Le grandi potenze decidono le sorti del mondo, come ai tempi di Yalta. Oggi tocca al Venezuela e all’Ucraina. E se domani toccasse all’Europa?

Il blitz con cui le forze speciali statunitensi sono intervenute in Venezuela per catturare il Presidente Maduro si presta a numerose osservazioni. Le possibili conseguenze per il Venezuela e la sua governance potranno essere verificate solo nei prossimi mesi, dal momento che il Presidente Trump ha preannunciato un intervento diretto degli USA nella guida del Paese. Quel che è certo è che le multinazionali statunitensi, per bocca dello stesso Trump, torneranno a gestire le attività industriali del Paese, in particolare nel settore petrolifero di cui il Venezuela è il primo Paese al mondo in termini di riserve. La cattura del dittatore Maduro, le sue modalità, la tempistica e le prime dichiarazioni di Trump meritano però alcune riflessioni.

L’intervento armato, per quanto brillante, non può che essere stato concordato con il supporto di elementi interni all’entourage di Maduro. Inoltre, una simile iniziativa Trump non può non averla discussa con Putin e Xi Jinping. Tornano quindi alla mente gli incontri avuti da Trump nel corso del 2025 con i due leaders nel corso dei quali, probabilmente, è stata decisa una divisione del mondo per aree di influenza sul modello di Yalta nel 1945. Restando al caso del Venezuela dobbiamo infatti ricordare che nel maggio 2024 Venezuela e Cina hanno siglato un Accordo di cooperazione Strategico, mentre solo quattro mesi orsono, nell’ottobre 2025, è stato ratificato tra Russia e Venezuela un Trattato di cooperazione Strategico nei settori della produzione energetica, della sicurezza informatica ed è previsto uno scambio di tecnologia militare. La Russia è il primo partner militare del Venezuela. Ma come ben sappiamo i Trattati sono scritti sulla carta e vengono siglati e stracciati dal più forte a seconda dell’interesse del momento. Trump, nell’organizzare da mesi un attacco al Venezuela, non può quindi avere evitato di informare Russia e Cina delle sue intenzioni, il che mostra il modo in cui le tre grandi potenze intendono gestire la politica mondiale.

Si tratta anche di un avviso a chi invoca il rispetto del diritto internazionale quando questi viene calpestato senza più alcun ritegno, come dimostrano i tragici avvenimenti in Ucraina e Palestina. L’intervento armato statunitense in Venezuela è stato merce di scambio con Putin e con Xi Jinping perché possano continuare ad agire indisturbati in Ucraina e nel Mar Cinese Meridionale?

L’ala MAGA non è affatto isolazionista, perché nell’indicare gli interessi primari degli USA tutto è lecito ovunque nel mondo.

Se è doveroso condannare un regime dittatoriale come quello venezuelano, viene da chiedersi se sia lecito che un Paese terzo funga da gendarme per introdurre la democrazia o invece, come nel caso del Venezuela, non vi sia un chiaro intento di impossessarsi delle ricchezze del Paese per gestirle in una pura logica di carattere economico-finanziario. Perché questa appare la filosofia di Trump: condurre azioni militari con un preciso tornaconto finanziario per il proprio Paese. Questa è la logica dell’ala MAGA che sostiene Trump. Niente affatto isolazionista, perché nell’indicare gli interessi primari degli USA tutto è lecito ovunque nel mondo. In Venezuela per giustificare l’intervento si è invocato la guerra al narcotraffico, quando in realtà gli interessi USA sono legati al settore petrolifero.

Tralasciando analisi più approfondite ad altri momenti, è doveroso sottolineare come questa logica di potenza sia stata espressa in maniera chiara da Trump nel corso della conferenza stampa poche ore dopo la cattura di Maduro. Un linguaggio che richiama quello che usò Putin nel febbraio del 2007 alla Conferenza sulla sicurezza a Monaco. All’epoca Putin dichiarò che la Russia intendeva tornare a gestire la politica internazionale per evitare che restasse una esclusiva degli occidentali. Nel corso della conferenza stampa Trump ha dichiarato: “L’America vuole assicurare con la sua strategia di dominare l’emisfero occidentale-settentrionale del mondo e il nostro dominio non sarà messo in discussione”. Strategia e dominio, parole degne di chi aspira ad essere imperatore.

Qui torna l’eterno problema degli europei: per poter esercitare una propria autonomia di azione è necessario avere il potere politico di farlo, cosa che oggi la UE non ha. Eppure, i rapporti Letta-Draghi-Niinistö sono stati quanto mai chiari indicando la strada da percorrere: è necessaria una nuova governance dell’Unione, una riforma che veda un nucleo di Paesi disposto ad agire verso una sovranità europea nei settori strategici. L’alternativa sono i balbettii o le invocazioni al rispetto del diritto internazionale, pur sapendo che verrà calpestato in ogni momento. Tutto è lecito e giustificabile per chi si impone usando la forza. Ieri l’Ucraina, oggi il Venezuela, domani Taiwan? E se dovesse essere la Groenlandia la prossima vittima delle ambizioni di Trump? Se non ora, quando gli europei decideranno di prendere in mano il proprio destino?

 

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