Nadia Urbinati, For a Sovereign Europe, Berggruen Press, Venezia 2025
Contro le impetuose correnti nazionaliste – dette oggi ‘sovraniste’ – tornate ad attraversare l’Europa per dividerla, è possibile ridefinire la sovranità non come un ritorno alla potenza dello Stato-nazione, ma come la capacità federale di autogoverno collettivo su scala continentale. Così possiamo sintetizzare la tesi centrale del saggio For a Sovereign Europe di Nadia Urbinati – recentemente pubblicato, con prefazione di Niccolò Milanese, accanto a due altri pamphlet ‘europeisti’ di Giorgio Agamben e Slavoj Žižek nella “Collana dei Tre Oci” del Berggruen Institute-European Center diretto da Lorenzo Marsili.
Il volume è una lucida difesa dell’unificazione europea che già dal titolo gioca su questa inversione di prospettiva: solo un’Europa pienamente sovrana e democratica potrà davvero preservare la sovranità e autonomia degli europei.
Riprendendo la nozione gramsciana di “interregno”, la politologa riminese – da tempo docente di Teoria Politica alla Columbia University di New York – colloca il sovranismo in un’epoca di transizione, in cui il vecchio ordine degli Stati-nazione ha perso efficacia e un nuovo ordine politico sovranazionale non è ancora consolidato. La parola d'ordine nazional-populista del “riprendere il controllo” non è che una battaglia di retroguardia. Nel mondo odierno dominato da giganteschi monopoli tecno-digitali, dalla finanza globale e dall’interdipendenza planetaria, i singoli Stati non possiedono più la capacità materiale di agire in modo autonomo: “il sovranismo ha i piedi nel presente, ma la testa rivolta al passato”, idealizzandolo.
Occorre allora riappropriarsi del concetto di sovranità, storicizzandolo e rintracciandone la complessa genealogia moderna nelle trasformazioni rivoluzionarie del XVII e XVIII secolo e nella sua tensione fondativa con il concetto di democrazia: una “coppia di fraterni rivali” – la definisce efficacemente Urbinati – via via stabilizzatasi attraverso i progressivi tentativi di includere il popolo nel governo della statualità. A partire dal Settecento, “la sovranità dell’ordine costituzionale e la sovranità della volontà hanno definito le due tendenze principali dell’interpretazione moderna della res publica”. Queste due tradizioni – riconducibili per l’autrice rispettivamente all’eredità romano-anglosassone e a quella francese – restano al centro delle tensioni ideologiche contemporanee sul significato della democrazia e della legittimità politica. Quella di matrice francese – impersonata in particolare da Jean Jacques Rousseau – fonda la sovranità sulla volontà diretta del popolo: un “we, the people” concepito come soggetto indivisibile. Quella di ispirazione anglosassone e romana per l’idea di federazione già praticata dall’antica repubblica – lega la legittimità non alla volontà pura ma all’ordine costituzionale, cioè a quelle procedure che limitano il potere e garantiscono la libertà.
L’Unione Europea, sostiene Urbinati, ha seguito quest’ultimo modello incrementale, ritrovandosi così affine al costituzionalismo britannico e all’idea di Montesquieu - un francese di ispirazione romano-anglosassone- di una legittimità fondata sui mores più che su un fiat. Tuttavia, ricorda Urbinati, nessuna di queste tradizioni corrisponde propriamente alla “democrazia” nel senso classico del termine: l’Atene antica non conosceva la separazione dei poteri né un apparato burocratico, fondandosi invece sulla partecipazione diretta e sul sorteggio degli incarichi pubblici. Le democrazie moderne, e tra esse l’UE – che pure, aggiungiamo noi, negli ultimi anni ha rispolverato il sorteggio, sotto la spinta dei movimenti della società civile, con la sperimentazione degli European Citizens Panels avviata con la Conferenza sul Futuro dell’Europa – si distinguono invece per il carattere rappresentativo e mediato della partecipazione politica: la volontà generale è canalizzata attraverso procedure, leggi e bilanciamenti di poteri. Contro le fantasie populiste del “Popolo-Uno”, Urbinati sottolinea come la vitalità della democrazia risieda nel conflitto, nel pluralismo e nella rappresentanza.
Lo stesso processo di integrazione europea va esaminato in una prospettiva storica di lungo periodo per contrastare le tendenziose ricostruzioni nazional-populiste. Richiamando tra gli altri il Kant della Pace perpetua, Giuseppe Mazzini, Jacques Maritain, Emmanuel Mounier e il Manifesto di Ventotene Urbinati presenta la nascita dell’UE non certo come un accidente tecnocratico ma come il compimento di un’antica aspirazione: la conciliazione tra pace, libertà e benessere per un intero continente. I risultati dell’Europa – con il suo potere regolativo e le capacità di risposta comune alle crisi, come quella pandemica – incarnano il lato pragmatico di quell’ideale. Non si tratta di astrazioni burocratiche, ma di concreti esempi di ciò che Tocqueville definiva “l’interesse ben inteso”: la consapevolezza che la pratica democratica serve tanto l’individuo quanto la collettività.
L’Europa, osserva Urbinati, pur senza essere ancora divenuta una vera e propria federazione, ha già in qualche modo “federalizzato le società nazionali attraverso norme e regolamenti”. Guidata dal principio di sussidiarietà – “il motore dell’intero progetto di solidarietà europea” – l’Unione è stata capace di sancire la libertà di circolazione con la Convenzione di Schengen e di costituzionalizzare i propri valori con la Carta dei diritti fondamentali. L’adozione dell’euro e la creazione della Banca centrale europea hanno approfondito un complesso apparato istituzionale sperimentale caratterizzato allo stesso tempo da “debole legittimità democratica e da forti pratiche regolative incorporate in ciascuno Stato membro”. Si tratta ora di completare con urgenza il progetto di costruzione europea: dopo decenni di pace, la guerra è tornata nel vecchio continente e le continue emergenze e un nuovo clima politico-economico “costringono gli Stati europei ad andare oltre la pratica regolativa e ad avviare un processo costituente”.
Sarà senz’altro necessaria “un’Europa più coesa, con una leadership meno eterogenea e un potere decisionale più efficace”, ma del pari fondamentale sarà “la partecipazione dei cittadini al processo costituente”. Non è detto nel libro come questa quest’ultima dovrebbe essere strutturata, ma chi scrive vuole qui insistere sulle potenzialità di una European Citizens Assembly come complementare al Parlamento Europeo nella costruzione di un potere costituente dal basso, facendo leva sulle virtù dell’antico sorteggio - su cui Urbinati si è mostrata invece scettica nel volume The Lottocratic Mentality – e sulle innovazioni della democrazia deliberativa quale nuova pilastro della montesquiana divisione dei poteri.
La crisi pandemica aveva già offerto un’anticipazione di un possibile nuovo corso dell'Unione: l’emissione di debito comune e la cooperazione sanitaria avevano mostrato che la solidarietà può tradursi in istituzioni e azioni condivise. Serve però ora un ancora più deciso cambio di passo per raggiungere “una federazione di popoli per la sicurezza e la libertà di ciascuno”. E questo sarà possibile – sembra suggerirci la filosofa nell’ultima pagina del libro – facendo entrare rapidamente nel senso comune popolare questa semplice e netta risposta alla retorica nazionalista dei sedicenti sovranisti: “Essere sovrani significa volere più Europa, non meno. Chi ha sinceramente a cuore il benessere del proprio Paese non può che essere più europeista, non meno”.

