La tomba di Carlo Cattaneo
Tomba di Carlo Cattaneo nel Cimitero Monumentale di Milano

In questa edizione della Bussola federalista riprendiamo un testo di un pensatore federalista, sia pure non nella forma compiuta del federalismo europeo e mondiale di Spinelli e Albertini: si tratta di Carlo Cattaneo (filosofo, economista e politico nato a Milano nel 1801 e morto a Lugano nel 1869). Ci pare infatti utile per individuare quelle radici storiche che fanno del Federalismo una corrente di pensiero che è il frutto di una ricerca teorica difficile, praticata anche in un non vicino passato.

Il testo che vi sottoponiamo, intitolato “Il principio federale è quello dei popoli e contesta il principio della egemonia” fu pubblicato nel 1854 come proemio al terzo volume dell’Archivio triennale delle cose d’Italia. Si ripercorre alcune problematiche: la guerra del Sonderbund, combattuta nel 1847 in Svizzera fra i cantoni Confederati e otto cantoni separatisti; lo stato del federalismo negli Stati Uniti; la Prima guerra di indipendenza nazionale del 1848, che – in assenza di alleanze di tipo federativo – il Piemonte non era riuscito a vincere. Il testo è viziato da un tono accademico e involuto di stampo ottocentesco, ma è pur sempre un articolo che sottolinea come il dibattito sui temi federalisti non fosse consegnato al mero silenzio. 

 

I padri nostri videro bene nella religione del Dio la sicurtà e santità dei beni domestici e della società municipale; ma non seppero valersene alla sicurezza e santità di altri beni più sublimi e d’altra parte pur necessaria e più vasta società. Che importerebbe mai la ineguale ampiezza delle giurisdizioni, in seno ad un’Italia tutta libera e tutta armata? Siffatte distribuzioni non sarebbero mai di maggiore inciampo che non siano in seno alla Chiesa i vescovati e gli arcivescovati. In cinquecento e più anni dacché fu proferito il giuramento del Grurli, mai Svitto non pensò a dolersi che Untervaldo e Uri volessero essere, al pari di lui, padroni in casa loro [1]. Mai la vasta Virginia e la Pensilvania non insidiarono per amore di maggiore concordia gli Stati, venti o trenta o cinquanta volte men vasti, di Rhode Island e di Delaware.

I confini delle giurisdizioni, quali li fece la lunga serie degli eventi, rappresentano da lungi una diversità di origini felicemente obliterate dalla lingua comune; e rappresentano dappresso la varietà delle legislazioni, dei costumi, dei dialetti, e l’abitudine a moversi intorno a certi nodi naturali di commercio. Il turbare, d’improvviso e senza necessità, quest’ordine di movimenti e di funzioni, a cui tutti i calcoli delle famiglie sono coordinati, è più grave danno che non si creda; rende amare ai popoli le primizie della libertà; e in procinto di guerra, dissipa le loro forze e i loro pensieri…Ma nel 1848 non si trattava già della lenta opera delle legislazioni, bensì dell’urgente e ardente guerra straniera, alla quale importava recar subito da tutte le parti di Italia la maggior somma di gente e di denaro. Nella recente guerra svizzera, quando il cantone di Vaud pose in armi il dieci per cento della sua popolazione, gli altri cantoni che non fecero altrettanto, non poterono però averne timore o sospetto: anzi applaudirono con tutto l’animo al generoso esempio che accresceva le forze comuni. Tale è l’effetto del principio federale e fraterno. A quella prima campagna il Piemonte apportò da 40 a 50 mila uomini, ossia l’uno per cento del suo popolo […]. Se la sacra potenza d’un Patto avesse mosso tutta Italia a rispondere al primo invito di Milano combattente e fare altrettanto (e non era un gran prodigio, era la decima parte di quanto poté fare la repubblichetta di Vaud), avremmo avuto in breve termine di tempo 250 mila uomini, e fra essi un qualsiasi numero di veterani stranieri, che d’ogni parte si offrivano. Inoltre in guerra non è tanta la difficoltà di far gente e armarla e addestrarla, quanto di traslocarla e provvederla. Perloché i popoli che sono più vicini al campo di battaglia possono facilmente opporre al nemico masse maggiori […].

Orbene, se per federale accordo si fosse mossa tutta Italia a fare quanto il Piemonte, se il Lombardo-Veneto e i Ducati avessero fatto più ancora, la parte di forze che il Piemonte avrebbe mostrata in campo sarebbe stata appena un quinto o un sesto del tutto. Ma la sua preminenza militare sarebbe allora svanita; allora la spada d’Italia non sarebbe stata una sola; allora ad un solo principe non si sarebbero potute aggiudicare le spoglie dello straniero e quelle dei congiunti di Parma e di Sicilia. Dal principio dell’egemonia veniva per logica conseguenza che al Piemonte dovesse tornare molesta ogni maggioranza di soldati e di generali che non fosse de’ suoi, epperò ch’esso dovesse escludere dal campo tre quarti delle forze nazionali.

Tale è la differenza pratica tra il principio della federazione e quello dell’egemonia, tra quello dell’eguaglianza e quello della preminenza, tra quello dell’emulazione e quello della gelosia! Ognuno vede che questa fallace politica veniva fomentata nel governo piemontese dal proposito suo inopportuno d’acquistar a primo tratto nuove provincie; e che questo proposito non avrebbe potuto giustificarsi né tampoco prodursi alla luce dell’opinion pubblica, se l’unione non fosse parsa a molti, non usurpazione, né insidia, né pomo della discordia, come sembrò ai Parmigiani, ma un pratico avviamento all’unità; insomma, se l’idea dell’unità non avesse di lunga mano preoccupate le menti. A questa dunque si deve riferire e imputare tutta quella tenace catena d’errore, di disordine e di meravigliosa impotenza. E già prima che l’insurrezione avesse principio, un profetico scritto, benché con inutile e ingrata veracità, ne aveva ammonito l’Italia: “L’hypothèse de l’unité s’attechairat nécessairement à un prince, à une famille royale che inspirerait à tous le princes menacès l’alliance de l’Autriche; elle enveloppeirat l’oeuvre de l’indépendance dans le mystere d’une cour; la discorde serait dans le camp avant le combat”. Era il gennaio 1948.

Che se il Piemonte solo o quasi solo, ma con deliberata e audace strategia, e col favore immenso dei popoli, avesse saputo ripetere intorno a Mantova i prodigi del gran capitano, e vincere con cinquantamila soldati, vincere con una sola spada, e a profitto d’un solo, e trapassare dall’unione d’una o d’altra provincia ad una improvvisa e gloriosa unità; non credano gli esuli che avrebbero perciò fondata la libertà. Pur troppo lo dimostra l’esempio della Francia e della Spagna, a cui la libertà sanguinosamente conquistata sfugge eternamente di mano ai governi, mentre viceversa nella Svizzera e nell’America, ove ogni singolo popolo tenne ferma in pugno la sua padronanza, la libertà, dopo un primo acquisto, non andò più perduta. Tale è la virtù dei principii, fuor dei quali ogni sforzo di valore e di sacrificio, è vano. Né giova illudersi col dire che questi non siano principii: son principii anche essi di diritto; sono per lo meno principii di politica; e la politica è la necessaria tutrice del diritto; è principio è tutto ciò che genera inevitabili serie di conseguenze. Né giova illudersi col dire che, per poco che si aggiunga, e per poco che si tolga, la federazione viene bel bello a confondersi coll’unità; poiché in tutte le faccende del mondo il passaggio da cosa a cosa si fa per gradi; e talmente per gradi si procede dalla pianta all’animale e dalla foglia al fiore e al frutto, che la scienza non può additare il punto ove il passaggio avviene. […]

No, qualunque sia la comunanza dei pensieri e dei sentimenti che una lingua propaga tra le famiglie e le comuni, un parlamento adunato in Londra non farà mai contenta l’America; un parlamento adunato in Parigi non farà mai contenta Ginevra; le leggi discusse in Napoli non risusciteranno mai la giacente Sicilia, né una maggioranza piemontese si crederà in debito mai di pensare notte e giorno a trasformar la Sardegna, o potrà rendere tollerabili tutti i suoi provvedimenti in Venezia o in Milano. Ogni popolo può avere molti interessi da trattare in comune con altri popoli; ma vi sono interessi che può trattare egli solo perché egli solo li sente, perché egli solo li intende. E v’è inoltre in ogni popolo, anche la coscienza del suo essere, anche la superbia del suo nome, anche la gelosia dell’avita sua terra. Di là il diritto federale, ossia il diritto dei popoli; il quale debbe avere il suo luogo, accanto al diritto della nazione, accanto al diritto dell’umanità.


[1] Cattaneo qui si riferisce al cosiddetto Patto eterno confederale, che nel 1291 segnò l’inizio della Confederazione elvetica. Più avanti, l’autore menziona la “recente guerra svizzera”: si tratta della Guerra civile del Sonderbund (1847), al cui termine una nuova Costituzione portò lo Stato svizzero alla forma federale attuale.

 

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