Quanto pesa una vita umana sulla bilancia dell'attenzione mediatica occidentale? Se muore di fame nel Darfur o viene giustiziata per strada a Khartoum, la risposta oggi sembra abbastanza semplice: il piatto della bilancia rimane vuoto. Il Sudan non è solo una guerra dimenticata; è lo specchio rotto della nostra coscienza.
Esiste una "fortezza Europa" capace di alzare muri, ma non esiste un'Europa politica capace di spegnere incendi. Ignorare il Sudan oggi significa prepararsi a gestire un caos migratorio e securitario domani. È possibile che l'Unione Europea sia così miope da non vedere che le fiamme di Khartoum riscalderanno presto le nostre case?
IL CONTESTO. Dal 15 aprile 2023, il Sudan è teatro di uno scontro che assume i contorni di un'apocalisse statale. Una brutale contesa di potere tra due signori della guerra che hanno tenuto in ostaggio la transizione democratica del post-Bashir: il generale Abdel Fattah al-Burhan, capo delle Forze Armate Sudanesi (SAF) e presidente di fatto del Paese, e il suo ex vice, Mohamed Hamdan Dagalo, detto "Hemedti", leader delle Forze di Supporto Rapido (RSF). Due uomini che un tempo cooperavano per reprimere il dissenso civile e che ora stanno smembrando la terza nazione più grande d'Africa per il controllo delle sue risorse.
La narrazione mediatica, quando presente, tende a semplificare: l'esercito regolare contro una milizia ribelle. La realtà sul campo è infinitamente più complessa e terrificante. Le RSF, nate dalle ceneri dei Janjaweed (i demoni a cavallo responsabili del genocidio in Darfur nei primi anni 2000), hanno trasformato la capitale Khartoum in un campo di battaglia urbano, saccheggiando banche, ospedali e abitazioni, e costringendo milioni di persone alla fuga. Ma è nel Darfur, ad ovest, che l'orrore ha raggiunto il suo apice: a El Geneina, capitale del Darfur Occidentale, le milizie arabe alleate delle RSF hanno condotto una campagna sistematica di pulizia etnica contro la popolazione Masalit. I report delle Nazioni Unite e le testimonianze dei sopravvissuti parlano di esecuzioni sommarie a porta a porta, violenze sessuali usate come arma di guerra e fosse comuni. Ancor più grave è l'espansione del conflitto ad est, nello Stato di Gezira, il “granaio del Sudan”. Qui, le RSF hanno attuato campagne di terra bruciata, distruggendo i raccolti agricoli vitali e trasformando la carestia del 2025 da rischio ipotetico a certezza strutturale.
Il risultato è la più grande crisi di sfollati al mondo: oltre 10 milioni di persone hanno abbandonato le loro case, e 25 milioni – più della metà della popolazione totale del Sudan – necessitano di assistenza umanitaria immediata. Nel campo profughi di Zamzam è stata ufficialmente dichiarata la carestia (Famine IPC Phase 5). I sudanesi non stanno “rischiando” di morire di fame; stanno già morendo, perché il cibo è usato come arma di guerra.
UNA PROXY WAR. Ridurre il conflitto a una faida interna è però un errore di analisi. Il Sudan è diventato terreno di scontro che coinvolge attori globali, ognuno mosso da cinici calcoli di interesse che nulla hanno a che fare con il benessere del popolo sudanese.
Il ruolo più ambiguo e decisivo è quello degli Emirati Arabi Uniti. Nonostante le smentite ufficiali, le prove raccolte dagli osservatori ONU indicano che Abu Dhabi fornisce sostegno logistico e militare alle RSF di Hemedti. Il motivo principale? L'interesse per l'oro sudanese, gestito da Hemedti e commercializzato a Dubai.
L'Egitto di al-Sisi sostiene fermamente Burhan. Il Cairo vede nel Sudan il proprio cortile di casa e teme che una vittoria delle RSF possa destabilizzare il confine sud e compromettere ulteriormente la gestione delle acque del Nilo, già minacciata dalla diga etiope.
L'Iran è rientrato in gioco fornendo droni Mohajer-6 all'esercito di Burhan, permettendo alle SAF di recuperare terreno. In cambio cerca un accesso strategico al Mar Rosso, una prospettiva che allarma l’Occidente. Parallelamente, la Russia ha abbandonato l'ambiguità iniziale. Se in passato i mercenari della Wagner (ora Africa Corps) miravano all'oro di Hemedti, oggi il Cremlino ha virato su Burhan. Al Consiglio di Sicurezza ONU di novembre 2024 la Russia ha usato il suo veto per affossare una risoluzione britannica per il cessate il fuoco. Così facendo, Mosca ha scelto di rendere noto come stia barattando la protezione diplomatica al regime militare in cambio di una base navale a Port Sudan.
E L'EUROPA? L'Unione Europea è la grande assente. La strategia di Bruxelles si è limitata ad un regime sanzionatorio basato sul congelamento dei beni e divieti di viaggio per singoli individui, una scelta obsoleta contro signori della guerra che muovono capitali attraverso reti informali.
Manca totalmente una visione strategica. L'Europa sembra aver delegato la gestione della crisi agli Stati Uniti e all'Arabia Saudita (i fallimentari colloqui di Jeddah), rinunciando a esercitare la propria influenza in un'area cruciale per la sua sicurezza.
Per un federalista europeo, il caso sudanese è l'ennesima prova del fallimento del metodo intergovernativo in politica estera. Mentre gli Stati membri perseguono agende diverse o l'indifferenza totale, l'UE nel suo complesso perde credibilità e influenza. L'ossessione per il controllo migratorio (l'esternalizzazione delle frontiere) ha portato l'Europa a finanziare in passato proprio quelle forze, come le RSF (allora impiegate come guardie di frontiera), che oggi massacrano i civili. È un boomerang strategico che ci colpisce in pieno.
“Serve usare la leva commerciale e diplomatica in modo unitario, altrimenti rimarremo spettatori paganti di tragedie.”
SCENARI. Come finirà? Gli scenari sono cupi. La vittoria totale di una delle due parti è improbabile nel breve termine. Lo scenario più plausibile, e pericoloso, è una "libizzazione" del Sudan: una frammentazione permanente del Paese, con le SAF che controllano la costa e il nord-est e le RSF che dominano il Darfur e il sud-ovest, con la conseguente destabilizzazione del Corno d'Africa.
L'alternativa è un collasso totale in stile somalo, dove l'autorità centrale scompare del tutto lasciando spazio a micro-conflitti infiniti. Per evitare questo, o quantomeno per mitigarlo, non bastano più gli appelli alla pace. Serve usare la leva commerciale e diplomatica in modo unitario, altrimenti rimarremo spettatori paganti di tragedie che costruiscono, mattone dopo mattone, l'instabilità del nostro futuro.
Il Sudan sta morendo nel silenzio, e quel silenzio è anche il nostro.

