Michele Bellini, Rendiamoci conto. Senza difesa non c’è più l’Europa, con prefazione di Arancha González, Roma, Castelvecchi, 2025 («Obiezioni»), pp. 100.

La figura di Brunetto Latini, intellettuale della Firenze duecentesca oggi spesso associato a Dante Alighieri, riflette alcuni dei punti nodali della mentalità politica legata alla dimensione comunale. Tra questi, l’idea secondo la quale l’arte retorica, cioè l’arte del dire bene, è un’abilità imprescindibile per chiunque ambisca a governare bene.

Il breve saggio intitolato Rendiamoci conto. Senza difesa non c’è più Europa, scritto da Michele Bellini e incentrato sull’intricata questione della difesa europea, avrebbe probabilmente ricevuto il plauso di Brunetto. Esaminando le pagine del libello edito da Castelvecchi, infatti, risulta evidente la sintonia che congiunge le scelte espositive dell’autore allo slancio pragmatico che ne anima le proposte. A periodi brevi, dalla sintassi piana e immediata, corrispondono domande chiare, ragionamenti lineari e soluzioni che si propongono con autorevolezza, senza rinunciare alla densa complessità che contraddistingue il tema trattato. Un tema che, è bene specificarlo, richiede analisi trasversali: dalle idee dei politici che contribuirono alla costruzione dell’Unione europea agli ultimi dati concernenti il grado di diffusione delle autocrazie nel mondo.

Il punto di avvio delle riflessioni di Bellini, già autore del saggio Salviamo l’Europa. Otto parole per riscrivere il futuro (2024), è costituito da una sequenza di cinque ‘dati di fatto’: constatazioni che fotografano con lucido realismo l’odierno contesto geopolitico. Dal ritorno della guerra – ormai ipertecnologica – alla minaccia russa, dalla corrosione della protezione militare un tempo garantita dagli Stati Uniti all’imporsi del primato della potenza sul diritto, fino alla sostanziale impreparazione e al pericoloso isolamento in cui versa l’Europa. Una condizione che, secondo Bellini, rende perspicua la necessità di avallare un intervento strutturale in ambito difensivo al fine di preservare l’eredità europea e, soprattutto, garantirle nel futuro prossimo un ruolo apicale rispetto agli equilibri internazionali.

Ciò che a Bellini risulta evidente, però, non è condiviso dalla totalità dell’opinione pubblica: oltre a tre schieramenti convenzionali (i pacifisti, i realisti e gli idealisti europei), l’Autore individua un fenomeno che definisce ‘virus europeo’. Si tratta di quel morboso senso di frustrazione nei confronti dell’Europa che nell’arco degli ultimi anni ha nutrito sovranismi e populismi di varia natura, spesso provocando tensioni sociopolitiche e ostruendo la realizzazione di autentici progressi. Un virus, quello rilevato da Bellini, sempre più radicato in Italia.

Tra le maggiori ragioni per le quali la strutturazione di una difesa europea ha raggiunto un inquietante grado di urgenza, Bellini non annovera soltanto il bisogno di garantire la sicurezza dei cittadini europei. Difendersi significa anche mettere l’Europa «in condizione di essere ciò per cui è nata, consentirle di assolvere il suo compito, lavorare per la pace» (p. 43). Un’argomentazione dotata di significativa cogenza: in uno scenario nel quale a rappresentare i valori cardinali del patrimonio europeo è rimasta la sola Europa, in che altro modo consentirle di tutelare tali valori – dal multilateralismo al primato del diritto internazionale sulla forza –, se non dotandola degli strumenti in grado di renderla «un attore geopolitico credibile» (p. 44)? A rinforzare un ragionamento simile, poi, concorre il caso ucraino, cui Bellini riconosce valore emblematico. Al netto della diffidenza verso i Paesi che appartennero all’area sovietica oggi palpabile in molteplici contesti, l’Autore sostiene che difendere l’Ucraina equivalga a difendere l’Europa, evitando a qualsiasi costo di «legittimare il tentativo di modificare i confini di una nazione sovrana attraverso l’uso della forza» (p. 47). Da tali riflessioni deriva l’afflato marcatamente europeista delle posizioni di Bellini: la difesa europea è la strada che conduce all’Europa politica.

Non si può volere tutto e subito, però. Bellini ne è ben consapevole e non casualmente ricorda anche che la democrazia europea si muove lungo un duplice binario: da una parte, ambizioni riformistiche e slanci ideali che ne orientano il destino; dall’altra, processi scanditi da passi graduali. Un organismo dunque condannato all’immobilità? Tutt’altro, se si rammentano figure quali Jacques Delors e l’Atto Unico Europeo dell’‘86. La direzione dev’essere «concordare la meta insieme, ma dotarsi degli strumenti per arrivarci davvero» (p. 53). In questo senso, se si guarda alla questione della difesa, è inevitabile riconoscere la generale insufficienza degli enti e dei programmi europei attualmente legati a tale ambito. Sulla scorta di lezioni come quella proveniente dalla storia della formazione dell’esercito federale statunitense, è tuttavia possibile delineare una soluzione: avvalersi dell’esistente, dalla cooperazione tra eserciti nazionali alle possibilità che interessano la NATO, per muovere verso obiettivi progressivamente più alti – in primis, la costituzione di un esercito propriamente europeo, dotato di uno Stato maggiore all’altezza delle sfide belliche contemporanee. Per Bellini, infatti, il presente contesto globale supera tanto l’Europa di Schuman, De Gasperi e Adenauer quanto quella di Prodi e Delors. Occorre che a fungere da traino per il processo di unificazione sia il tassello costituito dalla difesa, un fine al quale tendere anche con geometrie variabili e accordi temporaneamente esterni ai Trattati, nonché provvedendo alle ineludibili risorse.

Un problema, quello delle risorse, al quale Bellini dedica un’analisi serrata. Posti limiti quali la frammentarietà dell’industria della difesa europea, la carenza sul piano degli abilitatori strategici e le disparità fra i bilanci pubblici dei Paesi membri, l’Autore, oltre a schierarsi in favore delle possibilità di crescita economica congiunte al settore della difesa, si avvale di documenti come i rapporti di Draghi e Letta per sottolineare la rilevanza legata al processo di integrazione fiscale: «difesa e fiscalità vanno di pari passo» (p. 75). Di qui, pertanto, il giudizio di segno positivo attribuito a provvedimenti come l’emissione di eurobond o la tassa europea sui grandi patrimoni.

A conclusione del saggio Bellini pone un’appassionata riflessione sulla storia dei principali valori europei, vittime di una crisi che coinvolge l’intero assetto delle democrazie liberali. Ricordando le parole di figure come Papa Francesco, Sergio Mattarella e il teologo Romano Guardini, l’Autore si sofferma sull’anima dell’Europa, cioè custodire i diritti della persona, della democrazia e dello Stato di diritto con una politica umana che rigetti la potenza come dominio. Ecco profilarsi, allora, un elenco di peccati capitali da evitare: dall’antiamericanismo agli atteggiamenti di superiorità rispetto ai Paesi dell’Est Europa. La democrazia si salva soltanto con la partecipazione e con una classe dirigente votata al contenimento delle disuguaglianze. Resistere, quindi. Resistere contro autocrazie e analoghe derive. Resistere come patrioti europei.

Francesco Formigari

 

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