I recenti eventi bellici e, in particolare, l’attacco di Israele contro l’Iran, che aveva come obiettivo primario la distruzione o almeno il rallentamento del programma iraniano finalizzato alla costruzione di un sistema bellico nucleare, hanno riportato all’attenzione di tutti decisori politici la questione dell’opportunità di dotarsi di un sistema offensivo nucleare. Si parte da questa considerazione: i Paesi che si sono dotati di un arsenale nucleare negli ultimi cinquant’anni si sono messi al riparo da attacchi. Certamente questo è quello che avranno pensato i dirigenti iraniani quando sono stati bombardati e, in molti casi, uccisi nel recente attacco subito da Israele. Anche la recente e brevissima guerra tra la Repubblica islamica del Pakistan e l’Unione indiana porta a questa conclusione: la guerra si è risolta in un tempo breve perché entrambi questi Stati sono in possesso di armi nucleari Come ha detto Yaroslav Trofimov in una sua recente intervista: “La deterrenza nucleare ha un aspetto fondamentalmente psicologico”. Di fatto rappresenta per alcuni Stati (democrazie o dittature non importa) una garanzia assicurativa sull’esistenza del proprio regime. Se facciamo un rapido giro d’orizzonte vediamo che anche in questi ultimi anni chi ha potuto si è dotato di armi nucleari.
COREA DEL NORD. Un esempio tipico è il regime di Kim Jong-un, che ha portato avanti un programma segreto di costruzione di un arsenale abbastanza ampio di bombe atomiche a partire dagli anni ’80, quando ancora governava con pugno di ferro Kim il-sung Grazie ad un sostenuto programma che vedeva impiegati migliaia di scienziati nordcoreani e alla protezione della Cina, nel 2003 la Corea del Nord raggiunse la produzione di una quantità di Uranio 235 arricchito al 90% sufficiente per passare alla produzione delle prime testate nucleari. Dopo i primi esperimenti nel sottosuolo (che costeranno alcune vittime) si procedette alla miniaturizzazione delle testate nucleari: processo indispensabile per renderle trasportabili su vettori missilistici. La dottrina di utilizzo delle armi nucleari resta ambigua. La Corea dei Kim dispone di missili ICBM (intercontinentali) in grado di colpire il Giappone e anche le maggiori città degli Stati Uniti. Durante la prima presidenza Trump gli Stati Uniti hanno fatto dei tentativi per convincere il regime nord-coreano a rinunciare a questo dispositivo, ma le trattative non sono andate a buon fine.
L’ESEMPIO LIBICO. Un altro Paese che con l’assistenza di uno scienziato pakistano formatosi in Europa – lo scomparso Abdul Qadeer Khan – ha tentato di raggiungere lo status di potenza nucleare è la Libia, quando ancora si trovava sotto la dittatura di Mu'ammar Gheddafi. Grazie all’aiuto dei pachistani il programma procedeva abbastanza speditamente e il dittatore libico aveva già iniziato a lanciare le sue minacce contro Israele, potenza nucleare molto discreta. Però la necessità di riavvicinarsi all’Occidente e di superare la crisi provocata dall’attentato terroristico di Lockerbie impose la decisione di rendere pubblico il programma di armamento nucleare libico e di interromperlo. Dopo questa decisione le relazioni con l’Occidente migliorarono anche per la decisione di riconoscere la responsabilità nell’attentato di Lockerbie e di ricompensare in sede civile i parenti delle vittime del volo Pan Am 103. Questo accordo sarebbe durato fino al 2011, quando fu abbattuta la dittatura di Gheddafi e lui stesso ucciso.
ALTRI ESEMPI DI PROLIFERAZIONE E DI NON PROLIFERAZIONE. Israele si è dotata di armi nucleari con un programma che iniziò con la sua fondazione. Con la collaborazione della Francia che diede ad Israele il materiale fissile e nonostante la contrarietà del governo degli Stati Uniti, Israele in alcuni anni raggiunse la costruzione di un ottimo arsenale atomico di cui ha sempre negato l’esistenza, mostrando così di avere capito bene il concetto di “ambiguità strategica”. Altrettanto riuscirono a fare l’India e il Pakistan nei primi anni Novanta, quando notificarono al mondo di avere raggiunto la capacità di costruire un arsenale atomico.
Il Sud Africa è invece l’unico Paese che, dopo aver sviluppato la bomba atomica durante il governo razzista della minoranza bianca, decise unilateralmente di smantellare i dispositivi nucleari. La motivazione, in questo caso, fu duplice: eravamo agli inizi degli anni Novanta e la Guerra fredda era finita anche in questa parte di Africa. Non c’era più bisogno del Sud Africa in funzione anti-comunista e, anzi, la minoranza bianca doveva rinunciare al regime dell’apartheid e consegnare il governo in una transizione concordata al partito che rappresentava la maggioranza di colore: l’African National Congress. Nell’incertezza sugli orientamenti futuri del nuovo governo meglio evitare il rischio di far cadere questo arsenale in “mani sbagliate”.
Dopo la Seconda guerra mondiale ad alcuni Paesi, tra questi principalmente quelli dell’Asse (Germania, Giappone e Italia), venne sostanzialmente impedito di costruire armi atomiche e di dotarsi di vettori, anche se tecnologicamente ne avrebbero avuto la capacità. A questa pressione esterna si aggiunsero dei vincoli pacifisti inclusi nelle Costituzioni postbelliche di questi Paesi.
Per congelare la situazione, alcune delle potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale nel 1967 conclusero il Trattato di non proliferazione nucleare (TNP), che stabilisce che nessun Paese che non abbia sviluppato l’arma nucleare antecedentemente al primo gennaio 1967 può dotarsi dell’arma atomica. Inoltre il Trattato stabilisce che le potenze nucleari (Cina, Francia, Gran Bretagna, Unione sovietica e Stati Uniti) si impegnano a ridurre il loro dispositivo nucleare attraverso negoziati.
È anche sulla base di questo Trattato che l’Ucraina, divenuta Stato indipendente nel quadro della CSI (Confederazione degli stati indipendenti) organizzazione nata dopo la dissoluzione dell’Unione sovietica, subì pressioni dalle potenze nucleari, in particolare da USA e Gran Bretagna, perché “restituisse” l’arsenale atomico (che in gran parte era stato costruito in Ucraina) alla Russia, che si presentava come il legittimo erede dell’URSS. Si trattava del terzo arsenale nucleare per grandezza (circa 1900 testate nucleari con i relativi vettori) dopo quelli di Stati Uniti e Russia. In cambio di questo atto di buona volontà Russia, USA e Regno Unito garantirono la sicurezza dell’Ucraina e il rispetto delle frontiere con il Memorandum di Budapest. Ciononostante, l’Ucraina è stata abbandonata di fronte al vicino russo. Cosa possiamo imparare da tutto questo?
COSA ABBIAMO IMPARATO? La prima lezione è questa: chi ha la bomba atomica non la cede. Il Sud Africa rimane un caso unico ed è stato necessario un cambio di regime e di Costituzione. Il possesso di armi nucleari è un’assicurazione sulla vita di dittatori e anche di democrazie: se hai la bomba non vieni invaso. La seconda lezione: ambiguità strategica. Non bisogna mai vincolarsi a decisioni altrui sullo scacchiere internazionale, si deve far pensare ai potenziali nemici che gli ordigni nucleari potrebbero entrare in campo ad un certo punto secondo la propria dottrina militare, naturalmente non dichiarata. In altri termini la bomba deve agire come un tarlo nella testa dell’avversario. La terza lezione: i trattati non servono. In caso di guerra ognuno si sente autorizzato a violarli: resta solo l’equilibrio del terrore.
Imparate queste lezioni non c’è da sorprendersi se oggi molti Paesi stanno pensando di ritirarsi dal TNP. In un mondo in cui le guerre si moltiplicano e le assicurazioni delle grandi potenze, a partire dagli Stati Uniti, non hanno più valore, molti Paesi che non si sentono più garantiti dalle alleanze come la NATO stanno prendendo seriamente in esame l’idea di dotarsi di dispositivi strategici nucleari. Per realizzare questo piano sono necessarie alcune premesse: disporre di impianti di arricchimento dell’uranio, avere un certo quantitativo di materia prima, avere già o poter costruire un sistema di vettori (missili, bombardieri, sottomarini strategici o altro) per dispiegare in tempi molto brevi le bombe atomiche, avere un sistema tecnico e industriale abbastanza avanzato per poter costruire le armi necessarie, disporre di almeno 25 miliardi di euro, avere un sistema politico effettivo e centralizzato che consenta l’esecuzione del compito, mostrare una deterrenza credibile. Forse oggi ci sono venti Paesi nel mondo che potrebbero avere queste caratteristiche. In Europa potrebbero esserci Germania e Polonia.
La situazione è certamente in veloce evoluzione e le sfide sono elevate. Inoltre, in questi ambiti, diventa difficile distinguere la causa e l’effetto: sicuramente possiamo vedere che dall’invasione dell’Ucraina la questione della bomba atomica è tornata d’attualità. In Europa il dibattito è stato stimolato nel momento in cui il Presidente Macron ha ventilato l’idea di poter sostituire la garanzia americana con una francese ai Paesi della NATO. Proposta immediatamente abbandonata perché avrebbe implicato un cambiamento troppo radicale della dottrina francese e che sarebbe stato impossibile far digerire alla dirigenza militare e civile di quello Stato. In tutto questo naturalmente l’Unione europea non ha assolutamente la possibilità di decidere su queste materie, che restano di competenza degli Stati membri che – per dimensioni e per capacità politica – non sono in grado di dare una risposta.

