In questa edizione della Bussola federalista riportiamo il capitolo di un testo che descrive il contesto politico attorno alla pubblicazione del The Federalist: una raccolta di articoli e saggi, scritti tra la fine del 1787 e l’inizio del 1788 da Alexander Hamilton[1], James Madison[2] e John Jay[3],allo scopo di sostenere la ratifica della Costituzione federale degli Stati Uniti all’assemblea dello Stato di New York.
Il contributo che riportiamo è opera dello studioso e storico Aldo Garosci, estratto dal capitolo V del libro “Il Pensiero politico degli autori di The Federalist”, (uscito nel 1954 per le Edizioni di Comunità). Garosci, nato nel 1907 e morto nel 2000, fu una figura di straordinario impegno culturale, intellettuale e politico. Fin dalla giovinezza a Torino fu un giovane antifascista sostenitore del pensiero di Piero Gobetti, per poi andare all’estero in Francia incontrare Carlo Rosselli e partecipare attivamente alla elaborazione di alcuni dei quaderni di Giustizia e Libertà. In Spagna seguì le orme, anche nella Guerra civile spagnola, di Rosselli, fu ferito e visse nel periodo successivo, in piena Seconda guerra mondiale, in Inghilterra e negli USA, dove partecipò alla nascita del gruppo della resistenza italiana rappresentato dalla Mazzini Society. Fin dal 1935 convinto assertore degli Stati Uniti d’Europa, nel secondo dopoguerra, fu attivamente impegnato come docente, giornalista e militante politico per la causa europea e si iscrisse fin dal 1945 al Movimento Federalista Europeo.
Lo schema tracciato da Hamilton nel primo saggio (27 ottobre 1787) doveva essere il seguente: L’utilità dell’Unione per la vostra prosperità politica. L’insufficienza della presente confederazione per conservare questa Unione. La necessità di un governo almeno altrettanto energico quanto quello proposto (nella Costituzione) per conseguire quel fine. La conformità della Costituzione proposta ai veri princìpi del governo repubblicano. La sua analogia con la propria Costituzione statale e infine La sicurezza supplementare che la sua adozione offrirà alla preservazione di questa specie di governo alla libertà e alla proprietà.
In pratica uno schema così arditamente anticipato all’inizio di una pubblicazione della quale gli stessi autori erano lontani dall’avere in mente i previsti fondamenti, non poteva essere svolto precisamente alla lettera, quantunque gli autori vi facessero spesso riferimento. Oltre che come pensiero, anche come schema, Il Federalist riuscì più vivo di quanto non fosse programmato in quel primo momento. Esso si apre con una serie di saggi sui pericoli in cui si trova l’Unione. Pericoli per i rapporti con le potenze straniere [John Jay: capitoli II e IV]. Pericoli per i contrasti politici che fatalmente andranno o andrebbero a insorgere fra gli Stati [Hamilton: capitoli VI e VIII]. A questo punto, in due saggi dovuti a James Madison [capitolo X] e Hamilton [capitolo IX] questa visione preoccupata si allarga ad altre considerazioni più di tipo istituzionale. Probabilmente Hamilton aveva originariamente intenzione di scrivere dei pericoli di agitazione e di tumulto che offre la democrazia; in realtà egli si trova a tracciare il modello dello Stato prima sconosciuto, lo Stato federale; quello Stato in virtù del quale si possono concepire ora concepire repubbliche di grande estensione, conferendo loro la forza che secondo la politica classica era solo delle monarchie.
Madison avanza la sua teoria circa la necessità e l’utilità di “allargare la sfera” politica in cui agiscono le fazioni con il fine d’impedire la formazione di un interesse dominante, interessato a opprimere la minoranza di opposto interesse: e questa che è stata chiamata la “teoria economica” della Costituzione americana; e che si chiamerebbe meglio, se volessimo darle un titolo “la teoria dei partiti senza unità religiosa e sezionale”. Quindi il Federalist passa a dimostrare non più i pericoli cui esporrebbe la dissoluzione dell’unione, ma i vantaggi di essa per il commercio, per la finanza pubblica [Hamilton: capitoli XI e XIII] e a confutare le obiezioni tratte dalla eccessiva estensione del territorio unitario [Madison: capitolo XIV]…
Segue apertamente la critica della Confederazione. La Confederazione è insufficiente perché agisce non sugli individui e sugli Stati (questo è uno dei concetti fondamentali del Federalist); c’è un meccanismo particolare delle inadempienze che fanno sì ch’esse si producano a catena, ogni Stato servendosene come sanzione contro le inadempienze dell’altro; i modelli confederali tratti dall’antichità e dalle repubbliche contemporanee sono tutti difettosi e hanno presentato gravi inconvenienti [Hamilton: capitoli VII e XV; Hamilton e Madison: capitoli XVIII e XX]…
Nella Confederazione manca una vera capacità di imporre imposte e il sistema delle “quote” è difettoso; manca il potere di regolare il commercio. Il voto per gli Stati, che già rende assai difficile deliberare, è aggravato dalla richiesta dei due terzi per molte decisioni, ciò che costituisce un doppio premio della minoranza. Manca un potere giudiziario e la ratifica popolare [Hamilton: capitoli XXI e XXII] […]
La Costituzione sarà repubblicana perché tutti i poteri da essa istituiti derivano direttamente e indirettamente dal popolo, ma è anche federale. O per essere giuridicamente più precisi è in parte nazionale e in parte federale e quindi non totalmente l’una o l’altra [Madison: capitoli XXXVII e XLIX]. Saggiamente Hamilton aveva però chiarito che i poteri nuovi federali sono effettivi anche se non sono misurabili in anticipo nel risultato della loro portata.
Nella Costituzione non c’è solo il carattere popolare e repubblicano ma anche quello federale e c’è anche la separazione dei poteri astratta, ma accortamente armonizzata in modo tale che a ciascuno dei Departments sia riconosciuta una divisione fra mezzi costituzionali e motivi personali per realizzare un equilibrio fra i poteri. […] Il Federalist si assunse dunque il compito straordinario non solo per il suo tempo di mettere ordine e chiarezza fra i poteri chiarendo che l’esecutivo non può esercitare la sua funzione in soli due anni per poter svolgere un programma sicuro, così come l’esecutivo non coincide con il potere di un uomo ma è una forma di governo in cui sono necessari cooperanti e tecnici che non possono essere rimossi automaticamente secondo il desiderio del Capo dell’Esecutivo ma è comunque necessario un esercizio del controllo popolare. […]
Il profondo interesse politico del Federalist fu che al di là dell’intento giuridico, economico e sociale degli scritti di Madison, di Hamilton (l’autore con il più esteso numero di capitoli compilati) e Jay e al di là delle differenze di formazione e sensibilità dei tre autori, dove la preferenza del modello federalista è molto più accentuata nei capitoli scritti da Hamilton, la scelta di ridurre il peso dei poteri degli Stati nazionali interni, pur mantenendo una parte di alcune prerogative storiche, ha aperto la strada ad un Federalismo consigliato come forma di impianto istituzionale agli americani. La miglior forma di governo possibile.
[1]Alexander Hamilton. 1757-1894. Avvocato e politico. Dopo essere stato al fianco di George Washington nelle campagne militari fu il primo segretario di Stato al Tesoro e leader del Partito Federalista. Fu uno degli estensori del The Federalist e uno dei padri fondatori della nazione-federativa americana.
[2]John Jay. 1745-1829. Politico e diplomatico, fu Presidente del Congresso continentale nel biennio 1788-1789 e dal 1789 al 1795, poi Presidente della Corte suprema degli Stati Uniti. Per il suo ruolo politico e la collaborazione al The Federalist è uno dei padri fondatori della nazione-federativa americana.
[3]James Madison. 1751-1836. Fu un politico, prima membro della Camera dei Rappresentanti della Virginia e poi Segretario di Stato fra il 1801 e il 1809 e quarto Presidente degli Stati Uniti d’America dal 1809 al 1817. Partecipò alla stesura del The Federalist ed è uno dei padri fondatori della nazione-federativa americana.

