, mentre l’autonomia dell’ANP è sempre più limitata.
La più recente decisione di Netanyahu è stata l’occupazione militare totale della Striscia di Gaza, ciò che si potrebbe definire la “soluzione finale” della questione palestinese, vale a dire l’annessione e il ritorno degli insediamenti israeliani in modo che la questione palestinese non rappresenti più una minaccia per Israele. L’alternativa che si offre al popolo palestinese è la scelta tra morire di fame o morire sotto le bombe. Le notizie che arrivano (non tutte controllabili) denunciano che le forze israeliane, oltre ai quotidiani bombardamenti su Gaza, hanno infatti ripetutamente aperto il fuoco sulla folla in attesa degli aiuti. Tutti i giorni la gente rischia la vita per procurarsi una parte degli aiuti. C’è una terza alternativa: l’emigrazione forzata di un milione di abitanti di Gaza verso il Corno d’Africa. Il che consentirebbe di svuotare Gaza City dai civili entro il 7 ottobre, due anni dal massacro compiuto dai palestinesi.
David Grossman, uno dei più stimati intellettuali israeliani in una recente intervista ha dichiarato: “Per anni ho rifiutato di utilizzare questa parola: ‘genocidio’. Ma adesso non posso trattenermi dall’usarla, dopo quello che ho letto sui giornali, dopo le immagini che ho visto e dopo aver parlato con persone che sono state lì… Voglio parlare come una persona che ha fatto tutto quello che poteva per non arrivare a chiamare Israele uno Stato genocida. E ora, con immenso dolore e con il cuore spezzato, devo constatare che sta accadendo di fronte ai miei occhi. ‘Genocidio’. È una parola valanga: una volta che la pronunci, non fa che crescere, come una valanga appunto. E porta ancora più distruzione e più sofferenza”.
In realtà, come ha chiarito lo storico israeliano Benny Morris, “genocidio significa la distruzione o il tentativo di distruggere un popolo, […] una decisione politica […] che comporta l’uccisione di milioni di persone”. I precedenti storici citati da Morris sono il genocidio degli armeni da parte dei turchi cento anni fa e l’Olocausto nazista degli ebrei. “Non è ciò che sta accadendo a Gaza”, ha sostenuto Benny Morris. E ha concluso che “potrebbe trasformarsi in qualcosa di simile. […] C’è stato un processo di disumanizzazione da parte degli israeliani nei confronti dei palestinesi e, per inciso, da parte dei palestinesi nei confronti degli israeliani, che potrebbe alla fine tradursi in un genocidio, ma non siamo arrivati a quel punto. […] Senza dubbio sono stati commessi crimini di guerra da parte di Israele, […] ma sono crimini di guerra, non è un genocidio”.
Attualmente l’esercito israeliano controlla circa il 75% del territorio di Gaza. Il nuovo piano di Netanyahu prevede di avviare una nuova offensiva militare per conquistare il restante 25%, portando l’intera Striscia sotto l’occupazione militare israeliana, nonostante la forte opposizione interna e l’erosione del sostegno a Israele da parte della comunità internazionale. Si chiede da più parti se l’obiettivo principale di Netanyahu sia ancora la liberazione degli ostaggi. Il primo passo del suo piano è svuotare Gaza City a cominciare dall’occupazione militare. Con conseguenze drammatiche per circa un milione di persone che vivono ancora nella città e nelle aree circostanti, dove l’esercito israeliano continua a colpire con l’obiettivo di liberare gli ostaggi. È un’operazione che potrebbe richiedere settimane. L’obiettivo non è quello di annettere Gaza. “Non vogliamo essere lì come organo di governo”, ha dichiarato Netanyahu. “Vogliamo consegnarla a forze arabe che la governino correttamente, senza minacciarci, e diano una vita dignitosa agli abitanti di Gaza”.
Non si tratta più di una guerra per garantire la sicurezza di Israele. È diventata una guerra di conquista. Finora Israele ha cercato di perseguire due obiettivi contemporaneamente: liberare gli ostaggi e smantellare Hamas. Dopo quasi due anni di tentativi è chiaro che si tratta di due obiettivi che non è possibile perseguire insieme. Come minaccia strategica Hamas è stato neutralizzato. Però non è stato eliminato.
“Sulla natura del male, né la letteratura né la filosofia hanno risposte definitive. Occorre una soluzione politica: la creazione di istituzioni comuni.”
L’azione terroristica di Hamas, che agisce a Gaza come il governo di uno Stato sovrano su base etnica, ha confermato che la convivenza di due Stati indipendenti e sovrani sullo stesso territorio non è in grado di assicurare la pace. In definitiva, la formula largamente sostenuta dei due popoli e due Stati, che comporterebbe la formazione di uno Stato palestinese nei territori di Cisgiordania e di Gaza, si è rivelata impraticabile a causa della presenza di circa mezzo milione di cittadini israeliani nei territori occupati. La sola iniziativa per la pace che sembra praticabile è quella spesso sostenuta anche dal Movimento Federalista Europeo in passato, che si basa su tre punti:
- la sospensione immediata degli insediamenti di coloni israeliani;
- l’avvio del processo costituente di uno Stato palestinese, che includa i paesi arabi circostanti con la partecipazione delle potenze che hanno sostenuto una soluzione pacifica del conflitto; questa fase rappresenta l’occasione in cui l’UE può ricuperare il proprio ruolo pacificatore che corrisponde alla sua vocazione più genuina;
- l’avvio del processo costituente di una federazione israelo-palestinese a cominciare dalla messa in comune di risorse strategiche quali l’energia e l’acqua (analogamente a quanto è avvenuto con la CECA per il carbone e l’acciaio), come proposto a suo tempo da Jacques Delors per avviare l’integrazione dei paesi del Medio Oriente.
In conclusione, torno alla domanda dalla quale sono partito. Come è stato possibile? Migliaia di pagine sono state scritte sulla natura del male. La risposta deludente è che né la letteratura né la filosofia sono in grado di offrire risposte definitive su niente. Occorre una soluzione politica, diversa dalla semplice costituzione di due Stati, che non impedirebbe la guerra, ma che preveda la creazione di istituzioni comuni in grado di risolvere pacificamente i conflitti sulla base del diritto e non della forza.

